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POESIE DI IERI, POESIE DI DOMANI |
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LA GIOIA PERFETTAdi DIEGO VALERI
Come è triste il giorno di maggiodentro il vicolo povero e solo!. Di tanto sole, neppure un raggio; con tante rondini, neanche un volo! Pure, c'era in quello squallore, in quell'uggia greve e amara, un profumo di cielo in fiore, un barlume di gioia chiara. C'era... c'erano tante rose affacciate a una finestra, che ridevano come spose preparate per la festa. C'era, seduto sul gradino d'una casa di pezzenti, un bambino piccino, piccino dai grandi occhi risplendenti. C'era in alto una voce di mamma (così calma, così pura) che cantava la ninnananna alla propria creatura. E poi, dopo, non c'era più nulla... Ma di maggio alla via poveretta basta un bimbo un fiore una culla per formarvi una gioia perfetta . |
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LA FOGLIA GIACOMO LEOPARDI
Lungi dal proprio ramo, povera foglia frale, dove vai tu? Dal faggio là dov’io nacqui, mi divise il vento. Esso, tornando, a volo dal bosco alla campagna, dalla valle mi porta alla montagna. Seco perpetuamente vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro. Vo dove ogni altra cosa, dove naturalmente va la foglia di rosa e la foglia d’alloro.
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IL CINQUE MAGGIO GALESSANDRO MANZONI
Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita la terra al nunzio sta, muta pensando all’ultima ora dell’uom fatale; né sa quando una simile orma di pié mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà.
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IL BOVE GIOSUÈ CARDUCCI
T’amo, o pio bove; e mite un sentimento di vigore e di pace al cor m’infondi, o che solenne come un monumento tu guardi i campi liberi fecondi, o che al giogo inchinandoti contento l’agil opra de l’uom grave secondi: ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento giro de’ pazienti occhi rispondi. Da la larga narice umida e nera fuma il tuo respiro, e come un inno lieto il mugghio nel sereno aer si perde; e del grave occhio glauco entro l’austera dolcezza si rispecchia ampio e quieto il divin del pian silenzio verde (da <<Poesie>> ed. Zanichelli)
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CHE COS’È UNA MAMMA FRANCESCO PASTONCHI
Una mamma è come un albero grande che tutti i suoi frutti dà: per quanti gliene domandi sempre uno ne troverà. Ti dà il frutto, il fiore e la foglia, per te di tutto si spoglia, anche i rami si toglierà. Una mamma è come un albero grande. Una mamma è come una sorgente. Più ne toglie acqua e più ne getta. Nel suo fondo non vedi belletta: sempre fresca, sempre lucente, nell’ombra e nel sole è corrente. Non sgorga che per dissetarti, se arrivi ride, piange se parti. Una mamma è come una sorgente. Una mamma è come il mare. Non c’è tesori che non nasconda, continuamente con l’onda ti culla e ti viene a baciare. Con la ferita più profonda non potrai farlo sanguinare, subito ritorna ad azzurreggiare. Una mamma è come il mare. Una mamma è questo mistero: tutto comprende, tutto perdona, tutto soffre, tutto dona, non coglie fiore per la sua corona. Puoi passare da lei come straniero, puoi farle male in tutta la persona. Ti dirà: <<Buon cammin, bel cavaliero!>> Una mamma è questo mistero. |
Il PIU’ BEL RISO ARDO MOTTINI
Il più bel riso l'ho veduto ieri sbocciar raggiante sul visetto sporco d'un monelluccio figlio di randagi, con la camicia fuor dei calzoncini, con la calza a strappi e un piede nudo. Nel traversar la strada irta di ghiaia il piccolo cascò. Si rialzò. Si rimise nel piede la ciabatta Si guardò le manine un po' sbucciate. Si guardò intorno... e vide solo me. E, per farmi capir ch'era gagliardo mi rise in faccia un riso così bello, così pien di coraggio e d'innocenza, che quel riso divino si confuse; con l'oro del tramonto e il blu del mare. |
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CANZONE PRIMAVERILE FEDERICO GARCIA LORCA
Escono allegri i bambini dalla scuola, lanciando, nell’aria tiepida d’aprile, tenere canzoni. Quanta allegria nel profondo silenzio della stradina! Un silenzio fatto a pezzi da risa d’argento nuovo. (da <<Poesia>>, ed. Guanda)
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VALENTINO
GIOVANNI
PASCOLI
IL CANTICO DELLE CREATURE di Angiolo Silvio Novaro
Lodato sia Il Signore a tutte l'ore! Lodato sia che alzò i turchini cieli, che dai notturni veli delle tenebre oscure cavò le palpitanti creature. Cavò dal buio il sole, il mio fratello sole! Grande lo fe', magnifico, raggiante, a Sé rassomigliante. Lodato sia con mia sorella luna: bianca la fece il mio Signor come una perla del mare, e di gemmette rare la volle incoronare. Lodato sia il mio fratello fuoco: egli è robusto, allegro, ardimentoso ;veglia nell'ombra e non ha mai rioposo, monta ostinato e non si stanca al gioco. lodato sia con mia sorella acqua: pura la volle Iddio, semplice e casta; serve all'uom preziosa, bacia i fioretti e fugge vergognosa. Lodato sia col mio fratello vento, col nuvolo e il sereno ed ogni tempo, onde ha ogni vita il suo sostentamento. Lodato sia con la mia madre terra: assai tesori ella nel grembo serra, e porta i frutti e la foresta acerba, i fior, gli uccelli coloriti e l'erba, Mettete le ali al cuore e lodate il Signre.
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PIANTO ANTICO GIOSUÈ CARDUCCI
L'albero a cui tendevi la pargoletta mano, il verde melograno da' bei vermigli fior, nel muto orto solingo rinverdì tutto or ora, e giugno lo ristora di luce e di calor. Tu fior de la mia pianta percossa e inaridita, tu de l'inutil vita estremo unico fior, sei ne la terra fredda sei ne la terra negra; né il sol Più ti rallegra né ti risveglia amor.
(da Rime e ritmi, Zanichelli) |
LA CANZONE DI PICCOLINO di GUIDO GOZZANO
Piccolino, morta mamma, non ha più di che campare; resta solo con la fiamma del deserto focolare; poi le poche robe aduna, mette l'abito più bello per venirsene in città. Invocando la fortuna con il misero fardello Piccolino se ne va. E cammina tutto il giorno, si presenta ad un padrone: " Buon fornaio al vostro forno accoglietemi garzone", Ma il fornaio con la moglie ride, ride trasognato; " Piccolino in' verità il mio forno non accoglie un garzone appena nato! Non sei quello che mi va". Giunse al Re nel suo palagio, si presenta ardito e fiero; " Sono un piccolo randagio, Sire, fatemi guerriero ". Il buon re sorride: " Ornino, vuoi portare lancia e maglia. Un guerriero? In verità tu hai bisogno della balia! Tu sei troppo piccolino. Non sei quello che mi va ". Vien la guerra: dopo un poco sono i campi insanguinati; Piccolino corre al fuoco, tra le schiere dei soldati. Ma le palle nell'assalto lo sorvolano dall'alto quasi n'abbiano pietà. "E’ carino quell'omnino, ma per noi troppo piccino; non è quello che ci va". Finalmente una di loro lo trafora in mezzo al viso; esce l'anima dal foro, vola, vola in Paradiso. Ma San Pietro: " O Piccolino, noi s'occorre d'un arcangelo ben più grande, in verità. Tu non fai nemmeno un angelo e nemmeno un cherubino... Non sei quello che mi va ". Ma dal trono suo divino Gesù Cristo scende intanto e sorride a Piccolino e l'accoglie sotto il manto: , " Perché parli in questo metro, o portiere d'umor tetro? Piccolino resti qua. Egli è piccolo e' mendico senza tetto e senza amico; egli è quello che mi va... O San Pietro, te lo dico, te lo dico in verità... ". |
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SE FOSSI PITTORE DI EDMONDO DE AMICIS
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S. Martino di Giosuè Carducci
"La nebbia agli irti colli Piovigginando sale, E sotto il maestrale urla e biancheggia il mare; Ma per le vie del borgo Dal ribollir de' tini Va l'aspro odor de i vini L'anime a rallegrar. Gira su' ceppi accesi Lo spiedo scoppiettando: Sta il cacciator fischiando Su l'uscio a rimirar Tra le rossastre nubi Stormi d'uccelli neri, Com'esuli pensieri, Nel vespero migrar." |
Se questo è un uomo DI PRIMO LEVI
Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se
questo è un uomo vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d'inverno. |
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LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA GIACOMO LEOPARDI
Passata è la tempesta: odo augelli far festa, e la gallina tornata su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna; sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare. Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il romorio, torna il lavoro usato. L'artigiano a mirar l'umido cielo, con l'opra in man, cantando fassi in su l'uscio9; a prova vien fuor la femminetta a cor dell' acqua della novella piova ; e l'erbaiuol rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero. Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride per li poggi e le ville. Apre i balconi, apre terrazzi e logge la famiglia: e, dalla via corrente, odi lontano tintinnio di sonagli; il carro stride del passegger che il suo cammin ripiglia. Si rallegra ogni core. Sì dolce, sì gradita quand'è, com'or, la vita? Quando con tanto amore l'uomo a' suoi studi intende? . O torna all'opre? o cosa nova imprende? Quando de' mali suoi mén si ricorda? Piacer figlio d'affanno; gioia vana, ch'è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita aborria; onde in lungo tormento, fredde, tacite, smorte, sudàr le genti e palpitàr, vedendo mossi alle nostre offese folgori, nembi e vento. |
IL SABATO DEL VILLAGGIO GIACOMO LEOPARDI
La donzelletta vien dalla campagna, in sul calar del sole, col suo fascio dell'erba e reca in mano un mazzolin di rose e di viole, onde, siccome suole, ornare ella si appresta dimani, al dì di festa, il petto e il crine. Siede con le vicine su la scala a filar la vecchierella, incontro là dove si perde il giorno; e novellando vien del suo buon tempo, quando ai dl della festa ella si ornava, ed ancor sana e snella solea danzar la sera intra di quei ch'ebbe compagni dell'età più bella. Già tutta l'aria imbruna, torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre giù dai colli e da' tetti; al biancheggiar della recente luna. Or la . squilla dà segno della festa che viene; ed a quel suon diresti! che il cor si riconforta. I fanciulli gridando su la piazzuola in frotta, e qua e là saltando, fanno un lieto romore: e intanto riede alla sua parca mensa, fischiando, il zappatore, e seco pensa al di del suo riposo. Poi quando intorno è spenta ogni altra face, e tutto l'altro tace, odi il martel picchiare; odi. la sega del legnaiuol, che veglia . nella chiusa bottega alla lucerna, e s'affretta, e s'adopra di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba. Questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia: diman tristezza e noia recheran l’ore, ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno. |
PIANEFFORTE ‘E NOTTE SALVATORE DI GIACOMO
Nu pianefforte 'e notte sona, luntanamente, e 'a museca se sente pe Il' aria suspirà. È ll'una: dorme 'o vico ncopp' a sta nonna nonna e nu mutivo antico 'e tanto tiempo fa. Dio, quante stelle ncielo! Che luna! E c'aria doce! Quanto na bella voce vurria senti' cantà! Ma sulitario e lento more 'o mutivo antico; se fa cchiu cupo 'o vico dint'a ll'oscurità. Ll'anema mia surtanto rummane a sta fenesta. Aspetta ancora. E resta ncantànnose, a penza'. ( In Opere. Mondadori, Milano.)
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CANZONE Giovanni Visconti Venosta
Passa
un giorno, passa l'altro
Mise
l'elmo sulla testa
La
sua bella che abbracciollo
Poi
donatogli un anello
Fu
alle nove di mattina
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Né
per vie ferrate andava
La
cravatta in fer battuto
Da
quel dì non fe' che andare,
Sospettollo...
e impensierito
Come
fu sul bastimento,
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Il
Sultano in tal frangente
Pipe,
sciabole, tappeti,
Quando
presso ai Salamini
Ma
nell'elmo, il crederete ?
Passa
un giorno, passa l'altro,
Col
cimiero sulla testa, |