POESIE DI IERI, POESIE DI DOMANI

Inviaci le poesie più belle che conosci o che ancora oggi da adulto ricordi (giannonesa@tiscali.it)
 

...

 

LA GIOIA PERFETTA

di DIEGO VALERI

 

Come  è triste il giorno di maggio

dentro il vicolo povero e solo!.

Di tanto sole, neppure un raggio;

con tante rondini, neanche un volo!

Pure, c'era in quello squallore,

in quell'uggia greve e amara,

un profumo di cielo in fiore,

un barlume di gioia chiara.

C'era... c'erano tante rose

affacciate a una finestra,

che ridevano come spose

preparate per la festa.

C'era, seduto sul gradino

d'una casa di pezzenti,

un bambino piccino, piccino

dai grandi occhi risplendenti.

C'era in alto una voce di mamma

(così calma, così pura)

che cantava la ninnananna

alla propria creatura.

E poi, dopo, non c'era più nulla...

Ma di maggio alla via poveretta

basta un bimbo un fiore una culla

per formarvi una gioia perfetta

...

 

LA FOGLIA

GIACOMO LEOPARDI

 

Lungi dal proprio ramo,

povera foglia frale,

dove vai tu? Dal faggio

là dov’io nacqui, mi divise il vento.

Esso, tornando, a volo

dal bosco alla campagna,

dalla valle mi porta alla montagna.

Seco perpetuamente

vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.

Vo dove ogni altra cosa,

dove naturalmente

va la foglia di rosa

e la foglia d’alloro.

 

..

 

IL CINQUE MAGGIO

GALESSANDRO MANZONI

 

Ei fu. Siccome immobile,

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore

orba di tanto spiro,

così percossa, attonita

la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima

ora dell’uom fatale;

né sa quando una simile

orma di pié mortale

la sua cruenta polvere

a calpestar verrà.

 

 

IL BOVE

GIOSUÈ CARDUCCI

 

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento

di vigore e di pace al cor m’infondi,

o che solenne come un monumento

tu guardi i campi liberi fecondi,

o che al giogo inchinandoti contento

l’agil opra de l’uom grave secondi:

ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento

giro de’ pazienti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera

fuma il tuo respiro, e come un inno lieto

il mugghio nel sereno aer si perde;

e del grave occhio glauco entro l’austera

dolcezza si rispecchia ampio e quieto

il divin del pian silenzio verde

(da <<Poesie>> ed. Zanichelli)

 

 

CHE COS’È UNA MAMMA

FRANCESCO PASTONCHI

 

Una mamma è come un albero grande

che tutti i suoi frutti dà:

per quanti gliene domandi

sempre uno ne troverà.

Ti dà il frutto, il fiore e la foglia,

per te di tutto si spoglia,

anche i rami si toglierà.

Una mamma è come un albero grande.

Una mamma è come una sorgente.

Più ne toglie acqua e più ne getta.

Nel suo fondo non vedi belletta:

sempre fresca, sempre lucente,

nell’ombra e nel sole è corrente.

Non sgorga che per dissetarti,

se arrivi ride, piange se parti.

Una mamma è come una sorgente.

Una mamma è come il mare.

Non c’è tesori che non nasconda,

continuamente con l’onda ti culla

e ti viene a baciare.

Con la ferita più profonda

non potrai farlo sanguinare,

subito ritorna ad azzurreggiare.

Una mamma è come il mare.

Una mamma è questo mistero:

tutto comprende, tutto perdona,

tutto soffre, tutto dona,

non coglie fiore per la sua corona.

Puoi passare da lei come straniero,

puoi farle male in tutta la persona.

Ti dirà: <<Buon cammin, bel cavaliero!>>

Una mamma è questo mistero.

 

Il PIU’ BEL RISO

ARDO MOTTINI

 

Il più bel riso l'ho veduto ieri

sbocciar raggiante sul visetto sporco

d'un monelluccio figlio di randagi,

con la camicia fuor dei calzoncini,

con la calza a strappi e un piede nudo.

Nel traversar la strada irta di ghiaia

il piccolo cascò. Si rialzò.

Si rimise nel piede la ciabatta

Si guardò le manine un po' sbucciate.

Si guardò intorno... e vide solo me.

E, per farmi capir ch'era gagliardo

mi rise in faccia un riso così bello,

così pien di coraggio e d'innocenza,

che quel riso divino si confuse;

con l'oro del tramonto e il blu del mare.

 

CANZONE PRIMAVERILE

FEDERICO GARCIA LORCA

 

Escono allegri i bambini

dalla scuola,

lanciando, nell’aria tiepida

d’aprile, tenere canzoni.

Quanta allegria nel profondo

silenzio della stradina!

Un silenzio fatto a pezzi

da risa d’argento nuovo.

(da <<Poesia>>, ed. Guanda)

 

 

 

VALENTINO

GIOVANNI PASCOLI

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de' tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d'un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità

 

 IL CANTICO DELLE CREATURE

di Angiolo Silvio Novaro

 

Lodato sia Il Signore

a tutte l'ore!

Lodato sia che alzò i turchini cieli,

che dai notturni veli

delle tenebre oscure

cavò le palpitanti creature.

Cavò dal buio il sole,

il mio fratello sole!

Grande lo fe', magnifico, raggiante,

a Sé rassomigliante.

Lodato sia con mia sorella luna:

bianca la fece il mio Signor come una

perla del mare,

e di gemmette rare

la volle incoronare.

Lodato sia il mio fratello fuoco:

egli è robusto, allegro, ardimentoso;

veglia nell'ombra e non ha mai rioposo,

monta ostinato e non si stanca al gioco.

lodato sia con mia sorella acqua:

pura la volle Iddio, semplice e casta;

serve all'uom preziosa, bacia i fioretti e fugge vergognosa.

Lodato sia col mio fratello vento,

col nuvolo e il sereno ed ogni tempo,

onde ha ogni vita il suo sostentamento.

Lodato sia con la mia madre terra:

assai tesori ella nel grembo serra,

e porta i frutti e la foresta acerba,

i fior, gli uccelli coloriti e l'erba,

Mettete le ali al cuore

e lodate il Signre.

 

 

PIANTO ANTICO

GIOSUÈ CARDUCCI

 

L'albero a cui tendevi

la pargoletta mano,

il verde melograno

da' bei vermigli fior,

nel muto orto solingo

rinverdì tutto or ora,

e giugno lo ristora

di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta

percossa e inaridita,

tu de l'inutil vita

estremo unico fior,

sei ne la terra fredda

sei ne la terra negra;

né il sol Più ti rallegra

né ti risveglia amor.

 

(da Rime e ritmi, Zanichelli)

 

LA CANZONE DI PICCOLINO

di GUIDO GOZZANO

 

Piccolino, morta mamma,

non ha più di che campare;

resta solo con la fiamma

del deserto focolare;

poi le poche robe aduna,

mette l'abito più bello

per venirsene in città.

Invocando la fortuna

con il misero fardello

Piccolino se ne va.

E cammina tutto il giorno,

si presenta ad un padrone:

" Buon fornaio al vostro forno

accoglietemi garzone",

Ma il fornaio con la moglie

ride, ride trasognato;

" Piccolino in' verità

il mio forno non accoglie

un garzone appena nato!

Non sei quello che mi va".

Giunse al Re nel suo palagio,

si presenta ardito e fiero;

" Sono un piccolo randagio,

Sire, fatemi guerriero ".

Il buon re sorride: " Ornino,

vuoi portare lancia e maglia.

Un guerriero? In verità

tu hai bisogno della balia!

Tu sei troppo piccolino.

Non sei quello che mi va ".

Vien la guerra: dopo un poco

sono i campi insanguinati;

Piccolino corre al fuoco,

tra le schiere dei soldati.

Ma le palle nell'assalto

lo sorvolano dall'alto

quasi n'abbiano pietà.

"E’ carino quell'omnino,

ma per noi troppo piccino;

non è quello che ci va".

Finalmente una di loro

lo trafora in mezzo al viso;

esce l'anima dal foro,

vola, vola in Paradiso.

Ma San Pietro: " O Piccolino,

noi s'occorre d'un arcangelo

ben più grande, in verità.

Tu non fai nemmeno un angelo

e nemmeno un cherubino...

Non sei quello che mi va ".

Ma dal trono suo divino

Gesù Cristo scende intanto

e sorride a Piccolino

e l'accoglie sotto il manto:

, " Perché parli in questo metro,

o portiere d'umor tetro?

Piccolino resti qua.

Egli è piccolo e' mendico

senza tetto e senza amico;

egli è quello che mi va...

O San Pietro, te lo dico,

te lo dico in verità... ".

 

SE FOSSI PITTORE

DI EDMONDO DE AMICIS


Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni:
mia madre ha sessant'anni,
e più la guardo e più mi sembra bella.
Non ha un accenno, un guardo, un riso, un atto
che non mi tocchi dolcemente il core;
ah, se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto!
Vorrei ritrarla quando china il viso
perch'io le baci la sua treccia bianca,
o quando, inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso
Pur, se fosse il mio priego in ciel accolto,
non chiederei di Raffael da Urbino
il pennello divino
per coronar di gloria il suo bel volto;
vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei,
veder me vecchio, e lei
dal sacrificio mio ringiovanita.

S. Martino

di Giosuè Carducci

 

"La nebbia agli irti colli

Piovigginando sale,

E sotto il maestrale

urla e biancheggia il mare;

Ma per le vie del borgo

Dal ribollir de' tini

Va l'aspro odor de i vini

L'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi

Lo spiedo scoppiettando:

Sta il cacciator fischiando

Su l'uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi

Stormi d'uccelli neri,

Com'esuli pensieri,

Nel vespero migrar."

 

Se questo è un uomo

DI PRIMO LEVI

 

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza più forza per ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d'inverno. 

 

 

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

GIACOMO LEOPARDI

 

Passata è la tempesta:

odo augelli far festa, e la gallina

tornata su la via,

che ripete il suo verso. Ecco il sereno

rompe là da ponente, alla montagna;

sgombrasi la campagna,

e chiaro nella valle il fiume appare.

Ogni cor si rallegra, in ogni lato

risorge il romorio,

torna il lavoro usato.

L'artigiano a mirar l'umido cielo,

con l'opra in man, cantando

fassi in su l'uscio9; a prova

vien fuor la femminetta a cor dell' acqua

della novella piova ;

e l'erbaiuol rinnova

di sentiero in sentiero

il grido giornaliero.

Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride

per li poggi e le ville. Apre i balconi,

apre terrazzi e logge la famiglia:

e, dalla via corrente, odi lontano

tintinnio di sonagli; il carro stride

del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

quand'è, com'or, la vita?

Quando con tanto amore

l'uomo a' suoi studi intende? .

O torna all'opre? o cosa nova imprende?

Quando de' mali suoi mén si ricorda?

Piacer figlio d'affanno;

gioia vana, ch'è frutto

del passato timore, onde si scosse

e paventò la morte

chi la vita aborria;

onde in lungo tormento,

fredde, tacite, smorte,

sudàr le genti e palpitàr,

vedendo mossi alle nostre offese

folgori, nembi e vento.

 

IL SABATO DEL VILLAGGIO

GIACOMO LEOPARDI

 

La donzelletta vien dalla campagna,

in sul calar del sole,

col suo fascio dell'erba e reca in mano

un mazzolin di rose e di viole,

onde, siccome suole,

ornare ella si appresta

dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

su la scala a filar la vecchierella,

incontro là dove si perde il giorno;

e novellando vien del suo buon tempo,

quando ai dl della festa ella si ornava,

ed ancor sana e snella

solea danzar la sera intra di quei

ch'ebbe compagni dell'età più bella.

Già tutta l'aria imbruna,

torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre

giù dai colli e da' tetti;

al biancheggiar della recente luna.

Or la . squilla dà segno

della festa che viene;

ed a quel suon diresti!

che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

su la piazzuola in frotta,

e qua e là saltando,

fanno un lieto romore:

e intanto riede alla sua parca mensa,

fischiando, il zappatore,

e seco pensa al di del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

e tutto l'altro tace,

odi il martel picchiare; odi. la sega

del legnaiuol, che veglia .

nella chiusa bottega alla lucerna,

e s'affretta, e s'adopra

di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,

pien di speme e di gioia:

diman tristezza e noia

recheran l’ore, ed al travaglio usato

ciascuno in suo pensier farà ritorno.

 

PIANEFFORTE ‘E NOTTE

SALVATORE DI GIACOMO

 

Nu pianefforte 'e notte

sona, luntanamente,

e 'a museca se sente

pe Il' aria suspirà.

È ll'una: dorme 'o vico ncopp' a sta nonna nonna

e nu mutivo antico

'e tanto tiempo fa.

Dio, quante stelle ncielo!

Che luna! E c'aria doce!

Quanto na bella voce

vurria senti' cantà!

Ma sulitario e lento more

'o mutivo antico;

se fa cchiu cupo 'o vico

dint'a ll'oscurità.

Ll'anema mia surtanto

rummane a sta fenesta.

Aspetta ancora. E resta

ncantànnose, a penza'.

( In Opere. Mondadori, Milano.)

 

CANZONE

Giovanni Visconti Venosta

 

Passa un giorno, passa l'altro
mai non torna il prode Anselmo,
perché egli era molto scaltro
andò in guerra e mise l'elmo.

Mise l'elmo sulla testa
per non farsi troppo mal
e partì la lancia in resta
a cavallo d'un caval.

La sua bella che abbracciollo
diede un bacio e disse: "va!"
e poneagli ad armacollo
la fiaschetta del mistrà

Poi donatogli un anello
sacro pegno di sua fe',
gli metteva nel fardello
fin le pezze per i piè

Fu alle nove di mattina
che l'Anselmo uscia bel, bel,
per andare in Palestina
a conquidere l'Avel.

 

 

 

 

 

per vie ferrate andava
come in oggi col vapor,
a quei tempi si ferrava
non la via ma il viaggiator.

La cravatta in fer battuto
e in ottone avea il gilè,
ei viaggiava, è ver, seduto
ma il cavallo andava a piè

Da quel dì non fe' che andare,
andar sempre, andare, andar...
quando a pie' d'un casolare
vide un lago, ed era il mar!

Sospettollo... e impensierito
saviamente si fermò.
Poi chinossi, e con un dito
a buon conto l'assaggiò.

Come fu sul bastimento,
ben gli venne il mal di mar
ma l'Anselmo in un momento
mise fuori il desinar.

 

 

 

 

 

Il Sultano in tal frangente
mandò il palo ad aguzzar,
ma l'Anselmo previdente
fin le brache avea d'acciar.

Pipe, sciabole, tappeti,
mezze lune, jatagan,
odalische, minareti,
già imballati avea il Sultan.

Quando presso ai Salamini
sete ria incominciò,
e l'Anselmo coi più fini
prese l'elmo, e a bere andò.

Ma nell'elmo, il crederete ?
c'era in fondo un forellin
e in tre dì morì di sete
senza accorgersi il tapin.

Passa un giorno, passa l'altro,
mai non torna il guerrier,
perch'gli era molto scaltro
andò in guerra col cimier.

Col cimiero sulla testa,
ma sul fondo non guardò
e così gli avvenne questa
che mai più non ritornò.