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INTITOLAZIONE DELLA
SCUOLA PRIMARIA di via
Genova a “FERDINANDO
II di BORBONE” Scafati,
22 maggio 2010
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INTRODUZIONE del Dirigente scolastico Vincenzo Giannone. |
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http://www.youtube.com/watch?v=qJvU7e97vTA
Abbiamo visto il video “La Fantastica storia” di Edoardo Bennato, che canta: “Le verità sempre diverse, le bugie sempre le stesse”. Questa
manifestazione non
è solo una cerimonia inaugurale d’intitolazione delle due scuole di
via Genova, a Ferdinando II di Borbone e a Maria Cristina di Savoia, ma
è un incontro con la storia. E come scrisse Leonardo Bruni
(detto
l'Aretino e autore dell’opera “La guerra dei Goti”) nella seconda metà del 1300, io credo che conoscere la storia sia
un dovere per gli uomini: "
è
cosa notabile di un diligente volere sapere la origine et progressi de
la patria sua et le cose che gli sono accadute per gli tempi passati”.
(La
guerra dei Goti a cura di Claudio Azzarra e Adrianna Bonnini – Salerno
2009, p.16) "Considerando
io quanto sia grande il frutto, che si riporta dalla lettione della
historia, per esser quella (come si dice) la maestra della vita, non
posso se non sommamente maravigliarmi di tutti coloro, i quali non
attendono a questa non meno honorata, ch’à tutti necessaria
professione. Et cosi all’incontro con grandissime lodi per insino al
cielo inalzare tutti quelli altri, che di questo degno studio sono
infiammati. Perché dall’essempio di molte cose variamente e in varii
tempi accadute a molti uomini, agniuno, il quale habbia mediocre
giudicio, saprà facilmente regolare le sue attioni, e a quel fine
indrizzarle, che per naturale inclinatione da tutti pare che si
desideri: la qual cosa non si può altramente ottenere, che per il mezzo
della historia: perché altro non è la nostra prudentia, ch’una
scientia acquistata dalla osservatione delle cose passate, con l’essempio
delle quali noi ci indrizziamo a guidare le presenti e à provvedere
alle future."
(Tommaso
Fazello - Dell’historia di Sicilia – Venezia 1573) 2)
Proiezione
del video - Il
Regno delle due Sicilie (Ulisse il piacere della scoperta – Alberto Angela) (stop al tempo 5:52) http://www.youtube.com/watch?v=l194rI9rqZg&feature=related Maria Cristina di
Savoia,
alla quale dedichiamo la scuola dell’infanzia di via Genova, moglie di
Ferdinando II di Borbone e regina di Napoli dal 1832 al 1836, fu detta
dai napoletani “la santa”. Ferdinando
II non fu mai detto “santo” ma aveva vent’anni quando nel 1830
diventò re e governò il regno delle Due Sicilie per ventinove anni
facendo solo l’interesse del popolo e non dei Baroni. Ora, si sa che nella storia dell’umanità le conquiste si sono fatte con le battaglie, con il tradimento, l’inganno, la corruzione e la calunnia, ma per conquistare e distruggere il Regno di Napoli furono usate tutte queste arti messe assieme. Bisognava innanzitutto screditare e distruggere l’immagine di Ferdinando II di Borbone al cospetto del mondo. L’inglese,
William Gladstone,
che
fu per breve tempo Napoli nel luglio
1851, ebbe contatti con alcuni personaggi politici, a quel tempo
ostili al governo borbonico. Tornato in Inghilterra, pubblicò due
lettere diffamatorie e calunniose sul governo del regno di Napoli.
Queste furono diffuse in tutte le corti e in tutti gli ambienti politici
e culturali d’Europa e italiani. Gladstone
definì Ferdinando II “la
negazione di Dio eretta a sistema di governo”. Sosteneva che i
giudici erano influenzati dal re, che i prigionieri erano torturati, che
si eseguivano condanne capitali, che le carceri erano anguste e umide,
che alcune celle erano poste sotto il livello del mare, che i
prigionieri erano incatenati a pesanti catene e mangiavano cibi
scadenti. Per giustificare l’aggressione che si stava preparando in
Piemonte, bisognava far credere
al mondo intero che i Boborne erano dei tiranni. Io
non mi dilungo
ora su questo documento perché esso meriterebbe una trattazione lunga e
particolareggiata, ma vi porterò alcune testimonianze, che dimostrano
quanto queste accuse fossero false e avessero l’unico scopo di
“diffamare” Ferdinando II, la tensione ideologica, che mirava alla
conquista del regno delle Due Sicilie era iniziata, ma ascoltiamo dal
“Barbiere di Siviglia”di Rossini che cos’è la calunnia.
3) Proiezione del video - La calunnia dal “Barbiere di Siviglia” di Rossini - (tempo 3:45) http://www.youtube.com/watch?v=rqkPxQWqwXE&feature=related Gladstone scriveva:
“I
prigionieri chiusi nelle carceri del regno di Napoli per reati politici
sono 15, 20, 30 mila; nella sola Napoli si stanno
ora processando 400, 500 accusati.” Dati
alla mano,
nel
giugno del 1851 in tutto il Regno delle Due Sicilie vi erano nelle
carceri solo 2.024 imputati politici. Il processo che si stava
celebrando in quell’anno a Napoli, a seguito dei moti del 15 maggio
’48, vedeva coinvolti solo 42 imputati politici e di questi solo tre
furono condannati alla pena capitale ma, come sempre era avvenuto in
passato, furono graziati dal Re
Ferdinando II. Fra i prigionieri vi era Luigi Settembrini, che nelle sue
“Ricordanze” postume dichiarò pubblicamente di non essere mai stato
torturato e trattato male durante la sua prigionia. Tra 1851e il 1854 furono pronunciate a Napoli, dai giudici, 42 condanne capitali per reati politici, il re Ferdinando II le mutò tutte: 19 all’ergastolo, 11 a 30 anni, 12 a pene minori. Per i reati di lesa maestà Ferdinando II non volle mai che fosse pronunciata la pena capitale, non voleva che per questo reato fosse “versato sangue umano”. Quanto ai reati comuni commessi nello stesso periodo, furono graziati dal re 7181 imputati, che sommati ai reati politici danno un totale di 9894. Commentava un giornale dell’epoca: “E questo era il RE tiranno”? Don
Giacomo Margotti,
prete
giornalista e teologo, fondatore del giornale “L'Armonia
della Religione con la Civiltà”, futuro deputato alla Camera del nuovo Regno d’Italia, scrisse: “Nel Regno delle Due Sicilie non si trovano debiti, non aggravi, non ladri. Le finanze napolitane sono le più prosperose d’Europa. Non corre anno in Piemonte senza che si contraggono imprestiti; e il re di Napoli non domanda mai denaro a nessuno! Raramente avvengono grassazioni (ossia rapine nelle strade) nel regno di Napoli”. ( Memorie per la storia dei nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 ai nostri giorni –Torino 1864 - pp. 126,127) Un
altro storico, Cantalupo,
nel 1856 commentava: “Noi
delle Due Sicilie abbiamo un torto, di cui ci tocca ogni giorno soffrire
i tristi risultati, quello di non manifestare coi mezzi della pubblicità
quanto di bene presso di noi si opera”
(Sul
progresso morale delle
popolazioni napolitane – p. 30 – Napoli 1856) Fatto sta che in Piemonte in soli cinque anni di libertà, dal 1851 al 1855, furono pronunciate 113 sentenze capitali. Urbano
Rattazzi,
allora ministro di
Grazia e giustizia, nel 1854 scrisse: In
Piemonte
“i
reati contro alle proprietà, e massime quelli commessi nelle campagne,
sono un male talmente esteso e radicato nel paese…”
(Storia dei ladri nel Regno d’Italia
–Torino 1869, p. 34). E
un altro deputato affermò
in parlamento: “I furti di campagna sono una lebbra che ormai si estende sopra
tutta la faccia del paese”.
(Storia
dei ladri nel Regno d’Italia –Torino 1869, p. 11).
In Piemonte si rubava di tutto, anche le toghe dei giudici, ed erano tanti i furti che avvenivano nelle chiese di giorno che (nel 1857) il Vescovo d’Ivrea invitò i parroci a vendere i vasi sacri d’oro e d’argento, e a sostituirli con altri in rame argentato e dorato. (Storia dei ladri nel Regno d’Italia –Torino 1869, p. 19). attribuì
al Piemonte il primato su tutta l’Italia, Alessandro Borella,
giornalista,
medico ed uomo politico piemontese, trovò
nel Piemonte un altro primato e nel 1858
scriveva: “Noi
ci possiamo gloriare che il Piemonte abbia il primato nella parte
tecnica e pratica dei furti”
(Gazzetta
del Popolo, del 24 agosto
1858).) Qual era la
morale dei Borbone? Se,
per esempio, un infelice vicino a perder la vita per la fame, trovava
un'anima benefica, che lo ristori, egli deve al Benefattore la vita: se
lo soccorre ad uscire dalle miserie, a lui deve tutta la felicità. Gli
obblighi dunque de' beneficati sono sempre assoluti: a niuno di essi è
lecito sconoscerlo senza la taccia d'ingrato. La ingratitudine è un
vizio così odioso, e detestabile, che rivolta tutta l'umanità. Ogni
uomo ha interesse ad odiare l'ingrato, perché riconosce in lui uno, che
tende a scoraggiar l'anime benefiche, a bandir dal commercio della vita
la compassione, la bontà, la liberalità, e quel santo desiderio di
giovare, che forma il modo più sacro della Società. Voi
dunque, quanti siete in questa società, rispettate chi vi benefica:
contestategli in ogni occasione i sentimenti della più sincera
riconoscenza: soddisfate a tutt'i suoi desideri: non l'inducete mai a
pentirsi di tutto quello, che vi fa: ma dategli continui motivi di
spandere più sopra di voi le sue beneficenze, e di estenderle sul
vostro esempio sopra degli altri." 4)
Proiezione del video: “Il plebiscito” tratto dal film “Il
Gattopardo”
(tempo 5”) http://www.youtube.com/watch?v=OW50Fbl00fY&feature=related "Quattro
anni fa a Palermo, in uno dei miei soliti viaggi, vidi in una vetrina il
libro di Mack Smith
“Garibaldi e Cavour nel 1860”; lo
comprai e fu una rivelazione. Capii come i miei dubbi circa il vero e il
falso della storia risorgimentale stavano trasformandosi in
certezze e comprai un sacco di altri libri, mentre molti altri li avevo;
e mi misi a leggerli. Mi si chiarirono le idee. Mi convinsi a scrivere
una storia comparata... le cui conclusioni non
possono essere che queste: ignobili
e malevoli calunnie durate più di un secolo a carico dei meridionali e
balle sciocche e in malafede cantate in coro a favore dei
settentrionali. Caro Artieri io credo di aver compiuto un dovere
e tale dovere dovevo compiere proprio perché sono di famiglia
piemontese ed era ora che da un piemontese uscisse la verità per tutto
ciò che è meridionale".
Se Ferdinando II fu definito “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”, che cosa dire di Vittorio Emanuele II? "I
fatti che sto per narrare sono avvenuti sotto i miei occhi; impegno il mio onore sulla loro
verità, e sul fatto che non ne farò alcuna esagerazione. Vorrei
ricordare a questa assemblea che, quando visitai Napoli per la prima
volta, dopo la formazione del regno d'Italia, ero un ardente sostenitore
di re Vittorio Emanuele. Nella
prigione Santa Maria alcuni prigionieri sono detenuti da mesi senza
processo, e che, a quanto hanno assicurato, non sono stati mai nemmeno
interrogati dalle autorità sulle cause della loro carcerazione. La
quarta prigione che visitai fu quella di Salerno. Il direttore fu
estremamente cortese e, saputo dello scopo della mia visita, mi diede il
benvenuto augurandosi che potesse recare qualche positiva conseguenza.
Soggiunse che era costretto, in quel momento, a tenere 1.359 prigionieri
in un carcere che poteva ospitarne 650: tale affollamento aveva
provocato un'epidemia di tifo che aveva ucciso anche un medico e una
guardia. Tra
i prigionieri della prima cella si contavano otto o nove sacerdoti
e quattordici cattolici laici, tutti sospetti oppositori del governo, e
reclusi con quattro o cinque criminali incalliti.
Nella cella successiva c'erano altri 157 detenuti, la maggior
parte dei quali senza processo. Vivevano
lì tutto il giorno, lì dormivano, e tranne una breve passeggiata in un
cortile ridottissimo, questi disgraziati passavano loro vita in quel
luogo, senza sapere perché vi erano finiti. [...] La cella successiva
era un lungo stanzone con soffitto a volta, e vi si trovavano 230
prigionieri. Descrivere lo squallore e la sporcizia in cui questi
derelitti giacevano richiederebbe un'eloquenza che non
possiedo. Tra i prigionieri c'erano uomini di differenti classi sociali
... Un uomo di settanta
anni era ridotto a un relitto umano. Altri erano in prigione da così
tanto tempo, che i loro vestiti cadevano a brandelli... alcuni
erano in tale stato di nudità, da non potersi alzare dalle sedie,
mentre gli passavamo accanto, per attirare la nostra attenzione come
facevano i loro compagni... Taluni non avevano giacche, scarpe, calze,
nulla, se non una vecchia giubba e uno straccio che faceva loro da
camicia. Era una vista pietosa, il fetore terribile, e a questa
assemblea devo ricordare che era il freddo mese di gennaio; che cosa ne
è di loro adesso? Non
oso pensarlo. Il cibo che si consegna loro non sarebbe stato dato
nemmeno al bestiame in Inghilterra.
Lanciai sul pavimento un pezzo del loro pane,
e lo calpestai: era così duro che non riuscii né a frantumarlo né a
schiacciarlo. Un
altro carcere visitato era la Vicaria, una prigione situata nella parte
più densamente abitata e più malsana di Napoli, nella quale erano
ammassati 1.200 reclusi, mentre ce ne potevano stare solo la metà.
Nell'ultima prigione di Nisida vi trovai il conte de Christen, il
Caracciolo e il De Luca, che per quanto ne so, erano stati
giustamente condannati per cospirazione contro il governo. Il conte de
Christen, vedendo la mia riluttanza ad avvicinarmi, mi fece cenno di
accostarmi e disse: "Signore,
apprezzo i vostri sentimenti. Avete pietà di me. Non
compatitemi, ma riservate la vostra pietà per coloro, che degradano il
nome della libertà adottando sistemi come quello di cui io sono
vittima". Il
De Luca era incatenato, con una catena pesantissima, a un brigante
condannato per rapina e omicidio. Era, il De Luca, un gentiluomo
italiano che aveva avuto il torto di professare idee diverse da quelle
del suo governo e il cui delitto era di aver cospirato contro di esso;
ebbene era incatenato col più comune delinquente! Ora,
contro simili sistemi io devo protestare. Non
m'importa se fatti così tenebrosi siano avvenuti sotto il dispotismo di
un Borbone o sotto lo pseudo-liberalismo di un Vittorio Emanuele! Quella
che si chiama Italia unita deve principalmente la sua esistenza alla
protezione e all'aiuto dell'Inghilterra, più che a Garibaldi
e alle vittoriose armate francesi.
Perciò in nome dell'Inghilterra, io devo denunciare tali barbare
atrocità e protesto contro il fatto che ciò venga commesso sotto
l'egida della libera Inghilterra, la quale, così facendo prostituisce
il proprio nome!” ( "La
Rivoluzione italiana" - Patrick Keyes O’Clery ")
; Che
cosa dire di Cavour ? Il
1° giugno 1860 scriveva all'ammiraglio della flotta Piemontese, Persano: "Pregiatissimo
signor Ammiraglio. Alcuni
ufficiali della Marina napoletana avendo manifestati sentimenti italiani
al signor Marchese d'Aste, ho mandato a questo ufficiale, col telegrafo,
l'ordine di coltivare questi sentimenti e di continuare le trattative
apertesi; facendogli facoltà di assicurare a coloro che promuovessero
un pronunciamento della Squadra gradi
e promozioni vantaggiose. [...] Ove ella dovesse spendere qualche
somma di danaro, potrà farlo dandomene immediato avviso col telegrafo,
valendosi della cifra del governatore. (Il
marchese d'Aste era il comandante della nave piemontese, il "Governolo") Il problema che dobbiamo sciogliere è questo: aiutare la rivoluzione, ma far sì che al cospetto d'Europa appaia come atto spontaneo. Ciò accadendo, la Francia e l'Inghilterra sono con noi. Altrimenti non so cosa faranno”. "S.
E. il conte di Cavour
mi avvisa di aver ordinato che fosse messa a mia disposizione una non
lieve somma di danaro, perché me ne servissi a promuovere il
pronunciamento che doveva far partire il RE "(da Napoli). “Mi
si avvisa che
la casa De la Rue di Genova aprirà in Napoli, presso il banchiere De
Gas, il credito di un milione a mia disposizione." "Ho
dovuto eccellenza somministrare altro danaro. Ventimila ducati al
Devincenzi, duemila al console Fasciotti, quattromila al Comitato." "Ma
si assicura
d'altronde che il generale (Garibaldi) non troverà alcun grave ostacolo
durante lo sbarco, stante il contegno della Marina napoletana. Noi
continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per la
rivoluzione, in parte a tergo delle truppe Potrei impossessarmi della flotta napoletana senz'altro al suo passaggio nel canale di Malta. Ma addio allora alle apparenze di neutralità! Il
19 ottobre 1860,
quando Persano
aveva già conquistato Ancona, Cavour
gli scriveva: “M'avvidi
con dispiacere che anche gli ufficiali della Marina napoletana
vorrebbero fare le loro condizioni (come gli ufficiali della marina siciliana).
I napoletani hanno pretese assurde. Vorrebbero
promozioni, come se avessero combattuto. Non prometta nulla; non s'impegni a
niente. L'Austria
ingrossa al confine. Senza che si possa dire con certezza che essa
medita un'invasione, è però evidente che vi si prepara. Quindi la
necessità di far presto, di procurare che
il voto d'annessione (il plebiscito) sia
il più che si può
solenne
ed unanime, e di valersi di esso per cacciare poi il Borbone da
Capua e da Gaeta". Faccia
una leva forzata dei marinai in cotesti porti. Se il codice napoletano
non punisce di morte i disertori in tempo di guerra, pubblichi un
decreto a tale effetto, e, ove ce ne siano, li
faccia fucilare. Il tempo delle grandi misure è arrivato."
(C.
P. Persano - La presa di Ancona - Diario privato politico-militare 1860
- ) Ferdinando
II, quando
salì al trono, l’8 novembre 1830, il suo primo atto fu di ridurre il
suo “stipendio” e le spese della Corte di ben 370 mila ducati annui.
Nel 1862 invece il parlamento italiano, nonostante il debito pubblico fosse altissimo, approvò l’aumento della lista civile (ossia lo tipendio del re) di Vittorio Emanuele II (che solo due anni prima un’altra legge aveva portato a 10 milioni e 750 mila lire annui) a 18 milioni e 30 mila lire annui. Io
non ho letto il
testamento di Vittorio Emanuele II di Savoia ma so che Ferdinando II,
prima di morire, divise il suo patrimonio in 12 parti e ne lasciò la
dodicesima ai poveri e
per la costruzione di chiese: “Si
facciano della mia eredità dodici uguali porzioni: vadano una alla
Regina, e dieci ai miei dieci cari figli. La dodicesima a disposizione
del primogenito, stabilisca Messe per l’anima mia, sussidii a’
poveri, e restauri e costruzioni di chiese nei paesetti che ne
mancassero sul continente e in Sicilia.” Questo era il Re tiranno, la negazione di Dio eretta a sistema di governo! Termino
il mio intervento
con
le parole del piemontese Cesare Bertoletti: "Dopo
quanto è stato esposto, parlare ancora oggi di sistemi retrogradi o di
incapacità, o di ignavia, è cosa da ignoranti o da malevoli e pertanto
chi scrive è convinto che sia dovere di ogni italiano di
rendersi finalmente conto che sia ormai giunta l'ora di rendere
giustizia ed onore a chi, giustizia e onore, merita in larga
misura": Ferdinando II di Borbone.
http://www.youtube.com/watch?v=XyULqIZHbYI
- (tempo 8”) Primo
bilancio del nuovo regno d’Italia Entrate 500 milioni!
Viva Cavour! Spese 800 milioni!!
Viva Garibaldi! Deficit 300 milioni !!! Viva L’Italia!
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