INTITOLAZIONE DELLA SCUOLA PRIMARIA  di via Genova a

 “FERDINANDO II di BORBONE”

Scafati, 22 maggio 2010  

 

INTRODUZIONE del Dirigente scolastico Vincenzo Giannone.

 1) Proiezione del video: Edoardo Bennato “La fantastica storia” - (tempo 4:24)

http://www.youtube.com/watch?v=qJvU7e97vTA  

Abbiamo visto il video “La Fantastica storia” di Edoardo Bennato, che canta: “Le verità sempre diverse, le bugie sempre le stesse”.

Questa manifestazione non è solo una cerimonia inaugurale d’intitolazione delle due scuole di via Genova, a Ferdinando II di Borbone e a Maria Cristina di Savoia, ma è un incontro con la storia. E come scrisse Leonardo Bruni (detto l'Aretino e autore dell’opera “La guerra dei Goti”) nella seconda metà del 1300, io credo che conoscere la storia sia un dovere per gli uomini: 

" è cosa notabile di un diligente volere sapere la origine et progressi de la patria sua et le cose che gli sono accadute per gli tempi passati”. (La guerra dei Goti a cura di Claudio Azzarra e Adrianna Bonnini – Salerno 2009, p.16)

 Sono convinto, che al termine di questa serata non vi sarà in mezzo a voi alcuno nel cui animo questa manifestazione non avrà destato un vivo interesse e un’ansiosa curiosità per la storia del passato regno di Napoli e dei Borbone.

 Lo storico Tommaso Fazello, che scrisse “Dell’historia di Sicilia”, nel 1573 affermava:

"Considerando io quanto sia grande il frutto, che si riporta dalla lettione della historia, per esser quella (come si dice) la maestra della vita, non posso se non sommamente maravigliarmi di tutti coloro, i quali non attendono a questa non meno honorata, ch’à tutti necessaria professione. Et cosi all’incontro con grandissime lodi per insino al cielo inalzare tutti quelli altri, che di questo degno studio sono infiammati. Perché dall’essempio di molte cose variamente e in varii tempi accadute a molti uomini, agniuno, il quale habbia mediocre giudicio, saprà facilmente regolare le sue attioni, e a quel fine indrizzarle, che per naturale inclinatione da tutti pare che si desideri: la qual cosa non si può altramente ottenere, che per il mezzo della historia: perché altro non è la nostra prudentia, ch’una scientia acquistata dalla osservatione delle cose passate, con l’essempio delle quali noi ci indrizziamo a guidare le presenti e à provvedere alle future." (Tommaso Fazello - Dell’historia di Sicilia – Venezia 1573)

 I libri di storia che noi tutti abbiamo letto e studiato ci hanno raccontato le “gesta” di Cavour, di Garibaldi, di Vittorio Emanale e ci hanno sempre fatto credere che i Borbone erano dei re tiranni ed io, come voi, ho creduto a questa “storia”.  Sono stato a Torino per diciassette anni e ho sempre guardato con simpatia al grande Cavour più che a Garibaldi. Spesso me ne andavo a passeggiare nel parco della casa del conte a Santena – una cittadina del Piemonte - e vi portavo in visita anche gli alunni della scuola primaria. Poi, nel 1995, sono venuto a dirigere il 2° Circolo didattico di Scafati e ogni anno ho portato i bambini delle classi quinte a visitare il Palazzo reale di Napoli, il museo archeologico Nazionale (un tempo Real museo borbonico), il museo di Capodimonte, la Reggia di Caserta e l’opificio di San Leucio e per far questo ho cominciato a studiare la loro storia e quella dei Borbone. Prima ho letto i libri che avevo, poi ne ho cercati e comprati tanti altri, ma fermiamoci un attimo ad ascoltare che cosa ci dice Alberto Angela.

2) Proiezione del video - Il Regno delle due Sicilie

 (Ulisse il piacere della scoperta – Alberto Angela) (stop al tempo 5:52)          http://www.youtube.com/watch?v=l194rI9rqZg&feature=related 

 Maria Cristina di Savoia, alla quale dedichiamo la scuola dell’infanzia di via Genova, moglie di Ferdinando II di Borbone e regina di Napoli dal 1832 al 1836, fu detta dai napoletani “la santa”. Ferdinando II non fu mai detto “santo” ma aveva vent’anni quando nel 1830 diventò re e governò il regno delle Due Sicilie per ventinove anni facendo solo l’interesse del popolo e non dei Baroni.

 

Ora, si sa che nella storia dell’umanità le conquiste si sono fatte con le battaglie, con il tradimento, l’inganno, la corruzione e  la calunnia, ma per conquistare e distruggere il Regno di Napoli furono usate tutte queste arti messe assieme. Bisognava innanzitutto screditare e distruggere l’immagine di Ferdinando II di Borbone al cospetto del mondo.

L’inglese, William Gladstone,

che fu per breve tempo Napoli nel luglio  1851, ebbe contatti con alcuni personaggi politici, a quel tempo ostili al governo borbonico. Tornato in Inghilterra, pubblicò due lettere diffamatorie e calunniose sul governo del regno di Napoli. Queste furono diffuse in tutte le corti e in tutti gli ambienti politici e culturali d’Europa e italiani.  Gladstone definì Ferdinando II “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”. Sosteneva che i giudici erano influenzati dal re, che i prigionieri erano torturati, che si eseguivano condanne capitali, che le carceri erano anguste e umide, che alcune celle erano poste sotto il livello del mare, che i prigionieri erano incatenati a pesanti catene e mangiavano cibi scadenti. Per giustificare l’aggressione che si stava preparando in Piemonte, bisognava far credere al mondo intero che i Boborne erano dei tiranni.

Io non mi dilungo ora su questo documento perché esso meriterebbe una trattazione lunga e particolareggiata, ma vi porterò alcune testimonianze, che dimostrano quanto queste accuse fossero false e avessero l’unico scopo di “diffamare” Ferdinando II, la tensione ideologica, che mirava alla conquista del regno delle Due Sicilie era iniziata, ma ascoltiamo dal “Barbiere di Siviglia”di Rossini che cos’è la calunnia. 

3) Proiezione del video - La calunnia dal “Barbiere di Siviglia” di Rossini - (tempo 3:45) http://www.youtube.com/watch?v=rqkPxQWqwXE&feature=related

 E’ vero che per far “notizia” e raggiungere lo scopo ogni cosa è distorta e ingigantita, e poco importa se vera o falsa. E’ più facile credere alle cose cattive che alle buone e nessuno dirà poi “scusate, mi sono sbagliato”.

Gladstone scriveva: I prigionieri chiusi nelle carceri del regno di Napoli per reati politici sono 15, 20, 30 mila; nella sola Napoli si stanno  ora processando 400, 500 accusati.”

Dati alla mano, nel giugno del 1851 in tutto il Regno delle Due Sicilie vi erano nelle carceri solo 2.024 imputati politici. Il processo che si stava celebrando in quell’anno a Napoli, a seguito dei moti del 15 maggio ’48, vedeva coinvolti solo 42 imputati politici e di questi solo tre furono condannati alla pena capitale ma, come sempre era avvenuto in passato, furono graziati dal  Re Ferdinando II. Fra i prigionieri vi era Luigi Settembrini, che nelle sue “Ricordanze” postume dichiarò pubblicamente di non essere mai stato torturato e trattato male durante la sua prigionia.

Tra 1851e il 1854 furono pronunciate a Napoli, dai giudici, 42 condanne capitali per reati politici, il re Ferdinando II le mutò tutte: 19 all’ergastolo, 11 a 30 anni, 12 a pene minori. Per i reati di lesa maestà Ferdinando II non volle mai che fosse pronunciata la pena capitale, non voleva che per questo reato fosse “versato sangue umano”. Quanto ai reati comuni commessi nello stesso periodo, furono graziati dal re 7181 imputati, che sommati ai reati  politici danno un totale di 9894.    Commentava un giornale dell’epoca: “E questo era il RE tiranno”?

Don Giacomo Margotti,  

prete giornalista e teologo, fondatore del giornale “L'Armonia della Religione con la Civiltà”, futuro deputato alla Camera del nuovo Regno d’Italia, scrisse:

Nel Regno delle Due Sicilie non si trovano debiti, non aggravi, non ladri. Le finanze napolitane sono le più prosperose d’Europa. Non corre anno in Piemonte senza che si contraggono imprestiti; e il re di Napoli non domanda mai denaro a nessuno! Raramente avvengono grassazioni (ossia rapine nelle strade) nel regno di  Napoli”.  ( Memorie per la storia dei nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 ai nostri giorni –Torino 1864 - pp. 126,127)

Un altro storico, Cantalupo, nel 1856 commentava:

 “Noi delle Due Sicilie abbiamo un torto, di cui ci tocca ogni giorno soffrire i tristi risultati, quello di non manifestare coi mezzi della pubblicità quanto di bene presso di noi si opera” (Sul progresso  morale delle popolazioni napolitane – p. 30 – Napoli 1856)  

Fatto sta che in Piemonte in soli cinque anni di libertà, dal 1851 al 1855, furono pronunciate 113 sentenze capitali.  

Urbano Rattazzi, allora ministro di Grazia e giustizia, nel 1854 scrisse:

In Piemonte “i reati contro alle proprietà, e massime quelli commessi nelle campagne, sono un male talmente esteso e radicato nel paese…” (Storia dei ladri nel Regno d’Italia –Torino 1869, p. 34).  

E un altro deputato affermò in parlamento:  

“I furti di campagna sono una lebbra che ormai si estende sopra tutta la faccia del paese”. (Storia dei ladri nel Regno d’Italia –Torino 1869, p. 11).  

In Piemonte si rubava di tutto, anche le toghe dei giudici, ed erano tanti i furti che avvenivano nelle chiese di giorno che (nel 1857) il Vescovo d’Ivrea invitò i parroci a vendere i vasi sacri d’oro e d’argento, e a sostituirli con altri in rame argentato e dorato. (Storia dei ladri nel Regno d’Italia –Torino 1869, p. 19).

 Se Vincenzo Gioberti

attribuì al Piemonte il primato su tutta l’Italia, Alessandro Borella,  giornalista,  medico ed uomo politico piemontese,   trovò nel Piemonte un altro primato e nel 1858  scriveva:

 “Noi ci possiamo gloriare che il Piemonte abbia il primato nella parte tecnica e pratica dei furti”  (Gazzetta del Popolo,  del 24 agosto 1858).)  

 Gladstone definì Ferdinando II “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”, i siciliani durante il viaggio che il Re fece in Sicilia nel 1852 lo acclamarono  “immagine di Dio in terra”. I piemontesi soprannominarono Vittorio Emanuele II “il Re galantuomo”, i napoletani, dopo l’unità d’Italia, lo soprannominarono “Re ladrone”.

Qual era la morale dei Borbone?

 Ferdinando IV scrisse alla fine del ‘700: "Se v'ha sulla Terra creatura, che possa in un certo modo gareggiare colla Divinità, egli è senz'altro il Benefattore. Deve a questo il beneficato il prezzo del beneficio in tutta la sua estensione. 

Se, per esempio, un infelice vicino a perder la vita per la fame, trovava un'anima benefica, che lo ristori, egli deve al Benefattore la vita: se lo soccorre ad uscire dalle miserie, a lui deve tutta la felicità. Gli obblighi dunque de' beneficati sono sempre assoluti: a niuno di essi è lecito sconoscerlo senza la taccia d'ingrato. La ingratitudine è un vizio così odioso, e detestabile, che rivolta tutta l'umanità. Ogni uomo ha interesse ad odiare l'ingrato, perché riconosce in lui uno, che tende a scoraggiar l'anime benefiche, a bandir dal commercio della vita la compassione, la bontà, la liberalità, e quel santo desiderio di giovare, che forma il modo più sacro della Società.

Voi dunque, quanti siete in questa società, rispettate chi vi benefica: contestategli in ogni occasione i sentimenti della più sincera riconoscenza: soddisfate a tutt'i suoi desideri: non l'inducete mai a pentirsi di tutto quello, che vi fa: ma dategli continui motivi di spandere più sopra di voi le sue beneficenze, e di estenderle sul vostro esempio sopra degli altri."

4) Proiezione del video: “Il plebiscito” tratto dal film “Il Gattopardo”  (tempo 5”)

  http://www.youtube.com/watch?v=OW50Fbl00fY&feature=related

   Perché dunque intitolare una scuola a Ferdinando II?

 Cesare Bertoletti, figlio di piemontesi, autore nel 1967 dell’opera "Il Risorgimento visto dall'altra sponda", in una lettera all'amico Giovanni Artieri scriveva:

 "Quattro anni fa a Palermo, in uno dei miei soliti viaggi, vidi in una vetrina il libro di Mack  Smith “Garibaldi e Cavour nel 1860”; lo comprai e fu una rivelazione. Capii come i miei dubbi circa il vero e il falso della storia risorgimentale stavano trasformandosi in certezze e comprai un sacco di altri libri, mentre molti altri li avevo; e mi misi a leggerli. Mi si chiarirono le idee. Mi convinsi a scrivere una storia comparata...   le cui conclusioni non possono essere che queste: ignobili e malevoli calunnie durate più di un secolo a carico dei meridionali e balle sciocche e in malafede cantate in coro a favore dei settentrionali. Caro Artieri io credo di aver compiuto un dovere e tale dovere dovevo compiere proprio perché sono di famiglia piemontese ed era ora che da un piemontese uscisse la verità per tutto ciò che è meridionale".  

Se Ferdinando II fu definito “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”, che cosa dire di Vittorio Emanuele II?  

 Lord Henry Lennox, un altro inglese, quando ancora era un ammiratore della Rivoluzione italiana e specialmente di Garibaldi, visitò nel dicembre del 1862 le vecchie province napoletane e comunicò così, alla Camera dei Comuni, le sue impressioni:

"I fatti che sto per narrare sono avvenuti sotto i miei occhi; impegno il mio onore sulla loro verità, e sul fatto che non ne farò alcuna esagerazione. Vorrei ricordare a questa assemblea che, quando visitai Napoli per la prima volta, dopo la formazione del regno d'Italia, ero un ardente sostenitore di re Vittorio Emanuele.

Nella prigione Santa Maria alcuni prigionieri sono detenuti da mesi senza processo, e che, a quanto hanno assicurato, non sono stati mai nemmeno interrogati dalle autorità sulle cause della loro carcerazione.

 La quarta prigione che visitai fu quella di Salerno. Il direttore fu estremamente cortese e, saputo dello scopo della mia visita, mi diede il benvenuto augurandosi che potesse recare qualche positiva conseguenza. Soggiunse che era costretto, in quel momento, a tenere 1.359 prigionieri in un carcere che poteva ospitarne 650: tale affollamento aveva provocato un'epidemia di tifo che aveva ucciso anche un medico e una guardia.

Tra i prigionieri della prima cella si contavano otto o nove sacerdoti e quattordici cattolici laici, tutti sospetti oppositori del governo, e reclusi con quattro o cinque criminali incalliti.  Nella cella successiva c'erano altri 157 detenuti, la maggior parte dei quali senza processo.

Vivevano lì tutto il giorno, lì dormivano, e tranne una breve passeggiata in un cortile ridottissimo, questi disgraziati passavano loro vita in quel luogo, senza sapere perché vi erano finiti. [...] La cella successiva era un lungo stanzone con soffitto a volta, e vi si trovavano 230 prigionieri. Descrivere lo squallore e la sporcizia in cui questi derelitti giacevano richiederebbe  un'eloquenza che non possiedo. Tra i prigionieri c'erano uomini di differenti classi sociali ...  Un uomo di settanta anni era ridotto a un relitto umano. Altri erano in prigione da così tanto tempo, che i loro vestiti cadevano  a brandelli... alcuni erano in tale stato di nudità, da non potersi alzare dalle sedie, mentre gli passavamo accanto, per attirare la nostra attenzione come facevano i loro compagni... Taluni non avevano giacche, scarpe, calze, nulla, se non una vecchia giubba e uno straccio  che faceva loro da camicia. Era una vista pietosa, il fetore terribile, e a questa assemblea devo ricordare che era il freddo mese di gennaio; che cosa ne è di loro adesso? Non oso pensarlo. Il cibo che si consegna loro non sarebbe stato dato nemmeno al bestiame in Inghilterra. Lanciai sul pavimento un pezzo del loro pane, e lo calpestai: era così duro che non riuscii né a frantumarlo né a schiacciarlo.

Un altro carcere visitato era la Vicaria, una prigione situata nella parte più densamente abitata e più malsana di Napoli, nella quale erano ammassati 1.200 reclusi, mentre ce ne potevano stare solo la metà. Nell'ultima prigione di Nisida vi trovai il conte de Christen, il Caracciolo e il De Luca, che per quanto ne so, erano stati giustamente condannati per cospirazione contro il governo. Il conte de Christen, vedendo la mia riluttanza ad avvicinarmi, mi fece cenno di accostarmi e disse:

"Signore, apprezzo i vostri sentimenti. Avete pietà di me. Non compatitemi, ma riservate la vostra pietà per coloro, che degradano il nome della libertà adottando sistemi come quello di cui io sono vittima"

Il De Luca era incatenato, con una catena pesantissima, a un brigante condannato per rapina e omicidio. Era, il De Luca, un gentiluomo italiano che aveva avuto il torto di professare idee diverse da quelle del suo governo e il cui delitto era di aver cospirato contro di esso; ebbene era incatenato col più comune delinquente!

Ora, contro simili sistemi io devo protestare. Non m'importa se fatti così tenebrosi siano avvenuti sotto il dispotismo di un Borbone o sotto lo pseudo-liberalismo di un Vittorio Emanuele! Quella che si chiama Italia unita deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all'aiuto dell'Inghilterra, più che a Garibaldi e alle vittoriose armate francesi. Perciò in nome dell'Inghilterra, io devo denunciare tali barbare atrocità e protesto contro il fatto che ciò venga commesso sotto l'egida della libera Inghilterra, la quale, così facendo prostituisce il proprio nome!”  ( "La Rivoluzione italiana" -  Patrick Keyes O’Clery ")  ;

 

Che cosa dire di Cavour ?

Il 1° giugno 1860 scriveva all'ammiraglio della flotta Piemontese, Persano:

"Pregiatissimo signor Ammiraglio. 

Alcuni ufficiali della Marina napoletana avendo manifestati sentimenti italiani al signor Marchese d'Aste, ho mandato a questo ufficiale, col telegrafo, l'ordine di coltivare questi sentimenti e di continuare le trattative apertesi; facendogli facoltà di assicurare a coloro che promuovessero un pronunciamento della Squadra gradi e promozioni vantaggiose. [...] Ove ella dovesse spendere qualche somma di danaro, potrà farlo dandomene immediato avviso col telegrafo, valendosi della cifra del governatore.  (Il marchese d'Aste era il comandante della nave piemontese, il "Governolo")

Il problema che dobbiamo sciogliere è questo: aiutare la rivoluzione, ma far sì che al cospetto d'Europa appaia come atto spontaneo. Ciò accadendo, la Francia e l'Inghilterra sono con noi. Altrimenti non so cosa faranno”.

 Annotava l’ammiraglio nel suo diario:

"S. E. il conte di Cavour mi avvisa di aver ordinato che fosse messa a mia disposizione una non lieve somma di danaro, perché me ne servissi a promuovere il pronunciamento che doveva far partire il RE "(da Napoli).

“Mi si avvisa che la casa De la Rue di Genova aprirà in Napoli, presso il banchiere De Gas, il credito di un milione a mia disposizione."

"Ho dovuto eccellenza somministrare altro danaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti, quattromila al Comitato."

"Ma si assicura d'altronde che il generale (Garibaldi) non troverà alcun grave ostacolo durante  lo sbarco, stante il contegno della Marina napoletana. Noi continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, in parte a tergo delle truppe

Potrei impossessarmi della flotta napoletana  senz'altro al suo passaggio nel canale di Malta. Ma addio allora alle apparenze di neutralità!

 Il 19 ottobre 1860, quando Persano aveva già conquistato Ancona, Cavour gli scriveva:

“M'avvidi con dispiacere che anche gli ufficiali della Marina napoletana vorrebbero fare le loro condizioni (come gli ufficiali della marina siciliana).  I napoletani hanno pretese assurde. Vorrebbero promozioni, come se avessero combattuto. Non prometta nulla; non s'impegni a niente.

L'Austria ingrossa al confine. Senza che si possa dire con certezza che essa medita un'invasione, è però evidente che vi si prepara. Quindi la necessità di far presto, di procurare che il voto  d'annessione (il plebiscito) sia il più che si può solenne ed unanime, e di valersi di esso per cacciare poi il Borbone da Capua e da Gaeta".

Faccia una leva forzata dei marinai in cotesti porti. Se il codice napoletano non punisce di morte i disertori in tempo di guerra, pubblichi un decreto a tale effetto, e, ove ce ne siano, li faccia fucilare. Il tempo delle grandi misure è arrivato." (C. P. Persano - La presa di Ancona - Diario privato politico-militare 1860 - )

 

Ferdinando II, quando salì al trono, l’8 novembre 1830, il suo primo atto fu di ridurre il suo “stipendio” e le spese della Corte di ben 370 mila ducati annui.

Nel 1862 invece il parlamento italiano, nonostante il debito pubblico fosse altissimo, approvò l’aumento della lista civile (ossia lo tipendio del re) di  Vittorio Emanuele II (che solo due anni prima un’altra legge aveva  portato a 10 milioni e 750 mila lire annui) a 18 milioni e 30 mila lire annui.  

Io non ho letto il testamento di Vittorio Emanuele II di Savoia ma so che Ferdinando II, prima di morire, divise il suo patrimonio in 12 parti e ne lasciò la dodicesima ai poveri e  per la costruzione di chiese:

“Si facciano della mia eredità dodici uguali porzioni: vadano una alla Regina, e dieci ai miei dieci cari figli. La dodicesima a disposizione del primogenito, stabilisca Messe per l’anima mia, sussidii a’ poveri, e restauri e costruzioni di chiese nei paesetti che ne mancassero sul continente e in Sicilia.”

Questo era il Re tiranno, la negazione di Dio eretta a sistema di governo!

Termino il mio intervento con le parole del piemontese Cesare Bertoletti:

"Dopo quanto è stato esposto, parlare ancora oggi di sistemi retrogradi o di incapacità, o di ignavia, è cosa da ignoranti o da malevoli e pertanto chi scrive è convinto che sia  dovere di ogni  italiano di rendersi finalmente conto che sia ormai giunta l'ora di rendere giustizia ed onore a chi, giustizia e onore, merita in larga misura":  Ferdinando II di Borbone.

 5) Proiezione del video “Uomini di Spettacolo” (Beppe Grillo, Troisi, Caiazzo, Monicelli, Floris) (13 agosto 2009  Alcune citazioni di uomini della televisione, del cinema e del mondo dello spettacolo che hanno come argomento il Regno delle Due Sicilie e l'attuale Sud Italia.
Il video mostra come la verità su un periodo grigio della nostra storia stia lentamente venendo alla luce.)

  http://www.youtube.com/watch?v=XyULqIZHbYI - (tempo 8”)   

 

Primo bilancio del nuovo regno d’Italia

Entrate 500 milioni!   Viva Cavour!

Spese  800 milioni!!    Viva Garibaldi!

Deficit 300 milioni !!!  Viva L’Italia!