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La
memoria riconquistata
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Pagine
di storia in ricostruzione
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La fine di un
Regno plurisecolare. |
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«In
genere la maggioranza della gente si accontenta di ciò che si sente
raccontare e soltanto raramente si sforza di approfondire le
questioni e di andare oltre le apparenze. Ben venga quindi uno
scritto che finalmente possa servire a coloro che si sentono -uomini
seri che, studiando la storia della loro epoca, vogliano penetrare
al fondo delle cose, e non si contentano di conoscerne la superficie.» (Elena Bianchini
Braglia in "F. Curletti - La verità sugli uomini e sulle
cose del regno d'Italia" pp. 51-52) |
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Appunti di
storia del Dirigente
scolastico Vincenzo Giannone - e mail giannonesa@tiscali.it
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«Una sola cosa
chiediamo che ci sia riconosciuta: il principio da cui siam partiti,
e cioè che la falsità non diventa verità perché viene asserita da
uno statista o da un re, e che il furto non cessa di essere
disonesto e disonorevole quando il bottino è un intero regno
».
(Patrick Keyes O'Clery) |
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Aggiornato
al 25 febbraio 2011 |
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« Traditi ugualmente, ugualmente spogliati
risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure;
ché mai ha durato lungamente l’opera della iniquità,
né sono eterne le usurpazioni»
Francesco.
Dal Proclama Reale ai Popoli delle Due Sicilie
Gaeta, 8 dicembre 1860
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"Per
ricostruire il Sud i meridionali devono riappropriarsi della
propria storia!" |
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Breve storia
del Regno dei Borbone
di Napoli |
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La
mattina del 5 giugno 1861 il Conte di Cavour spirava
l'anima, quando erano scorsi appena sei mesi dal giorno in cui
egli interrogava la Camera, dicendo: « Sapete voi che cosa
accadrà dentro sei mesi? ». Il Conte di Cavour è ora
giudicato da Dio. Gli auguriamo di cuore che negli ultimi istanti
di sua vita egli abbia impetrato da Dio nell'altro mondo un
giudizio più benigno di quello che in questo di lui darà
la Storia. (Civiltà
Cattolica - vol. X - p. 755, Roma 1861)
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Signori |
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"Le grandi catastrofe nel corso della vita dei popoli, come le
bufere e le tempeste, sono nell'ordine naturale dei
fenomeni. I venti furiosi, lo scoppio dei tuoni, lo
strisciare dei fulmini, squarciando e dilacerando le accumulate
nubi, mescolano in mille guise le particelle dell'aria, dimodo
che, purgata di que' miasmi deleteri che la rendevano
miciadiale, ricomparisce più netto e sereno l'azzurro
cielo.
Non
altrimenti tempestose passioni, desideri smodati di cose nuove,
violente insofferenza di ogni freno, recano nella vita
civile de' popoli disordini di ogni sorte e mali senza misura:
imperocché vi ha nel fondo sempre di ogni umana società, un
nodo di persone nelle quali è congenita l'agitazione,
l'irrequietezza, la smania irrefrenabile di turbar l'ordine
pubblico per attuare i disegni più disperati. E questi esseri
pericolosi che stanno in agguato, spiando il momento favorevole
per mandarli ad effetto, bene spesso co' loro mezzi infernali,
traviando la pubblica opnione, preparano, a poco a poco, ma
sicuramente, la rovina di uno Stato il meglio ordinato".(Anonimo
del 1863- )
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Il
Risorgimento italiano? Non è mai esistito! |
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E' stata la più vasta
congiura che ricordi la storia ai danni del pacifico popolo del
Sud Italia. |
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Il risorgimento italiano
così come la
storiografia ce lo ha presentato per tanti anni, con le sue
spontanee, esasperate sollevazioni contro i sovrani legittimi e
le invocazioni del popolo all'indipendenza,
non è in realtà mai
esistito. Le manifestazioni contro i monarchi non erano appunto
che farse messe in scena da un manipolo di piemontesi ben
pagati. La rivoluzione italiana,
come la maggior parte delle
rivoluzioni, ben lungi dall'essere invocate spontaneamente
dal popolo, fu invece consapevolmente voluta e pianificata da
chi del popolo raramente si interessava, mentre questo rimaneva
inerme, impotente spettatore.
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Scrive Curletti,
antico agente segreto di Cavour, nel suo diario:
"Io fui incaricato di questa
missione e mandato da prima con ottanta carabinieri travestiti a
Firenze per mettermi a disposizione di Buoncompagni. Il piano
del movimento fu stabilito in un colloquio che ebbi con
l'Ambasciatore... I miei uomini dovevano dispedersi per gruppi
nei quartieri esterni della città, a dieci ore cominciare a
produrre degli assembramenti colle grida di: "Viva
l'indipendenza... Abbasso i Lorena!" e dirigersi con un
movimento di concentrazione verso il Palazzo Pitti: tosto che il
popolo fosse così diretto noi dovevamo correre alla casse
pubbliche ed impadronircene.
Ricasoli incaricavasi di
fare occupare dai suoi uomini i ministeri, le poste ed il
palazzo granducale". "Io ricevetti... una
gratificazione di seimila franchi".(Elena Bianchini
Braglia in "F. Curletti - La verità sugli uomini e sulle
cose del regno d'Italia" p. 41) |
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Quando il 17
marzo 1848 si
seppe che a Milano e a Vienna era scoppiata la rivoluzione per
ottenere la Costituzione, esplose un'insurrezione a
Milano.Venezia pure insorse e proclamò la repubblica. I milanesi
chiesero aiuto al Piemonte. Carlo Alberto decise di
portare
«quell'aiuto
che il fratello aspetta dal fratello.....
e per meglio dimostrare il sentimento dell'unione italiana,
le nostre truppe portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla
bandiera tricolore italiana».
Tutti i principi italiani e
gli stessi promotori delle insurrezioni
aderirono alla guerra per affermare e ottenere, anche con
le armi, l'indipendenza dall'Austria,
ma non l'annessione al Piemonte.
Vincenzo Gioberti intanto organizzava un Congresso
federativo Torino e Pio IX
sollecitava Carlo Alberto a dar vita alla Lega nazionale
italiana, ma il Re, euforico per le vittorie riportate a Goito,
Monzambano e Valeggio
non aderì a tali sollecitazioni e cominciò
a incitare principati e municipalità
a chiedere l'annessione al Piemonte
mediante plebisciti. A tale scopo mandava un po'
ovunque i suoi emissari per suscitare sommosse e promuovere
movimenti unitari con il regno Sardo-Piemontese.
Iniziò così la storica farsa dei plebisciti
a favore
dell'invasore piemontese nel Risorgimento italiano. I milanesi
e i veneziani si opposero fortemente, ma il plebiscito dell'8
luglio 1848, risultò favorevole al Piemonte e la
conseguenza fu che i Lombardi e i Veneti persero l'entusiasmo e
la voglia di combattere in appoggio all'esercito piemontese.
Essi avevano chiesto di aggregarsi al Piemonte
in una prospettiva confederale, e invece veniva loro offerta
un'annessione pura e semplice. Così Carlo Alberto rimase solo e
fu sconfitto dal maresciallo Radetzky a Custoza il 25
luglio 1848. I milanesi , vistisi traditi, non solo non
l'aiutarono, ma contribuirono ad affrettarne la sconfitta e la
fuga, sparandogli contro e gridando inferociti contro il Re
traditore. - (Gerlando
Lentini - La bugia risorgimentale - Rimini 1999 - ed. Il
Cerchio, pp.13 e ss.) |
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«Noi
Veneziani,
scriveva Daniele Manin, preferivamo essere una Repubblica
indipendente confederata con gli altri Stati italiani. E avremmo
accettato di entrare a far parte di un unico grande Regno
comprendente tutta l'Italia. Se Carlo Alberto si fosse presentato
come un uomo disinteressato; se non avesse fatto una guerra
egoistica per l'ingrandimento del Piemonte; se non avesse proposto
altro che la cacciata dei barbari fuori d'Italia, lasciando agli
italiani il compito di decidere dei propri affari, penso ancor oggi
che avremmo potuto riuscire. Ma le mie speranze svanirono non appena
propose di annettersi Milano; cambiava, infatti, tutto il carattere
della guerra...»
(Gerlando Lentini - La bugia
risorgimentale - Rimini 1999 - ed. Il Cerchio, p.17 - D.M. Smith
- Il Risorgimento italiano, Ed. La Terza, Bari 1987, p.403) |
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"In
un intervento alla Camera del primo luglio 1850, quando ancora
la sua carriera di ministro non è cominciata,
Cavour descrive
con franchezza la pensosa situazione finanziaria del regno
sardo: “Io so quant’altri che, continuando nella via che
abbiamo seguito da due anni, noi andremo difilati al fallimento,
e che continuando ad aumentare le gravezze, dopo pochissimi anni
saremo nell’impossibilità di contrarre nuovi prestiti e di
soddisfare agli antichi”. |
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Dopo gli accordi presi a
Plombiéres,
il 27 luglio 1858, con l'imperatore di Francia Napoleone III,
Cavour si mette subito all'opera per scrivere il copione della
conquista d'Italia: "si tratta di combinare che, all'ora fissata
l'Italia si sollevi come un sol uomo contro gli abborriti
padroni" ad eccezione di Vittorio Emanuele che è l'unico
galantuomo di tutti i regnanti d'Italia! "Lo strumento di questa
esplosione generale è già costruito. Cavour l'ha ideata un anno
fa, col docile concorso dei rivoluzionari Pallavicino, La Farina
e Garibaldi: è la "Società nazionale Italiana" i congegni
occulti della quale si ramificano da Torino sino alle rive
dell'Adriatico, fino alla Calabria, fino alla Sicilia. Adesso
bisogna fissare un piano tattico, nel quale i più piccoli
particolari sono previsti; i capi e i loro principali accoliti
siano individualmente conosciuti: le date, gli scopi, i mezzi, i
sussidi, le parole d'ordine, gli appuntamenti, gli itinerari
siano rigorosamente fissati. Per organizzare tutto questo
meccanismo, la più vasta congiura che ricordi la storia, Cavour
si trova ogni mattina all'alba con La Farina.
(Maurice Palèologue - Cavour - Ed. L. Cappelli Bologna
1929, P.171) |
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Tanto
è drammatica la situazione economica del regno sardo che Pier
Carlo Boggio, mandando alle stampe nell’aprile del 1859 il
pamphlet Fra un mese, scrive: “La pace ora
significherebbe per il Piemonte la riazione e la bancarotta”.
...Ma se la guerra non scoppia per il Piemonte è la fine: è la
bancarotta. Se la guerra non scoppia e la conquista degli stati
italiani non avviene, il Risorgimento va in frantumi e trascina
con sé nella rovina il Regno di Sardegna che su quel mito ha
costruito la propria identità. (Angela
Pellicciari :
Il sud era ricco prima di diventare Italia) |
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E Cavour
disse: il fine giustifica
la corruzione, e l'Italia fu fatta. |
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Il 1° giungo 1860, Cavour
scriveva all'ammiraglio Persano.
"Pregiatissimo
signor Ammiraglio,
Alcuni ufficiali della
Marina napoletana avendo manifestati sentimenti italiani al
signor Marchese d'Aste ho
mandato a questo ufficiale, col telegrafo, l'ordine di coltivare
questi sentimenti e di continuare le trattative apertesi; facendogli
facoltà di assicurare a coloro che promuovessero un pronunciamento
della Squadra gradi e promozioni vantaggiose. [...] Ove Ella dovesse
spendere qualche somma di danaro, potrà farlo dandomene immediato
avviso col telegrafo, valendosi della cifra del governatore". (Il
marchese d'Aste era il comandante della nave piemontese il
"Governolo")
"Il problema che
dobbiamo sciogliere è questo: aiutare la rivoluzione, ma far sì
che al cospetto d'Europa appaia come atto spontaneo. Ciò
accadendo, la Francia e l'Inghilterra sono con noi. Altrimenti
non so cosa faranno."
Scrive
il Persano
nel suo diario:
«S. E. il conte di Cavour mi avvisa di aver ordinato che fosse
messa a mia disposizione una non lieve somma di danaro, perché
me ne servissi a promuovere il pronunciamento che doveva far
partire il Re» da
Napoli.
«...Cavour
mi
avvisa che la casa De la Rue di Genova aprirà in Napoli, presso il
banchiere De Gas, il credito di un milione a mia disposizione.»
Persano relaziona al Conte Cavour: «Ho dovuto eccellenza
somministrare altro danaro. Ventimila ducati al Devincenzi,
duemila al console Fasciotti... quattromila al Comitato.» |
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e ancora, dopo che Persano aveva conquistato
Ancona, scrive Cavour il 19
ottobre 1860 :
"Ho
parlato col Vacca (ex
comandante del vascello napoletano il Monarca, che si
accordò con il Persano affinché la nave fosse catturata
nel porto di Castellammare).
M'avvidi con dispiacere che
anche gli ufficiali della Marina napoletana vorrebbero fare le
loro condizioni (si riferiva agli ufficiali della marina
siciliana).
I napoletani hanno pretese assurde.
Vorrebbero promozioni, come se avessero combattuto. Non
prometta nulla; non s'impegni a niente."
"L'Austria ingrossa al
confine. Senza che si possa dire con certezza che essa medita
un'invasione, è però evidente che vi si prepara..." Quindi
la necessità di far presto, di procurare che il voto
d'annessione (il plebiscito) sia il più che si può
solenne ed unanime, e di valersi di esso per cacciare poi il
Borbone da Capua e da Gaeta".
e subito dopo gli
telegrafava:
"Faccia una leva forzata dei marinai in
cotesti porti. Se il codice napoletano non punisce di morte i
disertori in tempo di guerra, pubblichi un decreto a tale
effetto,
e,
ove ce ne siano, li faccia fucilare. Il
tempo delle grandi misure è arrivato."
(C.P.
Persano - La presa di Ancona - Diario privato politico-militare
1860 - ) |
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Riferisce Persano: "Ma si assicura d'altronde che il generale
(Garibaldi) non troverà alcun
grave ostacolo durante lo sbarco, stante il contegno
della Marina napoletana."
e Cavour: "Non si indebolisca costà. Aiuti le mosse del generale Garibaldi
colle R. navi che ella ha al Faro "(in Sicilia).
"Impedisca, a qualunque costo, che la flotta napoletana passi
all'Austria".
"Potrei impossessarmene
senz'altro al suo passaggio nel canale di Malta", risponde Persano
: "ma addio
allora alle apparenze di neutralità!" "Noi continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per
la
rivoluzione, in parte a tergo delle truppe napoletane che sono a
Salerno, ed altre città." |
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Scrive Cavour il
14 luglio 1860: "La via che segue il generale Garibaldi è piena di
pericoli. Il suo modo di governare e le conseguenze che ha prodotte
ci screditano al cospetto d'Europa. Se i disordini della Sicilia si
ripetessero a Napoli, la causa italiana correrebbe il rischio
di essere perduta al tribunale dell'opinione pubblica, che
renderebbe a nostro danno una sentenza, che le grandi potenze si
affreterebbero di far eseguire. [...] Ella avrà cura di tenersi in
frequenti relazioni col comandante Anguissola e cogli altri
comandanti dei legni napoletani. Quando questi
difettassero di danaro per pagare gli equipaggi, gliene somministri
a titolo d'imprestito." (C.P. Persano
- La presa di Ancona - Diario privato politico-militare 1860 - ) |
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Nel gennaio 1861
Cavour
e Pio IX stavano trattando la cessione di Roma per via amichevole. Negoziatore
ufficioso del governo di Torino presso la Santa Sede era il medico
marchigiano Diomede Pantaleoni; l'11 febbraio 1861, dopo un
ultimo colloquio con Cavour e col ministro dell'interno Minghetti, un
certo Passaglia si recava a Roma con in tasca cento napoleoni
d'oro.
Ma per corrompere i prelati della Curia romana, Pantaleoni era
autorizzato a spendere molto di più .
Scriveva
Cavour: |
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«Le
faccio facoltà di spendere quanto reputerà necessario per amicarsi
gli agenti subalterni della Curia.Quando poi occorresse di ricorrere
a mezzi identici ma sopra larga scala pei pesci grossi, me li
indicherà, ed io vedrò di metterli in opera, valendomi però di
altra via di quella dei negoziatori che saranno lei ed il padre.» |
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Nè
Roma, né Venezia poterono essere comprate dal Conte, il quale non
lesinava i soldoni pur di fare l'Italia. La sua morte, ormai
prossima, lo avrebbe tolto dall'imbarazzo di fornire un rendiconto
- (Mario
Costa Cardol - Venga a Napoli signor Conte - Storia poco nota del
nostro Risorgimento - Ed. Mursia 1996, p. 427) |
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"Dato
che il Risorgimento fu una guerra civile fra le vecchie e le nuove
classi dirigenti, i contadini rimasero neutrali
ad eccezione dei
casi in cui esso venne ad intrecciarsi accidentalmente con
la guerra sociale che essi stessi combattevano in continuità. E'
certo ch'essi non nutrivano un genuino amore per l'unità d'Italia
e che probabilmente non si resero conto di quel che il termine
significasse finchè non penetrò nelle loro case sotto
forma di prezzi e imposte maggiori e di coscrizione obbligatoria.
La loro tendenza naturale era quella di resistere a qualsiasi
esercito invasore che sopraggiungesse a requisire le loro
scarse provviste alimentari, ed in politica costituivano
pertanto una forza controrivoluzionaria"
(Denis
Mack Smith - Storia d'Italia 1861-1969) |
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Il
« piemontese » Bertoletti Cesare ha scoperto... la
cosidetta « ingiustizia » rappresentata dalla formazione
unitaria del Regno d'Italia: una operazione tutta compiuta a
spese e sulla pelle del povero Mezzogiorno. Sembra quasi,
considerando il Risorgimento con gli occhi di Bertoletti,
ch'esso sia stata una grande operazione coloniale: il Nord
dell'Italia sarebbe sceso alla conquista del Sud, non
diversamente da come il Regno d'Italia, nel 1896, nel 1911 e nel
1935 partì in campagna per la conquista dell'Etiopia e della
Libia. |
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Gli
unificatori « piemontesi » dal 1860 in poi non ebbero, verso i
napoletani, i calabresi, i siciliani, i pugliesi e via dicendo,
mano meno pesante dei colonizzatori dell'Africa. Pure essi
muovevano contro un Regno sette volte secolare, modello di
civiltà, di fasto e di eleganza; terra natia di sommi geni del
pensiero e di artisti in pittura, in musica, in architettura di
fama immortale. Il Reame di Napoli non era secondo a nessuno, in
Italia, per opere di modernità (applicazione del vapore, arti
meccaniche, scienze fisiche, arti sanitarie) e per saggezza
amministrativa.
( Bertoletti C. - II Risorgimento visto dall'altra sponda.) |
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Garibaldi |
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Fu filibustiere, pirata dei mari e delle coste
dell'America del Sud, privo di scrupoli, affarista
spregiudicato, fiero, glorioso, compiaciuto e soddisfatto di sé,
ambizioso, presuntuoso ed arrogante. Deve la sua fortuna al
tradimento degli ufficiali corrotti dell'esercito e della marina
napoletana, nonché all'aiuto inglese. Convinto eroe e generale,
voluto e creato dalla stampa dell'epoca, burattino nelle mani di
Vittorio Emanuele e di Cavour , giunse a Napoli acclamato
liberatore. Più volte scampato per maligna fortuna
alla morte, inveisce contro la regia dell'opera, Cavour e La
Farina. Illuso conquistatore di un regno pensa di
poter conquistare tutto, anche lo Stato pontificio. Scrive nelle
sue memorie: Il 7 settembre "io entravo in Napoli mentre
tutto l'esercito meridionale (il suo) trovavasi ancora ben
distante verso lo Stretto di Messina".
( V.Giannone) |
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La spedizione dei Mille? Una commedia tutta cavouriana. |
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"Garibaldi,
lo sfondatore di porte aperte ce
l'ha fatta". E' diventato il padrone assoluto della Sicilia.
Dopo il tradimento del generale Ferdinando Lanza, il 6
giugno 1860 una distesa di soldati borbonici
(circa 20.000) lasciano
l'Isola piangendo: "Eccellenza,
vi quante simmo? E ce ne jammo accussi?"
(I garibaldini sono circa 3000) |
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Un ufficiale napoletano
rimasto
a Messina fino al giorno dell'ultima resistenza, scrisse: " I
napoletani si sono ritirati davanti a Garibaldi non per magia ma
per l'oro. E questo perchè mille non possono battere 100 mila e
uno non può battere cento"
(Lorenzo del
Boca - Indietro Savoia! - Piemme 2003, p. 171)
Durante la battaglia di Milazzo 16
ufficiali delle marina napoletana si rifugiano sulle navi
inglesi chiedendo asilo: Il generale Mundy li caccia via dicendo
che non c'é posto per i traditori.
(Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia
senza censura di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006,
p. 138 - Antonio Pagano - Due Sicilie 1830/1880, p. 114)
"Garibaldi e i suoi estimatori
descrivono la spedizione come
un capolavoro di efficienza e di baldanza guerriera... e si
vantano che sarebbero arrivati fino a Roma...
il deputato
Pier Carlo Boggio, nel 1860 spiegò pubblicamente come in
realtà si svolsero i fatti e come l'avventura garibaldina
fu una
facile paseggiata militare solo grazie all'opera di diplomazia e
di corruzione svolta dal governo sardo. "Il deputato ricorda che
Garibaldi pretende, come condizione per stare ai patti
e consegnare il meridione a Vittorio Emanule, la cacciata di
Cavour dal governo. Ma - si domanda : "Ha Garibaldi il diritto
di porre condizioni? Liberò la Sicilia -sta bene-; ma di grazia,
con quali armi? Il generale risponda: da chi ebbe "i cannoni e
le munizioni da guerra? E le somme ingenti di denaro?"
Boggio
insiste: "Perchè,
Generale entraste in Napoli senza colpo ferire?" Chi ha fatto in modo che "i capi" disperdessero
"le loro truppe"? Garibaldi vuol cacciare Cavour?
Ci spieghi
prima che fine hanno fatto le "somme di pubblica ragione trovate
in Palermo, e delle altre della stessa natura, ma anche più
considerevoli trovate in Napoli!"
(Gilberto
Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza
censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p.
152, 153)
Pietro Borrelli,
massone, scrisse
su una rivista tedesca del 1882: "Non si deve lasciar credere
in Europa che l'unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d'una nullità
intellettuale come Garibaldi. Gli
iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da
Cavour, i cui emissari, vestiti da
merciaiuoli girovaghi, percorrevano l'isola e compravano a
prezzo d'oro le persone più influenti" .(Deutsche
Rundschau, ottobre 1882 - Gilberto Oneto - ivi p. 153) |
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Garibaldi,
nel suo
compiacersi orgogliosamente afferma: "Altra
circostanza ben favorevole alla causa nazionale, fu il tacito
consenso della marina militare borbonica, che avrebbe potuto, se
intieramente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso
la capitale. E veramente i nostri piroscafi trasportavano
liberamente i corpi dell'esercito meridionale lungo il
litorale napoletano, senza ostacoli; ciò che non avrebbero
potuto eseguire con una marina assolutamente contraria".
E
ancora:
"In Napoli più potente che a Palermo aveva il cavourismo
lavorato indefessamente... Quel partito, basato sulla
corruzione, nulla avea lasciato d'intentato. Esso s'era prima
lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere
l'azione nostra alla sola Sicilia, e già un vascello
della marina militare francese era comparso al Faro;
ma ci
valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d'Albione
imponeva al sire di Francia di non mischiarsi delle cose
nostre."
Giunsi
a Marsala l'11 maggio dove "approdammo verso il
meriggio". "Sulla rada di Marsala erano alla fonda due
legni da guerra che si scoprirono esser inglesi"
(combinazione) . "Gli incrociatori borbonici da guerra
avevano lasciato il porto di Marsala nella mattinata, diretti a
Levante, mentre noi giungemmo da Ponente, e si trovarono alla
vista... quando noi entrammo. Dimodoché quando essi giunsero a
tiro di cannone noi avevamo già sbarcato tutta la gente dal
Piemonte, e si principiava lo sbarco del Lombardo. La presenza
dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla
determinazione dei comandanti dei legni nemici, naturalmente
impazienti di fulminarci; e ciò diede tempo di ultimare lo
sbarco nostro. La nobile bandiera d'Albione contribuì anche
questa volta a risparmiare lo spargimento di sangue umano, ed
io, beniamino di cotesti signori degli Oceani, fui per la
centesima volta il loro protetto.
Nei pressi di Calatafimini
"i borbonici, in numero di circa duemila con alcuni pezzi
d'artiglieria.... giunti a tiro, essi cominciarono il fuoco di
carabine e cannoni, continuando ad avanzare verso di noi.
....uno squillo di tromba, suonando una sveglia americana,
fermò il nemico, come per incanto." ...L'ordine di far
pochi tiri fra i nostri si adattava a quella specie di catenacci
che ci aveva regalati il governo sardo, i quali si rifiutavano
quasi sempre di far fuoco. I borbonici non sostennero la
terribile spinta dei maschi campioni della libertà; fuggirono,
e non si fermarono che nella città di Calatafimini, distante
alcune miglia dal campo di battaglia." (dalle Memorie di
Garibaldi)
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Ricciardi,
liberale napoletano, alla tornata del nuovo Parlamento italiano
il 20 maggio 1861, relazionava:
«Il
già esercito borbonico annoverava un effettivo di 93.091
soldati e sotto-ufficiali, e di 2869 ufficiali.
...Vediamo ora che cosa è diventato quest'immenso esercito.
Cominciamo dagli ufficiali. Vi sono due categorie d'ufficiali.
Quelli che dal campo borbonico passarano nel nostro, anche prima
dell'entrata del generale Garibaldi a Napoli, e quelli,
cosiddetti fedeli, quelli cioè, i quali rimasero sotto la
bandiera borbonica fino all'ultimo». .....Io
feci la propaganda nelle caserme, a rischio di farmi fucilare; e
a quanti uffiziali vedeva io diceva: il vostro onor militare è
salvo, perché in Sicilia vi siete battuti contro il general
Garibaldi. ...Gli uffiziali, in generale, rispondevano:
noi siamo
pronti, ma i nostri soldati sono talmente fanatizzati, che ci
fucilerebbero;
e questa è stata una delle principali ragioni per cui è stato
impossibile operare una sollevazione militare, o, per meglio
dire, di procacciare un pronunziamento militare, anche prima
dell'ingresso del general Garibaldi, il quale avrebbe trovato in
Napoli una rivoluzione in piedi ed un esercito intiero. ...
Ma vi pare, o signori,
che senza il lavoro segreto di questi uffiziali, senza il nostro
lavoro, il general Garibaldi avrebbe mai potuto entrare in
Napoli, in una città di 500.000 abitanti, con quattro castelli
gremiti di truppe, e un presidio di 8000 soldati?
Egli entrò solo in Napoli, perché noi gli aprimmo le porte, noi
liberali, con gran numero d'uffiziali, i quali la divisa
borbonica calpestarono e vennero con noi.
Ebbene, questi uffiziali voi
dovete premiarli, e non chiamarli disertori, come ho
sentito da qualche uffiziale superiore; ...Avete ammesso nelle
file dell'esercito italiano il generale Nunziante (bisogna pur
che lo nomini) e poi avete trattato,vedemmo in che modo, non
solo quegli uffiziali che fino all'ultimo sono stati fedeli alla
bandiera borbonica, ma quelli che col rischio della vita si sono
gettati nel nostro campo prima che Garibaldi entrasse a Napoli.
Io potrei nominare gran numero, i quali vennero da me.... |
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Durante la battaglia di Milazzo 16
ufficiali delle marina napoletana si rifugiano sulle navi
inglesi chiedendo asilo: Il generale Mundy li caccia via dicendo
che non c'é posto per i traditori.
(Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia
senza censura di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006,
p. 138 - Antonio Pagano - Due Sicilie 1830/1880, p. 114) |
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"Quando
si recò in Inghilterra nel 1864, festeggiato dai suoi vecchi
alleati, Garibaldi accennò pubblicamente all'aiuto che aveva
ricevuto da lord Palmerston, lord Russel e <<
lord Gladstone>>,
[...] << Parlo
di ciò che so>>,
disse al Christal Palace; <<
il governo inglese... ha fatto moltissimo per la nostra natia
Italia. Senza di essi noi subiremmo ancora il gioco dei Borboni a
Napoli; se non fosse stato per il governo inglese, non avrei mai
potuto passare lo stretto di Messina>>.
( "Il
Risorgimento visto da un nobile irlandese Patrick
Keyes O’Clery...)
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Garibaldi e
il tesoro di Napoli |
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Il giorno dopo l'entrata a Napoli, il 7 settembre 1860,
con un decreto dittatoriale, Garibaldi si attribuisce mano
libera sui depositi pubblici del Banco delle Due Sicilie per
finanziare qualsiasi opera gli sembri opportuna.
Nelle casse napoletane ci sono
più di 33 milioni di ducati (165 milioni di lire piemontesi,
circa 750 miliardi di Euro), che spariscono rapidamente.
Solo "per la causa", e cioé per le spese di guerra,
Garibaldi preleva una cifra pari a circa
500 milioni di Euro
(Aldo
Servidio - L'imbroglio nazionale. Unità e unificazione
dell'Italia 1860-2000, A. Guida Editore 2002, p. 115) .
Al momento della conquista, nel Regno circola moneta per
un valore doppio rispetto a quello di tutti gli altri Stati:
443.200.000 lire di allora contro le 226.000.000 complessive di
tutto il resto della penisola. Il vero capolavoro di gestione
patriottica delle ricchezze (altrui) viene però concepito il
23 ottobre con un decreto che toglie dai beni della
Casa Reale 6 milioni di ducati (1.350
milioni di Euro)
(Aldo Servidio
- L'imbroglio nazionale. Unità e unificazione dell'Italia
1860-2000, op. cit. p. 53)
da distribuire a tutti coloro
che avevano subito ingiustizie e persecuzioni da parte dei
Borbone, "come sollievo delle passate sofferenzze".
Il dittatore e i suoi collaboratori prelevano in
continuazione, con un semplice biglietto scritto e senza fornire
alcuna giustificazione.
(Gaetano Fiorentino -
Cominciò con Garibaldi lo sfascio della nostra economia", in Il
Sud Quotidiano, 24 gennaio 1998)
Nel giro di
due mesi, le casse vengono completamente svuotate, ma non
cessano le richieste.
- (Gilberto
Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza
censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, pp.
166-169) .
Il
generale assegna alla camorra (per
riconoscenza dell'aiuto ricevuto)
un contributo di 75.000 ducati (circa 17
milioni di euro, che preleva dalle casse del Regno delle Due
Sicilie) da distribuire ai bisognosi del popolino (bella
scusa). Subito dopo, con un decreto del 26 ottobre, attribuisce una pensione
vitalizia di 12 ducati mensili (appena 2.700 euro) a Marianna de
Crescenzo (sorella del capo camorrista Tore de Crescenzo)
pudicamente indicata sul documento con il soprannome di Marianna la
Sangiovannara), Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza
Leipnecher e a Pasquarella Proto, e cioè all’intero vertice
femminile della camorra. (Gilberto Oneto) |
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Quale clamore suscitò la
partenza di Garibaldi?
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L'imperatore Napoleone III chiese
spiegazioni al Piemonte. Cavour sostenne che a sua insaputa era
stata organizzata da Garibaldi e che questi erasi impadronito
colla forza dei due bastimenti sui quali erasi imbarcato.
Scrive
l'agente segreto di Cavour, Curletti:
"I due bastimenti a vapore non furono presi a viva forza, ma bensì comperati da Garibaldi.
Ecco in quali condizioni: Medici aveva trattato l'affare col
proprietario Rubettino. Si pensò allora di fare intervenire il
re egli stesso per assicurare, o piuttosto per garantire... Le
cose essendo così combinate, l'atto di vendita fu steso presso
il notaio regio e sottoscritto dal generale Medici per
Garibaldi, Saint-Frond pel re, e da Riccardi per il ministro
Farini... Tosto che fu in possesso dei bastimenti, Garibaldi si
imbarcò co' suoi uomini. Mancandogli peraltro ancora
le munizioni da guerra: si fece vela per Talamona, ove il
governatore dal forte gli
rilasciò la polvere, le cartucce e le
armi dietro un ordine scritto dal ministro della guerra, Fanti". |
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"Qualche tempo dopo (quando
Garibaldi era allora padrone della Sicilia) si vide arrivare a
Livorno, con Nicotera alla testa, un reggimento vestito alla
garibaldina scortato dalla guardia nazionale, e lo si imbarcò
immediatamente per Palermo.
Era null'altro che un reggimento
dell'armata regolare, che erasi spedito in Sicilia, sotto le
spoglie garibaldine.
Nicotera, insieme al brevetto di
colonello, doveva ricevere dal Ricasoli, governatore della
Toscana, 40.000 franchi per prezzo del silenzio che gli si
imponeva. Egli non ne ricevette in conclusione che 30.000: così
non ha taciuto che per tre quarti."
(Elena Bianchini
Braglia in "F. Curletti - La verità sugli uomini e sulle
cose del regno d'Italia" pp. 62-64) |
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Si temeva che Garibaldi, uomo
di azione e spirito cavalleresco, pazzamente ambizioso
della popolarità della strada ed oltre a ciò senza intelligenza
politica e più che mediocre amministratore, non si
lasciava circuire dalle mene repubblicane...Io trovai Napoli nel
più incredibile disordine. Garibaldi... fosse l'inebriamento del
successo o semplice effetto del clima, non era più
riconoscibile. Quando non soddisfaceva la sua passione di
popolarità, facendosi acclamare nelle strade di Napoli, divideva
il suo tempo fra Milady Withe ed Alessandro Dumas, che lo
seguiva dovunque. Egli non vedeva nulla, non si occupava di
nulla e lasciava le cose andare giù per la corrente. (ivi p.
68,69). |
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Bertani,
secretario
(sic) di Garibaldi, era, prima della spedizione della Sicilia
(1860), semplice ufficiale di sanità a Genova facendo delle
visite a 1 franco e 30 centesimi.
Egli è oggi (1861), colonnello
di Stato maggiore, e la sua fortuna, seguendo le valutazioni le
più moderate, non è minore di 14 milioni!!! Non si conosce
l'origine che di 4 milioni. Ed anche di questi non è la più
pura! Furono la mancia che Bertani pretese dai banchieri Adami e
comp. di Livorno per far loro accordare una concessione di
strada ferrata a cui aspiravano" (ivi p.69,70). |
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Fra i Mille di Garibaldi non c'erano
contadini, ma piuttosto studenti, artigiani indipendenti e
"letterati". La spina dorsale della rivoluzione fu
costituita da ex ufficiali come Cavour e Pisacane, marinai come
Bixio e Farini, avvocati come Crispi e Rattazzi, scrittori e
uomini di studio come amari e De Sanctis. D'altra parte, tuttavia,
erano ben pochi gli uomini veramente facoltosi che facevano
parte delle società segrete, in quanto il Risorgimento,
se era
ben lungi dall'avere un carattere popolare,
era comunque una
rivoluzione di diseredati, di teste calde. Una delle sue forze
d'urto era costituita da disoccupati o sottocupati intellettuali,
la stessa categoria di gente che più tradi, in ben altre
circostanze, avrebbe contribuito in modo rilevante al
trionfo di Mussolini". (Denis Mack
Smith - Storia d'Italia 1861-1969, ed.UL Bari 1973, vol. 1, p. 63) |
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Ma
non passa molto tempo perchè i siciliani si accorgano di
aver cambiato solo re, ed in peggio! Le terre promesse
da Garibaldi appartenengono ai baroni e non si possono
toccare! I contadini non aspettano più e occupano le terre.
Fra giugno e luglio ci sono rivolte in tutta l'isola, ma le
terre occupate vengono prontamente restituite ai Baroni, che
hanno aiutato Garibaldi nella conquista dell'Isola.
A
Bronte le terre appartenevano agli inglesi, e guai a
toccarle. Furono date in feudo da Ferdinando IV
all'ammiraglio Nelson e ai suoi discendenti. Gli inglesi
protestano, e prontamente Garibaldi, che deve tutto al loro
aiuto, invia Bixio con ordini ben precisi.
"Bixio era un uomo dal
carattere notoriamente violento e impetuoso... I suoi scoppi
di collera erano terribili. I ribelli, al suo arrivo a
Bronte, ritennero che fosse giunto per aiutarli più che per
"fare giustizia". C. S. Forbes sostiene che uno dei
capintesta della ribellione gli fu portato mentre le truppe
stavano mangiando dopo la lunga marcia di avvicinamento a
Bronte. "Essendosi convinto della colpevolezza dell'uomo,
Bixio disse: -Be', mica posso disturbare i miei uomini in
questo momento-, e, estratto il revolver, gli cacciò una
pallottola nel cranio." L'aspetto più sconcertante fu che
molti di coloro che Bixio fece mettere a morte non erano tra
quelli che s'erano macchiati di atrocità; e, se vennero
fucilati, fu solo perchè, prima che la cittadina fosse in
preda all'anarchia, vi avevano avuto posti di
responsabilità. Uno di essi fu l'infelice sindaco Lombardo,
che non solo era innocente ma aveva tentato di impedire
spargimenti di sangue. Tra i fucilati si contò anche lo
scemo del villaggio. Quel che è peggio, Bixio fece mettere
a morte i condannati a ventiquattro ore della sentenza,
senza che dunque vi fosse nè il tempo nè l'opportunità di un
appello.
(Gilberto
Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza
censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p.
141, 142) . |
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GARIBALDI
SDOGANO' MAFIA E CAMORRA
GILBERTO ONETO, LIBERO del 24/11/2010 a pag. 37
L'ASSESSORE
RISCRIVE LA STORIA COSI' GARIBALDI INVADE LA SICILIA
MATTEO COLLURA, CORRIERE DELLA SERA del 24/11/2010 a pag. 48
COSI'
LE BALLE DEI RISORGIMENTALI HANNO DISTRUTTO IL MITO DEL RISORGIMENTO
CAMILLO LANGONE, FOGLIO del 24/11/2010 a pag. 2
IL
NOSTRO VERO RISORGIMENTO? ARRIVO' CON LO SBARCO AMERICANO IN SICILIA
MARINA VALENSISE, FOGLIO del 24/11/2010 a pag. 2
"UN
SOGNO DI POCHI ELETTI"
Int. a GIOVANNI DE LUNA di M.L., LA STAMPA - INSERTO DOSSIER PIU' del
24/11/2010 a pag. 9
(Pubblicato da Stefano
G. Azzarà) |
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Vittorio
Emanule II....
l'unico galantuomo d'Italia |
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Garibaldi, riferendosi alla prima insurrezione dei siciliani, il 5
maggio 1860 scriveva al re vittorio emanuele: "ma dal momento che si
sono sollevati a nome dell'Unità Italiana, di cui Vostra Maestà, è
la personificazione, contro la più infame tirannia dell'epoca
nostra, non ho esitato a mettermi alla testa della
spedizione". (Cesare Bertoletti - "Il Risorgimento visto
dall'altra sponda" 1967 )
-
Solo i Savoia erano galantuomini, tutti
gli altri erano tiranni. "All'indomani
dell'armistizio
di Vignale del 24 marzo 1849, la città di
Genova
si sollevò contro la monarchia sabauda e il governo. Vittorio
Emanuele, in accordo col governo, inviò subito un corpo di
bersaglieri appoggiati da numerosi pezzi d'artiglieria e guidati dal
generale
Alfonso La Marmora; in pochi giorni la rivolta fu sedata.
Il pesante bombardamento e le successive
azioni di saccheggio e stupro perpetrate da militari portarono alla
sottomissione del capoluogo ligure, al prezzo di 500 morti tra la
popolazione.
Compiaciuto per la repressione
operata, Vittorio Emanuele scrisse una lettera d'elogio al La
Marmora (aprile
1849),
definendo i rivoltosi "vile et infecte race de canailles"
(vile e infetta razza di canaglie) e
invitandolo, comunque, a garantire una maggiore disciplina da parte
dei soldati. (Wikipedia) |
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Vittorio
Emanuele II d'Italia nacque a torino
il 14 marzo 1820.
In ragione della grande
differenza somatica con il padre (Carlo Alberto), già
visibile in tenera età, cominciarono a circolare voci sul
fatto che Vittorio Emanuele non fosse figlio della coppia
reale, ma si trattasse di un bimbo d'origine popolana, preso
per sostituire il vero figlio di Carlo Alberto, morto ancora
in fasce a causa di un incendio nella residenza del nonno.
In effetti, è difficile
credere che il primo Re d'Italia, di bassa statura,
tracagnotto e sanguigno, abbia qualche riscontro genetico
nella figura magra e longilinea ( 2,04 m ) del padre, invece
replicata nel fratello
Ferdinando.[2]
(wikipedia). Sua madre, Maria Teresa d'Asburgo - Toscana,
era figlia di Maria Luisa Borbone figlia di Ferdinando I
Borbone e Maria Carolina d'Austria.
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Alla fine del 1855, Vittorio
Emanuele andò in Francia e in Inghilterra per celebrare la
partecipazione piemontese alla guerra di Crimea. Lo accompagnarono
Cavour e D'Azeglio e il loro primo successo diplomatico fu di
persuaderlo a tagliarsi dieci centimetri dei suoi baldanzosi baffi
piegati all'insù come un manubrio, per non spaventare la regina
Vittoria (Cavour Nigra, vol. 1 p. 14 in
Vittorio Emanuele II di Denis Mack Smith - UL1974, p. 39).
Nel suo diario, Charles Greville
notò che mentre c'era chi trovava il re intelligente, a lui sembrava
piuttosto "un capo di Eruli o di Longobardi": Sua maestà ha un
aspetto che incute timore, è un uomo corpulento, di taglia atletica,
dalle maniere brusche, non raffinato nella conversazione, molto
disinvolto ed eccentrico... il tipo più depravato e dissoluto del
mondo (ivi p. 39). Difatti a Londra avevano temuto che Vittorio
Emanuele potesse scandalizzare la regina rivolgendosi a lei con lo
stesso linguaggio da caserma che aveva usato alle Tuileries (alla
corte dell'impertore dei Francesi). A un certo punto, dopo un
incontro col principe consorte durante il quale il re si era
comportrato in modo poco riguardoso e con scarso tatto, Cavour
giunse al punto di minacciare di andarsene e rientrare in patria
(Massari -Diario p. 413 -
Vittorio Emanuele II di Denis Mack Smith
p. 40).
Un altro commento è quello
dell'ambasciatore prussiano a Londra: "Il re di Sardegna non piace.
Il suo comportamento è molto rozzo e si racconta che dice cose
irripetibili". E da Londra: "Il re di Sardegna non piace qui.
Risulta che non sappia intrattenersi con la gente e che le
conversazioni che conduce con le signore siano più che strane".
Bernstorff osserva che il re sembrava un cinghiale.
(ivi p. 42)
Molti anni dopo V.E., per
divertire i suoi cortigiani, racconterà loro che durante la sua
visita in Inghiterra la figlia maggiore della regina Vittoria
(di 15 anni) si era innamorata di lui e voleva sposarlo. La verità è
ben diversa. V. E., tornato a Torino, inviò in Inghilterra
l'architetto Marocchetti con il segreto compito di presentare
la proposta di matrimonio alla principessa Mary, cugina della
regina, che dotata di carattere, conosceva bene il latino e il
greco, riufiutò l'offerta del sovrano: "Egli è , ne sono
convinta, una brava persona, ma questo non basta a compensare la sua
mancanza di principi e di buone maniere; e come potrei mai
rispettare e stimare un uomo così totalmente grossolano, uno che non
ha neppure la cortesia e la raffinatezza di un gentuluomo per
compemsare le sue debolezze" (ivi p. 43) |
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Quando V.E. giunse a Napoli, una
sola settimana fu sufficiente a dimostrare che questo sovrano rosso
e sgraziato fosse sotto ogni aspetto inferiore al carismo del
dittatore radicale (Garibaldi) e anche al poco stimabile Borbone.
Per le strade vi furono grida di "abbasso Vittorio Emanule, vogliamo
Garibaldi". Il fatto è che il re aveva troppo poco calore e
genialità, troppo poca cortesia e persino poco maestosità per poter
piacere alla grande maggioranza dei napoletani. "Durante il
soggiorno a Napoli Sua Maestà è riuscito a diventare estremamente
impopolare". "L'accoglienza a Vittorio Emanuele è stata tutt'altro
che entusiastica, benchè l'intera città aspettasse con ansia il suo
arrivo. "Il Re galantuomo (un triste equivoco) non fa nulla per
modificare questo stato di cose. Non riesce ad ingraziarseli -o per
lo meno non ci prova" (ivi
p. 128). ...invece
d'incontrare la gente, andava a caccia quasi tutti i giorni, e la
presenza della Rosina lo spingeva a limitare al minimo i suoi doveri
pubblici. In privato, e quel ch'è peggio anche in pubblico, parlava
dei napoletani come di spregevole canaille, che era la
sua espressione favorita per indicare le persone che
disprezzava e detestava. ( ivi - Vittorio
Emanuele II di Denis Mack Smith - UL1974, p. 129) |
|
De Reiset aveva notato, lealtà e
gratitudine per amici e servitori non erano doti che potessero
essere facilmente ascritte a Vittorio Emanule. (Denis
Mack Smith - Vittorio Emanuele II , ivi p.37).
Nel 1878 un amico del re ammise in privato che, se mai un giorno si
fosse scritta una storia imparziale, Vittorio Emanuele vi sarebbe
apparso come un buo re, ma essa gli arebbe certamente
tolto buona parte di quell'aureola artificiale che già lo stava
trasformando in un eroe leggendario (Persano,
lettera pubblicata da Lumbroso in Carteggio di un vinto. p. 571 -
Denis Mack Smith - Vittorio Emanuele II - UL1974, p. 340) |
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Scriveva il
Re Francesco
II
nel suo proclama da Gaeta ai napoletani
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"Ho creduto di buona fede che il
Re di Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi
protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava
col mio Governo un'alleanza intima pei veri interessi d'Italia,
non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per
invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né
dichiarazione di guerra."
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Il
29 aprile 1859 il conte Karl Buol, ministro degli esteri
austriaco, in una lunga circolare inviata alle sedi diplomatiche
austriache, denuncia l'"abuso criminoso del
sentimento nazionale delle popolazioni italiane"
sistematicamente operato dalla corte di Torino che, grazie ad
una "stampa sfrenata", accusa "ipocritamente le
condizioni degli Stati d'Italia" per attribuire al Piemonte
"l'ufficio di liberatore". Il Piemonte che provoca la
guerra non ha affatto a cuore la prosperità della popolazione
italiana... (dal web Pier
Carlo Boggio) |
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Italiani
per forza, non per scelta! |
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L'
ingratitudine.
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«Se
v'ha sulla Terra creatura, che possa in un certo modo gareggiare
colla Divinità, egli è senz'altro il Benefattore. Deve a
questo il beneficato il prezzo del beneficio in tutta la sua
estensione.
Se,
per esempio, un infelice vicino a perder la vita per la fame,
trovava un'anima benefica, che lo ristori, egli deve al
Benefattore la vita: se lo soccorre ad uscire dalle miserie, a
lui deve tutta la felicità. Gli obblighi dunque de' beneficati
sono sempre assoluti: a niuno di essi è lecito sconoscerlo
senza la taccia d'ingrato. La ingratitudine è un vizio così
odioso, e detestabile, che rivolta tutta l'umanità. Ogni uomo
ha interesse ad odiare l'ingrato, perché riconosce in lui uno,
che tende a scoraggiar l'anime benefiche, a bandir dal commercio
della vita la compassione, la bontà, la liberalità, e quel
santo desiderio di giovare, che forma il modo più sacro della
Società.
Voi
dunque, quanti siete in questa società, rispettate chi vi
benefica: contestategli in ogni occasione i sentimenti della
più sincera riconoscenza: soddisfate a tutt'i suoi desideri:
non l'inducete mai a pentirsi di tutto quello, che vi fa: ma
dategli continui motivi di spandere più sopra di voi le sue
beneficenze, e di estenderle sul vostro esempio sopra degli
altri.»
(RE Ferdinando IV di Borbone)
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.....come
a nembo di affamate locuste |
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«E
sì ne avvenne che, come a nembo di affamate locuste, ci vedemmo
assaliti per veder consumato e perduto il prodotto delle
nostre fatighe; tanti nostri capitali accumulati, per processo di
tempo, in fabbriche sontuose, in lavori di arte, in
pubbbliche istituzioni, in opifizi di varia sorte che davano
costante lavoro al povero, e spandevano la pubblica ricchezza in
tutte le parti del paese nostro». (Anonimo
del 1863- Discorso a' posteri sulle vicende del Regno
di Napoli e Sicilia -)
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Come si svolsero i
plebisciti? |
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Scrive Curletti, (agente segreto di
Cavour e capo della polizia politica): "Noi ci eravamo
fatti rimettere i registri parocchiali per stendere le
liste degl elettori. E quindi preparammo tutti i
biglietti. Per le elezioni dei parlamentari locali, come più
tardi pel voto di annessione, un piccolo numero di elettori si
presentò a prendervi parte, ma al momento della chiusura
delle urne, noi vi gettammo dentro i biglietti, naturalmente in
senso piemontese, di quelli che si erano astenuti; non tutti
peraltro, ciò si intende; noi ne lasciavamo da parte qualche
centinaio o qualche migliaio, secondo la popolazione del
collegio. Bisognava bene salvare e apparenze, almeno in faccia
all'estero, perché per l'interno sapevamo a quale espediente
attenerci. [...] In certi collegi questa introduzione di massa
nell'urna dei biglietti degli agenti (noi chiamavamo ciò
completare il voto) si fece con tale sicurezza e con sì poca
attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede più votanti che
elettori inscritti. Vi si rimediò facilmente cona una
rettificaziobe nel processo verbale. Pei biglietti negativi o
ostili al Piemonte, necessari al fine di dare al voto
un'apparenza di sincerità, ne lasciavamo il pensiero agli stessi
elettori. Per ciò che concerne Modena ne posso parlare
scientemente, perchè tutto vi si fece sotto i miei occhi e la
mia direzione. Del resto un metodo perfettamente uguale fu
seguito a Parma ed a Firenze"
(Elena Bianchini
Braglia in "F. Curletti - La verità sugli uomini e sulle
cose del regno d'Italia" pp. 51-52) |
|
Il Plebiscito romano avrebbe avuto luogo il 2
ottobre 1870 con questa formulazione:
"Desideriamo essere uniti
al regno d'Italia, sotto la monarchia costituzionale del re
Vittorio Emanule II e dei suoi successori". A questa
proposizione i Romani furono esortati a rispondere con
un unanime ed enfatico Si.
Coloro che s'incaricarono
dell'organizzazione del plebiscito, avevano l'esperienza delle
consultazioni del 1860, da quelle della Savoia e di Nizza a
quella di Napoli per escogitare gli espedienti da dottare. Tutti
i muri di Roma furono tappezzati di striscioni con la scritta:
"Si vogliamo l'annessione".
Per l'intera giornata di
sabato 1° ottobre si distribuirono nelle vie schede per la
votazione con la scritta Si; e, al Corso,
un
ingegnere francese fu arrestato e trattenuto per un'ora in una
stazione di polizia per aver chiesto ad alta voce dove si poteva
trovare una scheda con la scritta No. ...chiunque lo volesse,
poteva recarsi da un seggio all'altro e votare quante volte gli
piacesse. "Vota presto e vota spesso", si dice sia la
direttiva volta agli elettori dai responsabili della propaganda
politica degli Stati Uniti, e questa massima fu certo messa in
atto nel giorno del plebiscito romano.(
"La Rivoluzione italiana" - Patrick Keyes O’Clery " pp.
726, 727 ) |
|
"Il
Plebiscito diede una schiacciante maggioranza di "sì"
(nel Regno delle Due Sicilie).
Ma a cosa avessero detto sì, gli stessi elettori non
sapevano che vagamente.
Maxime du Camp, testimone oculare,
racconta che la gente si chiedeva: <<Cos'è questa Italia
unita, che significa?>> "
(Indro
Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - ed. Rizzoli Milano 1972,
p. 424)
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E
tiranni
erano i Borboni !!! |
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A Londra il deputato scozzese
McGuire disse in parlamento: "Non vi può essere storia
più iniqua di quella dei piemontesi nell'occupazione dell'Italia
meridionale. [...] In luogo di pace, di prosperità, di contenuto
generale che si erano promessi e proclamati come conseguenza
certa dell'unità italiana, non si ha altro di effettivo
che la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità
schiacciate ed una sognata unione che in realtà è uno scherno,
una burla, un'impostura"(Carlo Alianiello
-La conquista del sud - p.204)
In
Francia, il generale Gemeau disse: "Tra le
osservazioni fatte sui disordini nel Reame di Napoli, si accenna
alla differenza che fanno oggi i rivoluzionari fra
polacchi e napoletani, chiamando questi briganti, mentre
sono vittime delle più feroci persecuzioni, e quelli insorti.
Ma è pur vero che gli uni e gli altri difendono il loro
paese, la loro nazionalità, la loro religione al prezzo dei più
duri sacrifici" (ivi
p.206).
In Spagna il deputato Nocedal disse:
"L'Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno
denominato liberalismo, si stanno sbarbicando dalla
radice tutti i diritti, manomettendo quanto vi ha di santo e di
sacro sulla terra. Italia, dove sono devastati i campi,
incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della
loro dipendenza" (ivi p.207) (in Gigi
Di Fiore - Controstoria dell'unità d'Italia - Bur Rizzoli 2007 -
pp.244, 245).
Il 18 aprile 1863 il
deputato Miceli, che aveva
visto i massacri perpretati dalle truppe in Calabria, dichiarava
che gli uomini venivano fucilati senza neppure uno straccio di
processo. Il generale Bixio si alzò per confermare che quanto
aveva dichiarato Miceli era vero e che poteva attestarlo per
cognizione personale. "Un sistema di sangue", egli esclamò
(Miceli), "è stato stabilito nel Mezzogiorno d'Italia... C'è
l'Italia, là, o signori, e se volete che l'Italia si compia,
bisogna farla con la giustizia e non con l'effusione del
sangue".
Nicotera, un altro garibaldino, disse:
"Il
goveno borbonico", egli disse, "aveva almeno il gran merito di
preservare le nostre vite e le nostre sostanze, merito che
l'attuale governo non può vantare.
Le gesta alle quali
assistiamo possono essere paragonate a quelle di Tamerlano,
Gengis khan e Attila".
"Napoleone III scriveva il 21
luglio al generale Fleury "....un generale, di cui non
ricordo il nome, avendo proibito ai contadini di portare scorte
di cibo quando si recano al lavoro nei campi, ha decretato che
siano fucilati tutti coloro che vengono trovati in possesso di
un pezzo di pane. I Borbone non hanno mai fatto cose simili".
( "La Rivoluzione
italiana" - Patrick Keyes O’Clery
" pp. 528, 529 )
Napoleone III nel luglio, in seguito a un'iniziativa russa,
propose all'Inghilterra di impedire il passaggio dello
Stretto con una crociera navale, ma lord Russel negò
l'adesione, preferendo, a questo punto, la formazione di un
forte regno d'Italia nel centro del Mediterraneo su cui
esercitare la sua influenza.
(Alfonso Scirocco - Garibaldi, - Battaglie, amori, ideali di un
cittadino del mondo - Laterza 2007, p. 279) |
|
Paolo Mencacci:
«Italiano, arrossisco che l’unità d’Italia sia il frutto di tanti
delitti. [...] Nei sette anni di assiduo lavoro che v’impiegai
spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le
cose ch’ero costretto a registrare!»
((Paolo Mencacci,
introduzione al libro "Memorie documentate per la
Storia della rivoluzione italiana" 1879)"
Tutti
questi fatti e detti, raggruppati insieme, si spiegano a
maraviglia, e mostrano l'Europa convertita in una gran borsa
commerciale. Tre negozianti vi entrano: l'Inghilterra, la
Francia, il Piemonte. L'una vi guadagna un trattato di
commercio; l'altra due bellissime provincie; il Piemonte fa il
migliore mercato e si piglia i Ducati, la Toscana e l'Emilia"
e il
Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio. |
|
Giacinto De Sivo:
"La
patria nostra, dalla quale andiam lontano esuli e raminghi, era
buona, era bella, era il sorriso del Signore, la provvidenza la
faceva abbondante e prosperosa, lieta e tranquilla, e gaia e
felice; ell'era il sospiro delle anime gentili, l'amore d'ogni
cuor virtuoso; aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza
di vita; aveva eserciti, flotte, strade, industrie, opifici,
templi e regge meravigliose; avea una stirpe di principi clementi,
ultimi rampolli di S. Luigi; aveva il giovane re Francesco, figlio
della venerabile Cristina, nato napolitano, buono, soccorrevole e
pio."
Le
industrie sono cadute, il
commercio è estinto, la sicurezza è fatta ignota parola. Han saccheggiate le nostre case, han bruttato le regge di ogni
sozzura, i nostri monumenti li han mutilati, esaurito han
l'erario, distrutto l'esercito, rubata la flotta, dispersi gli
opifici, deserti i collegi, le accademie e le università. Han
gettato alla via centomila famiglie d'uffiziali militari e civili,
or morenti dalla fame; ha cacciato da' loro tuguri i pacifici
contadini, han vietato di fatto la coltura de' campi, ha riempiute
le carceri e sin le selpoture di uomini viventi, rei
soltanto d'odiar lo straniero oppressore". (G.
De Sivo - Discorso pe' morti nelle giornate del Volturno
difendendo il reame-)
"La ricchezza
dell'Inghilterra sta nella miseria altrui: perciò suscitano
guerre e tradimenti dappertutto. La Pace sul continente è fuoco
per la Gran Bretagna: perciò deve trafficare in rivolte come
cotone e piatti". |
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"Diciotto
briganti distrutti... altri presi e fucilati... Tutto il
Gargano nello stato di assedio... le masserie
chiuse; fabbricate le porte, bruciate le pagliaia... la gente via
per le campagne non più che con mezzo pane
in tasca". |
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Francesco Durelli: "Nel novembre del 1862
approdando i reali principi d'Inghilterra e di Prussia a Napoli,
fu presentato alle Altezze Loro un indirizzo, dove marchevole
(é) il
seguente fatto: O magnanimo, erede alla corona di Prussia! Non
rattristarti alla vista delle nostre calamità, riservate dalle
sette infernali in queste, un dì fiorenti contrade. Ma quando
farai ritorno presso l'Augusto Genitore, ricordati della nostra
desolazione, ricordati di noi! Gli dirai, che Napoli è travolta
nel pianto, oppressa da feroce dominazione, avvilita, deserta!
Gli dirai, che il reame è retto con verga di ferro da spietati
manigoldi in divisa di soldati! Gli dirai, che sono ancora
fumanti le rovine di 27 nostre città, bruciate dal furore
piemontese; le opulente contrade insaguinate e manomesse; le
campagne biancheggianti do ossami di migliaia d'innocenti
moschettati; le prigioni stipate di centomila infelici; il
reame deserto e squallido, ove miriadi di miseri spogliati
d'impiego, senza tetto, senza sicurtà, domandano pane, e pane
non hanno! Gli dirai, che per libertà la servitù, per legge
l'arbitrio, per prosperità la miseria, per benessere sociale
tutte le calamità, ne ha regalate il Piemonte. Gli dirai in
somma che siamo orfani senza padre, cittadini senza patria,
desolati senza conforto, infelici senza sollievo..." (Francesco Durelli - Colpo
d'occhio sulle condizioni del Reame delle Due Sicile nel corso
del 1862 -p.67,68 - Ed. Ripostes 2010)
|
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O’Clery
riferisce - Massimo D’Azeglio (non certo un
reazionario) nel 1861 si domanda come mai "al sud del
Tronto" sono necessari "sessanta battaglioni e sembra
non bastino": "Deve esserci stato qualche errore; e
bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani,
una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che,
rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo
diritto di dare delle archibugiate".
O’Clery non manca di
registrare giudizi internazionali sulla repressione. Disraeli,
alla Camera dei Comuni, nel 1863: "Desidero sapere in base a
quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci
è permesso discutere su quelle dei Meridione italiano. E’ vero
che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro
patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra
differenza tra i due movimenti" |
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O’Clery riferisce - Tra il
maggio 1861 e il febbraio 1863, l’esercito italiano ha catturato
"con le armi" e perciò fucilato 1038 rivoltosi; ne ha
uccisi in combattimento 2.413; presi prigionieri 2.768.
"Secondo Bonham, console
inglese a Napoli,
sistematicamente favorevole ai piemontesi, c’erano almeno 20
mila prigionieri politici nelle carceri napoletane", ma
secondo altre stime 80 mila. I più - indovinate - in attesa di
giudizio, o addirittura del primo interrogatorio, "senza
sapere di cosa fossero accusati", in celle sovraffollate:
testimonianza di Lord Henry Lennox, un turista di rango che nel
1863 visitò appunto le prigioni di Napoli. (
"Il Risorgimento visto da un nobile irlandese
Patrick Keyes O’Clery... ")
In 10 anni d'occupazione sono
emigrati circa 40.000 abitanti del Sud, circa 123.000
partigiani , "briganti", sono stati fucilati, più
di 43.000 "borbonici" deportati nelle carceri del
Piemonte .
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Nino
Bixio,
autore dell’eccidio di Bronte, nel 1863 proclamò in
Parlamento: "Un sistema di sangue è stato stabilito nel
Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia
si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione
di sangue". |
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Lo
storico Vittorio Gleijeses scrisse (nel suo libro
"La Storia di Napoli" del 1981): "Il
tesoro del Regno delle Due Sicilie rinsanguò le finanze del nuovo
stato... il Piemonte e la Toscana erano indebitate sino ai capelli
ed il regno sardo era in pieno fallimento. L'ex Regno delle Due
Sicilie, quindi, sanò il passivo di centinaia di milioni di
lire del debito pubblico della nuova
Italia..." |
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Cesare Bertoletti:, figlio di piemontesi, venuto a Napoli durante la
prima guerra mondiale, nella primavera del 1918, scrisse in una
lettera all'amico Giovanni Artieri: "Quattro anni fa a
Palermo, in uno dei miei soliti viaggi, vidi in una vetrina il
libro di Mack Smith - Garibaldi e Cavour nel 1860 -; lo
comprai e fu una rivelazione. Capii come i miei dubbi circa il
vero e il falso della storia risorgimentale stavano
trasformandosi in certezze e comprai un sacco di altri libri,
mentre molti altri li avevo; e mi misi a leggerli. Mi si
chiarirono le idee. Mi convinsi a scrivere una storia
comparata.... le cui conclusioni non possono
essere che queste: ignobili e malevoli calunnie durante più di
un secolo a carico dei meridionali e balle sciocche e in
malafede cantate in coro a favore dei settentrionali. Caro
Artieri io credo di aver compiuto un dovere e tale dovere dovevo
compiere proprio perché sono di famiglia piemontese ed
era ora che da un piemontese uscisse la verità per tutto ciò
che è meridionale"
Sta
di fatto che la storia dell'Italia meridionale dalla
metà del 700 ad oggi, e quindi la storia del Regno Borbonico,
delle qualità del suo esercito, della sua marina ( sia da
guerra che mercantile), delle ricchezze o meno delle sue regioni
e soprattutto dell'importanza nazionale ed europea del pensiero
dei filosofi, degli economisti e dei politici meridionali, è
sempre stata falsata, sia ufficialmente, sia dai singoli, e in
modo tale da fare apparire tali regioni come misere, arretrate e
di peso, morale e materiale, per le altre provincie italiane,
mentre invece, è vero esattamente il contrario . Ossia è vero
che con l'unione dell'Italia meridionale al resto della
penisola, tale regione ha dato enormi ricchezze e ne ha ricevuto
in cambio la rovina delle proprie industrie e della propria
agricoltura facendo sempre la parte della Cenerentola, subendo
anche la mortificazione di ricevere aiuti dai vari governi che
si sono succeduti in Italia, come un parente, povero e
svogliato, ne può ricevere da un parente ricco che sa far
pesare il suo dono; mentre l'Italia meridionale ha pieno diritto
di riavere quanto le è stato tolto sia moralmente che
materialemente.
Parlare ancora oggi di
sistemi retrogradi o di incapacità o di ignavia, è
cosa da ignoranti o da malevoli e pertanto chi scrive è convinto
che sia dovere di ogni italiano di rendersi
finalmente conto che sia ormai giunta l'ora di rendere giustizia
ed onore a chi, giustizia e onore, merita in larga misura".
"Ignobili e malevoli calunnie durate più di un secolo a carico
dei meridionali e balle sciocche e in malafede cantate in coro a
favore dei settentrionali"
(Cesare
Bertoletti -
II Risorgimento visto dall'altra sponda.) |
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Antonio Gramsci scrisse "lo Stato Italiano è stato una dittatura
feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le
isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini
poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il
marchio di briganti".
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Gaetano
Salvemini scrisse: "Nel 1860, noi meridionali fummo rovinati in
nome dell'Unità; nel 1887 in nome dell'industria; non ci
mancherebbe altro che fossimo rovinati ora anche in nome della
storia". |
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Lettera
aperta al Presidente della Repubblica [Carlo Azeglio Ciampi] del
15 novembre 2001
"Signor
Presidente, perdoni l’iniziativa, che so attuata anche da
altri e ciò mi conferma nella necessità di levare la voce
perché certi luoghi comuni, ormai diventati insopportabili, non
continuino ad ingannare i semplici.
Partecipavo
con gioia ed intima partecipazione alla «festa dell’unità d’Italia
e delle forze armate» il 4 novembre scorso. Avevamo insieme
pregato in Cattedrale — anche per Lei signor Presidente — e
ci eravamo recati al monumento ai caduti in una mattinata piena
di sole.
Tutto
bello, tutto coralmente sentito, compreso l’inno nazionale d’Italia.
Poi, la doccia fredda: il suo messaggio, signor Presidente. Alti
pensieri, nobili richiami, doverosa partecipazione. In questo
contesto tanto elevato, l’accenno al Risorgimento e,
addirittura, a quel Garibaldi che, creda, ad Isernia, è
tristemente famoso, insieme alle sue truppe mercenarie. Ah,
no, signor Presidente, quel richiamo a una storia, per fortuna
quasi dimenticata, è stato proprio fuori luogo.
Creda
— e glielo dice un pastore della Chiesa cattolica — nessuno
di noi vuole tornare indietro di centocinquant’anni, se non
altro per non riaprire le piaghe sanguinanti; nessuno di noi
vuole ripristinare il regno di Napoli e la dinastia borbonica,
dalla quale peraltro il Sud ha ricevuto grandi benefici; nessuno
di noi vuole rimettere in piedi lo Stato pontificio, sottratto
al legittimo sovrano, con guerra non dichiarata e quindi contro
lo ius gentium, plurisecolare; nessuno di noi vuole
frazionare l’Italia (semmai ci penserà qualche porzione della
nostra classe dirigente); ma nessuno ci potrà convincere della
bellezza esaltante di un’azione che a suo tempo, tutta l’Europa,
per non dire il mondo intero, ha stigmatizzato coralmente;
nessuno potrà accettare l’accomodante esaltazione di un
avventuriero armato che con le sue truppe mise a ferro e fuoco
le pacifiche zone del Sud, tra cui la mia città episcopale. Le
teste tagliate degli iserniani esposte al pubblico ludibrio sono
su stampe e documenti dell’epoca che Ella stessa potrà
reperire. Cerchiamo insieme di costruire un’Italia migliore,
insieme ai nostri giovani, i quali conoscono la storia e
guardano al futuro, senza ripristinare insopportabili
travisamenti di una storia che ormai i più avveduti conoscono.
Le suggerisco, al riguardo, la lettura di un simpatico libro di
una giovane studiosa d’Italia: [Angela Pellicciari,] Risorgimento da riscrivere [. Liberali
& massoni contro la Chiesa, con prefazione di Rocco
Buttiglione e postfazione di Franco Cardini, Ares, Milano
1998].[...]" (Documento
trascritto da Notiziario. Diocesi di Isernia-Venafro,
anno XVIII, n. 11, Isernia 30-11-2001, pp. 39-40, dove è
comparso con il titolo Lettera aperta al Presidente della
Repubblica.
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|
Gabriele Marzocco:
L'inglese,
tiranno in Irlanda, dove migliaia di persone in quegli
stessi anni morivano letteralmente di fame e cinque milioni di
abitanti furono costretti ad emigrare in America, che
opprimeva l'India, che nel 1840-42 aveva costretto la Cina alla
guerra dell'oppio per l'illegale commercio dell'oppio praticato
dalla Gran Bretagna, che nel 1882 bombardò Alessandria
d'Egitto, che nel 1899-1902, in Africa del Sud, s'impadronì dei territori dei Boeri con metodi brutali, "operatore in tutto il mondo di incendi,
fucilazioni e torture vere, accusava falsamente Napoli di
torture". I democratici e civili inglesi
"nel 1848 nell'isola di Cefalonia da essi occupata
condannarono a morte 25 persone a seguito dello scoppio di una
rivoluzione. Nei processi di Napoli neppure uno degli imputati fu
condannato a morte!" (G.
Marzocco in G.
de' Sivo - La Tragicommedia - ed. Il Giglio 1996, p.41)
Nel
1836 scoppiò la questione degli zolfi tra Ferdinado II e
l'Inghilterra. La Sicilia aveva quasi l'esclusiva della
produzione del zolfo. Ferdinando II decise di non rinnovare
l'antico accordo con l'Inghilterra poiché i francesi
offrivano 400.000 ducati in più di quanto pagavano gli
inglesi. Lord Palmerston
di risposta mandò la flotta inglese nel
porto di Napoli e minacciò di bombardare Napoli con 100.000
bombe. Ferdinando II non essendo in grado di contrastare la marina
inglese fu costretto a a sottoscrivere nuovamente la concessione
dello sfruttamento delle miniere di zolfo con gli inglesi, che
vollero essere pagati anche dei guadagni persi . (G.
Marzocco in G.
de' Sivo - La Tragicommedia ) |
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Augusto
Del Noce (filosofo cattolico del '900) nel suo Diario scrisse:
"il cosiddetto Risorgimento italiano è stato un capitolo
della storia dell'imperialismo inglese". |
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Carlo Alianello: "Non
vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi
nell'occupazione dell'Italia meridionale. Vittorio Emanuele era
alleato intimo del papa, e del Re di Napoli; gli ambasciatori
degli uni e degli altri erano nelle rispettive corti; amichevoli
relazioni si conservavano, senza esservi la minima cagione di
querela. Vittorio Emanuele pretese che unico suo scopo era quello
di prevenire ogni possibile rivolta e, sotto questo specioso
pretesto, invase i domini del Re di Napoli e se ne impadronì con
la forza delle armi, dopo averne minato il trono con una
sistematica rete d'infernali perfidie... Intanto, qual è il
risultato? In luogo di pace, di prosperità, di contento generale
che si erano promessi e proclamati come conseguenza certa
dell'unità italiana, non si ha altro di effettivo se non la
stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità
schiacciate, ed una sognata unione che in realtà è uno scherno,
una burla, una impostura". ( da "LA
CONQUISTA DEL SUD" di CARLO ALIANELLO) |
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Angela Pellicciari: Ricordare
la verità storica non è fare la guerra. La guerra è stata
combattuta da un’esiguissima minoranza di italiani che,
disprezzando tutti gli altri (il 98% della popolazione che non
aveva diritto di voto) e definendo sé stessa “liberale”, ha
sconvolto la vita civile, culturale, economica e religiosa dei
vari popoli d’Italia in nome di una morale superiore che
credeva di incarnare. Per fare la pace c’è bisogno di
giustizia. E la giustizia esige che si smetta di raccontare
menzogne. La pacificazione che tutti vogliamo non può che
venire a partire dalla verità dei fatti.
(A.
Pellicciari in "Cavour,
maestro di doppiezza e incoerenza" - Libero New)
L’altro
giorno alla festa dei giovani del PDL ad Atreju il Presidente
Berlusconi, con una battuta, ha
mandato all’aria centocinquanta anni di storiografia
ufficiale. Sponsorizzando il mio primo libro
(Risorgimento
da riscrivere) ha testualmente detto: “in preparazione
per l’anno 2011 del centocinquantenario della storia
d’Italia consiglio a tutti ragazzi e meno ragazzi di andare
a rivedere
la nostra storia degli ultimi 150 anni” perché “è stata
raccontata in una maniera diversa dalla
realtà quindi credo che per una esigenza di verità sia bene
per tutti andarsi a rinfrescare la memoria o a correggere ciò
che è stato scritto erroneamente”.
(da
Libero, 12-09-09)
(S. Berlusconi in
150° dell'unità d'Italia - di A.
Pellicciari ) |
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Lord
Gladstone atterrì tutta l'Europa col racconto degli (falsi)
orrori delle prigioni napoletane.
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Una
delle tante calunnie fatte circolari in l'Europa per screditare i
Borbone. |
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Lord
Henry Lennox, che nell'inverno 1862-63, quando era ammiratore
della Rivoluzione italiana e specialmente di Garibaldi, visitò le
vecchie province napoletane, comunicò le sue impressioni alla
Camera dei Comuni: "I fatti che sto per narrare, disse, sono
avvenuti sotto i miei occhi; impegno il mio onore sulla loro
verità, e sul fatto che non ne farò alcuna esagerazione. Vorrei
ricordare a questa assemblea che, quando visitai Napoli per la
prima volta, dopo la formazione del regno d'Italia, ero un ardente
sostenitore di re Vittorio Emanuele." Dopo aver visitato la
prigione Santa Maria scrisse la seguente protesta sul registro dei
visitatori dopo aver riconosciuto l'estrema cortesia del
direttore: "Ma i sottoscritti non possono fare a meno di
esprimere quanto rincresca che alcuni prigionieri siano detenuti
da mesi senza processo, e che, a quanto hanno assicurato, non
siano stati mai nemmeno interrogati dalle autorità sulle cause
della loro carcerazione". La quarta prigione che
visitò era quella di Salerno. "Il
direttore fu estremamente cortese e, saputo dello scopo della mia
visita, mi diede il benvenuto augurandosi che potesse recare
qualche positiva conseguenza. Soggiunse che era costretto, in quel
momento, a tenere 1.359 prigionieri in un carcere che poteva
ospitarne 650: tale affollamento aveva provocato un'epidemia di
tifo che aveva ucciso anche un medico e una guardia. Tra i
prigionieri della prima cella si contavano otto o nove
sacerdoti e quattordici cattolici laici, tutti sospetti oppositori
del governo, e reclusi con quattro o cinque criminali incalliti.
Nella cella successiva c'erano altri 157 detenuti, la maggior
parte dei quali senza processo. Vivevano lì tutto il giorno, lì
dormivano, e tranne una breve passeggiata in un cortile
ridottissimo, questi disgraziati passavano loro vita in quel
luogo, senza sapere perché vi erano finiti. [...] La cella
successiva era un lungo stanzone con soffitto a volta, e vi si
trovavano 230 prigionieri. Descrivere lo squallore e la sporcizia
in cui questi derelitti giacevano
richiederebbe un'eloquenza che non possiedo. Tra i
prigionieri c'erano uomini di differenti classi sociali:(...) Un
uomo di settanta anni era ridotto a un relitto umano. Altri erano
in prigione da così tanto tempo, che i loro vestiti
cadevano a brandelli... alcuni erano in tale stato di
nudità, da non potersi alzare dalle sedie, mentre gli passavamo
accanto, per attirare la nostra attenzione come facevano i loro
compagni... Taluni non avevano giacche, scarpe, calze, nulla, se
non una vecchia giubba e uno straccio che faceva loro da
camicia. Era una vista pietosa, il fetore terribile, e a questa
assemblea devo ricordare che era il freddo mese di gennaio; che
cosa ne è di loro adesso? Non oso pensarlo. Il cibo che
si consegna loro non sarebbe stato dato nemmeno al bestiame in
Inghilterra. Lanciai sul pavimento un pezzo
del loro pane, e lo calpestai: era così duro che non riuscii né
a frantumarlo né a schiacciarlo." Un altro carcere visitato era
la Vicaria, una prigione situata nella parte più densamente
abitata e più malsana di Napoli, nella quale erano ammassati
1.200 reclusi, mentre ce ne potevano stare solo la metà".
Nell'ultima prigione di Nisida... vi trovai il conte de
Christen, il Caracciolo e il De Luca,
che per quanto ne so, erano stati giustamente condannati per
cospirazione contro il governo... Il conte de Christen,
vedendo la mia riluttanza ad avvicinarmi, mi fece cenno di
accostarmi e disse: "Signore,
apprezzo i vostri sentimenti. Avete pietà di me. Non
compatitemi, ma riservate la vostra pietà per coloro che
degradano il nome della libertà adottando sistemi come quello di
cui io sono vittima".
"Il De Luca
era incatenato, con una catena pesantissima, a un brigante
condannato per rapina e omicidio. Era, il De Luca, un gentiluomo
italiano che aveva avuto il torto di professare idee diverse da
quelle del suo governo e il cui delitto era di aver cospirato
contro di esso; ebbene era incatenato col più comune
delinquente!
Ora, contro simili sistemi io devo protestare. Non
m'importa se fatti così tenebrosi siano avvenuti sotto il
dispotismo di un Borbone o sotto lo pseudo-liberalismo di un
Vittorio Emanuele! Quella
che si chiama Italia unita deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all'aiuto dell'Inghilterra,
più che a Garibaldi
e alle vittoriose armate francesi. Perciò in nome
dell'Inghilterra, io devo denunciare tali barbare atrocità e
protesto contro il fatto che ciò venga commesso sotto l'egida
della libera Inghilterra, la quale, così facendo prostituisce il
proprio nome!"( "La
Rivoluzione italiana" - Patrick Keyes O’Clery
) |
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"Per
ricostruire il Sud i meridionali devono riappropriarsi della
propria storia!"
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La
gratitudine di un siciliano e il Plebiscito del 1860
(video) |
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Ecco coloro che tradirono il Popolo e il Re |
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"I marinai e
i soldati non conobbero la parola tradimento, ma spesso si
sbandarono per mancanza di ufficiali che potessero inquadrarli". |
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Il generale Briganti |
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“Anche Villa San Giovanni si arrese, ma qui i soldati si
ribbellarono a massacrarono il loro comandante, generale
Briganti, che reputarono reo di tradimento.” (Vittorio . Gleijses- La Storia di
Napoli – Soc. Ed. Napoletana ) . "Il generale Fileno Briganti
viene aggredito dai suoi sgtessi soldati che gli rimpriverano di
essersi arreso senza combattere, lo ammazzano a fucilate e ne
scempiano il cadavere" - i soldati udendo che dovevano
ritirarsi nuovamente davanti ai garibaldini, caricarono i fucili
e, con una furiosa raffica, crivellarono di colpi il Briganti e
il suo cavallo, gridando che era un miserabile e che li aveva
venduti". (Patrick O'Clery - La rivoluzione italiana - Come fu
fatta l'unità della nazione - Ed. Ares 2000, p.394) |
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Il
comandante Marino Caracciolo
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Il
6 maggio 1860 il re Francesco II fu avvertito della partenza dei
due vapori "garibaldini"
(il Piemonte e il Lombardo)
da Genova carichi di gente armata diretti in
Sicilia. A Palermo vi erano 20.000 soldati
borbonici. Il re telegrafa e detta istruzioni per la difesa
e l' attacco che vengono puntualmente disattese. Due incrociatori
sono incaricati di sorvegliare le coste: Il Capri e lo Stromboli.
L'11 maggio, individuati i piroscafi di Garibaldi, gli
incrociatori prendono il largo per poi con calma
rientrare a Marsala e, in accordo con gli inglesi presenti nel
porto, dopo due ore finsero di bombardare i garibaldini che
comodamente erano già sbarcati! Il grande eroe Garibaldi
con l'oro e il tradimento, sbarca tranquillamete a Marsala. Il comandante
dell'incrociatore Capri, Marino Caracciolo, dopo pochi
mesi passò ai Piemontesi e attaccò il forte di Baia dopo
l'entrata di Garibaldi a Napoli.
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Il
comandante Amilcare Anguissola
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Il
comandante della fregata borbonica "Veloce"
Amilcare Anguissola, incaricato
di scortare il vapore "Brasile", che portava
truppe a Milazzo, fece rotta per Palermo e consegnò la nave a
Garibaldi, che ne cambiò il nome "Veloce"
in Tukery. (Tukery era il nome di un giovane comandante di una
compagnia di ungheresi che erano sbarcati in Sicilia per dar man
forte a Garibaldi - chi li aveva invitati ? che cosa centravano
gli ungheresi con con il regno di Napoli ? Morì nella battaglia
di Palermo). L'Anguissola (ladro e traditore) organizzò la marina
"garibaldina", catturò alcune navi borboniche che
consengò a Garibaldi. Con la nave il "Veloce"
" i garibaldini"
bombardarono dal mare i soldati borbonici nella battaglia di
Milazzo contribuendo alla sconfitta del valoroso generale Bosco,
che come il Re, nulla poteva contro il tradimento e la viltà.
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Il
colonnello Pironti
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Il
col. Pironti durante la battaglia di Milazzo,
avvenuta dopo che l'esercito
borbonico lasciò Palermo, disponendo di 1200 uomini, sulla
richiesta di rinforzi fatta dal gen. Bosco, inviò in suo soccorso
solo 100 uomini disarmati per assistere i feriti e
costrinse il Bosco a ritirarsi mentre l'Anguissola
lo bombardava dal mare con i cannoni della nave rubata ai Borboni.
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Il
generale Lanza si arrende a Palermo |
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Il generale Lanza,
consigliato dal colonnello Gennaro Gonzales, si arrende a
Palermo (all'arrivo di Garibaldi a Napoli lo si trova nelle
vesti di organizzatore dei festeggiamenti e delle luminarie,
dopo aver ossequiato il generale vittorioso a palazzo d'Angri).
Il Lanza ha evidentemente dato ascolto alle indicazioni della
Massoneria cui é affiliato, ed é stato molto sensibile alle
lusinghe degli ufficialo inglesi e al denaro di Londra
(Max Gallo - La forza di un destino - Milano,
Bompiani, 2000, p. 282 - in Gilberto Oneto -
L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di
Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 126)
Fra le concessioni che
il Lanza fa graziosamente al nemico c'é anche l'occupazione del
palazzo del Banco delle Due Sicilie di Palermo, verso cui
Garibaldi spedisce in gran fretta Crispi con la disposizione di
prelevarvi oltre 1.000.000 di ducati in oro e argento
(circa 225 milioni di Euro) di deposito privati rilasciando una
ricevuta "per spese di guerra", rimasta come simpatico documento
storico e mai naturalmente onorata. (Gilberto
Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza
censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p.
127)
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"L'alba del 9 giugno 1860 vede la vasta
spianata palermitana dei Quattro venti gremita fino
all'inverosimile di soldati borbonici, in attesa per l'imbarco
verso la capitale di un regno ormai vacillante, Napoli.
...Annichiliti, Molti soldati piangono. Non si può, non si deve
operdere così. Improvisamente la selva di baionette inastate
sembra fremere ed ondeggiare, quasi fosse cosa viva. E' il
generale don Ferdinando Lanza che a cavallo, col suo Stato
Maggiore al completo, ha la sfrontatezza di permettersi
un'ultima parata da Viceerè. Uno di qui soldati, forse del
reggimento di linea "Calabria", rompe le righe e si porta
davanti al cavallo del generale. Facendo un ampio gesto
circolkare con la mano, grida disperato quello che pensano in
quel momento tutti i suoi commilitoni: "Eccellenza, vi quante
simmo? E ce ne jammo accussi?" Il caldo sole siciliano illumina
il volto, rigato di lacrime, di quelloscuro soldato
napoletano. Su quel volto, quasi scudisciata, arriva sferzante
la risposta. "Quell'uomo é ubriaco" dice il generale rivolto ai
suoi aiutanti, cercando una compkicità che subito trova" (Orazio
Ferrara - Viva 'o Re. Episodi dimenticati della borbonica guerra
per bande - in Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o
cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il
Cerchio - Rimini 2006, p. 128)
|
|
Il generale Clary |
|
Il 20 luglio si ha lo scontro a Milazzo dove il
solito Beneventano del Bosco (che non è al libro paga sei sardi)
mette ib difficoltà i garibaldini di Medici, subito soccorso
dallo stesso Garibaldi. Le forze in campo erano 6.400
garibaldini (compresi i siciliani e i volontari stranieri, fra
cui spiccano gli inglesi (Alfonso
Scirocco, op. cit. p.269) del colonnello
Jonh Dunn (o Dunne), del maggiore Percy Wymdham, e del sergente
Daniel Dowling, e un gruppo di ufficiali americani) e 6500
napoletani. I garibaldini dispongono di abbondante artiglieria e
di posizioni favorevoli e dell'appoggio dal mare della
nave Tuckory, (ex nave napoletana il Veloce) che aveva
appena cambiato bandiera. Bosco resiste a tutti gli atacchi. Il
23 luglio, su ordine di Clary, che perarltro non si muove da
Messina con i suoi 22.000 uomini e si rifiuta di partecipare
alla battaglia. é costretto a cessare il combattimento. Clary,
in seguito, dichiarera di essere stato forzato alla ritirata e
scriverà in un memoriale : "...il 21 luglio un ordine formale
del ministro Piannell mingiungeva di ritirare le mie truppe in
Calabria e di cedere armati i due forti di Castellaccio e
Gonzaga a Garibaldi, non bastando ciò, io dovevo cedere a questo
capo Siracusa, Augusta e la stessa cittadella di Messina (...)
La storia renderà, io spero, un conto esatto della condotta del
ministro Piannell in tutti i suoi affari disastrosi, essa dirà
come egli ha impedito che noi soccorressimo a Milazzo; come per
i suoi ordini io fui costantemente forzato a rinunciare a tutti
i piani di aggressione per tenermi in ontosa e letargica
aspettativa (...) (Antonio Pagano -Due Sicile 1830/1880, p. 115
- in Gilberto Oneto -
L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di
Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 138)
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Il generale Vial |
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“Nella notte tra il 18 e il 19 agosto Garibaldi passò poi alla
conquista della Calabria. Due giorni dopo attaccò Reggio, difesa
solo dal presidio militare, poiché i 16.000 uomini al comando
del generale Vial non ebbero l’ordine di difendere la città. Il
comandante del presidio, generale Gallotti e il colonnello
Dusmet, che presiedevano la piazza si batterono da valorosi, ma
il 21 la città cadde.
(Vittorio . Gleijses- La
Storia di Napoli – Soc. Ed. Napoletana ). |
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Il
brigadiere Francesco Landi
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1860
- ... il brigadiere Francesco
Landi (vendutosi come tanti ai garibaldini ) "Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma
trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra,
costretto a parlare confessò averla (avuta) da Garibaldi, laonde
per dolore tocco d'apoplessia lo stesso giorno si morì" (G.
de' Sivo - La Tragicommedia del 19.06.1861 - )
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I capitani di vascello: Vacca, Barone e
Vitigliano |
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Entrato a Napoli, Garibaldi decreta:
“Il capitano di vascello Vacca, il capitano di vascello Barone,
il capitano di fregata Vittagliano, sono confermati nel loro
grado, siccome tutti gli ufficiali di marina che diedero le loro
dimissioni per servire la causa italiana”.
(C.P.Persano - La Presa di Acona - ) |
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Il generale Giuseppe Ghio
si arrende a Soveria Mannelli
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Scrive, tra l'altro, il
deputato Pier Carlo Boggio, in un libretto rivolto a Garibaldi
allorchè questi pose condizioni al V. E. per l'annessione
della Sicilia (Pamphlet Cavour o Garibaldi): -Il
generale Ghio comandava un corpo di dieci mila uomini che
poteva darvi non pochi fastidi. Lo sciolse, e vi aprì il passo:
lo premiaste facendolo governatore di Napoli. Stava in questi
giorni conferendo con Bertani - entra Nicotera, lo
squadra, e voltosi furibondo a Bertani: "Che? esclama, qua
costui e in assisa da generale? Ma costui ha combattuto in
Sicilia contro di me... costui mi ha offeso... è un traditore,
un mascalzone..." E il generale Ghio è dal colonello Bertani
messo in arresto, e gli fa il processo!... E chi volete
non preferisca Gaeta e Francesco II a Napoli e Garibaldi, se
così i vostri fac totum rispettano la vostra parola e la vostra
fede? - (in Angela Pellicciari - I panni
sporchi dei mille - p.195 Roma 2003) |
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Il
30 agosto 1860 a Soveria Mannelli ( città italiana
di circa 3.500 abitanti, posta nella Sila Piccola, in provincia di
Catanzaro, al confine con la provincia di Cosenza.) un corpo
dell'esercito borbonico di 12 mila uomini, comandato dal
generale Giuseppe Ghio,
si arrese alle truppe garibaldine di Stocco,
(tenuto a battesimo da Francesco II) uno dei Mille, che
sbarcato in Calabria, organizzò il corpo dei volontari
garibaldini dei Cacciatori della Sila, raggiungendo il grado di
maggior generale il 27 agosto 1860, alla vigilia del disarmo
dell'esercito borbonico del generale Ghio a Soveria Mannelli
il 30 agosto 1860 . (tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ghio
)
Gli
abitanti di Soveria Mannelli, grati a Garibaldi per
averli liberati dalla schiavitù dei Borboni (e resi schiavi dei
Savoia), hanno posto una lapide commemorativa, in occasione
del centenario, sulla casa dove egli si fermò
<< CON LA RESA DELL'ESERCITO
BORBONICO APERTASI LA VIA PER NAPOLI IN QUESTA CASA RIPOSO' LA
NOTTE DEL 30 AGOSTO 1860 GIUSEPPE GARIBALDI
L'EROE PIU' PURO DEL RISORGIMENTO
IL ROMANTICO CAVALIERE DELL'UMANITA'
ODIATORE DI OGNI SCHIAVITU' CHE SEGNANDO I CONFINI DELLA STORA
ENTRO' NELLA LEGGENDA DIVENTANDO UN MITO>>
Garibaldi
sa che a Soveria Mannelli il generale Ghio si sarebbe arreso con
tutti i suoi uomini lasciandogli completamente libera la via
fino a Salerno: per riconoscenza del suo patriottico
atteggiamento verrà nominato da Garibaldi comandante della
piazza di Napoli . Ghio sarà il primo a mettersi la nuova
uniforme piemontese all'arrivo di Garibaldi a Napoli. (
Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia
senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006,
p. 147)
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Commenta lo storico Raffaele
de Cesare . « Si
sbandò Ghio con diecimila uomini a Soveria Mannelli; e così
la strada sino a Salerno, spazzata degli ultimi avanzi di difesa,
restò libera allo incedere del glorioso manipolo, il quale non si
trovò tra i piedi che soltanto dei gruppi di soldati paurosi o
inermi, che salutavano, quasi con terrore, Garibaldi e i suoi al
loro apparire. Lo sbandamento di Soveria fu l'espisodio decisivo
di quella campagna, per il quale si affermò il trionfo della
rivoluzione sul continente, e che ispirò a Garibaldi il celebre
telegramma, da lui dettato a Donato
Morelli, la mattina del 31 agosto, nella casa rustica di
Acrifoglio: "Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi
feci abbassare le armi a diecimila soldati, comandati dal generale
Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila
fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli e immenso
materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta
novella" » (Raffaele
de Cesare, La fine di un Regno) |
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Il
generale Giuseppe Salvatore Pianell
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Dopo
aver frequentato il Real
Collegio Militare della Nunziatella, si mise in luce
nell'esercito delle Due Sicilie nella campagna del 1848-49 per la
riconquista della Sicilia, rimanendo ferito due volte, una a
Palermo e l'altra a Catania. Generale di brigata nel 1855, dopo
aver assicurato i confini degli Abruzzi, venne nominato da
Francesco II, nel 1860, maresciallo di campo. Nel luglio 1860 fu
nominato ministro segretario di Stato della Guerra nel governo
costituzionale di Antonio
Spinelli, (quando Francesco II partì da Napoli, Spinelli
si ritirò dalla vita pubblica rifiutando di aver rapporti con lo
stato unitario) subentrando al maresciallo Giosuè Ritucci.
Rimase alla guida del ministero solo poche settimane. Ancora il 29
agosto la decisione di Pianell era quella di resistere il più
possibile a Garibaldi in Calabria per attaccarlo con 50 mila
uomini fra Eboli e Salerno, o fra Salerno e Napoli, con un
esercito guidato dal re in persona. L'incredibile resa di Ghio a
Soveria Mannelli il 30 agosto 1860 fece perdere fiducia nel
disegno di Pianell, il quale
il 31 agosto chiese di lasciare il servizio, e andò via da Napoli.
(Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Napoli e Sicilia,
) Si ritirò a
Parigi, dove rimase fino dopo la caduta di Gaeta. Nel
1861 fu accettato nell'esercito italiano col grado di generale di
divisione, e come tale partecipante alla
Terza guerra di indipendenza quale comandante della II divisione
di fanteria del I corpo d'armata dell'esercito italiano.
(tratto da Giuseppe Salvatore Pianell - Wikipedia) |
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Il
ministro Liborio Romano
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Di
nobile ed antica famiglia, nato a Patù (Santa Maria di
Leuca) nel 1793, prese parte ai moti del 1820 per cui venne
destituito dall'insegnamento, imprigionato per un breve tempo
e inviato prima al confino e poi in esilio all'estero.
Tornò
a Napoli nel 1848 e partecipò ai moti che condussero alla
concessione della costituzione da parte del re Ferdinando II di
Borbone. Il 15 maggio 1848 fu nuovamente imprigionato e
chiese al ministro di polizia la commutazione della pena
della detenzione in quella dell'esilio.
Nel
1860 Liborio Romano, con la concessione dello Statuto, venne
nominato dal re Francesco II prefetto di Polizia e poi
ministro di polizia.
E
ringraziò così Liborio Romano Francesco II prendendo
contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe
Garibaldi e con essi concordò il tradimento. Fu il Romano a
suggerire e ad insistere perché Francesco II lasciasse
Napoli e partisse alla volta di Gaeta senza opporre resistenza,
...per evitare sommosse e inutili perdite di vite umane. E
come il re partì, il giorno seguente telegrafò a
Giuseppe Garibaldi : " All'invittissimo Generale
Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie, Liborio Romano, ministro
dell'Interno e della Polizia. Con la maggiore impazienza Napoli
attende il suo arrivo per salutarla il redentore d'Italia e
deporre nelle sue mani i poteri dello stato e i propri destini...
Mi attendo gli ulteriori ordini suoi e con illimitato rispetto di
lei, Dittatore invittissimo, Liborio Romano" (
H. Acton - Gli ultimi Borboni di Napoli - ). Il
Re sapeva di Don Liborio, il generale Spinelli lo aveva avvertito.
Prima di partire per Gaeta il Re scherzosamente gli disse
"Don Libò, guardate 'o cuollo!" e lo scaltro
patrono della camorra, scrive Acton, avrebbe ribattuto con la sua
caratteristica prontezza "Sire, farò di tutto per farlo
rimanere sul busto il più a lungo possibile!"
E
con l'oro e il tradimento l'eroe Garibaldi giunse
indisturbato a Napoli e Romano lo ricevette
personalmente alla stazione (utilizzò la ferrovia che da
Salerno, Cava, Nocera giunge a Napoli).
Liborio
Romano fu confermato da Garibaldi ministro dell'interno; il
24 settembre 1860 entrò a far parte del Consiglio di
Luogotenenza, ove rimase fino al 12 marzo 1861. Con le prime
elezioni politiche, dell'appena costituito Regno d'Italia a
spese del secolare Regno delle Due Sicilie , Liborio Romano venne eletto deputato e restò al Parlamento fino
al 1865. Morì a
Patù nel 1867 e sarà ricordato per aver reso il ricco Sud una
povera colonia del Nord!
Riferisce il Persano, circa la metà dell'agosto 1860:
"Mi porto, e traggo a visitare il ministro Liborio Romano in
casa sua. Egli giusstamente mi fa osservare com'ei debba andar
guardingo per non venir preso in sospetto... Mi promette però di
avvisarmi sempre in tempo, ove occorra, affinchè il generale
Nunziante abbia campo di rifugiarsi sulle nostre R. navi, quando
mai ei dovesse farlo cercare dalla polizia. Per ultimo
convenimmo, che ci saremmo veduti il meno possibile per non dar
nell'occhio, e che quand'egli avesse avuto alcun che da farmi
dire, si sarebbe servito del Nisco"
(C.P.Persano -
La Presa di Acona -)
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Il
generale Alessandro Nunziante
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Il
generale Alessandro Nunziante , amico intimo e consigliere fidato
del Re Francesco, nel luglio del '60 passò
al nemico. -
Dopo la perdita della Sicilia ritenne giunto il momento buono
per abbandonare il Borbone, prese contatto con esponenti dei savoia per preparare il suo passaggio nell'esercito
sardo, chiese
le dimissioni dal servizio e vedendo che il re tardava a prenderle
le chiese pubblicamente. La cosa fece
molto scalpore ma non all'interno dell'esercito dove il generale
godeva di nessuna stima. Lasciò Napoli alla volta di Torino e
offrì spudoratamente i suoi servigi a Cavour.
"Il
15 agosto tornò a Napoli per convincere i comandanti dei
battaglioni cacciatori al tradimento, ma fu del tutto inutile,
riuscì solo ad ottenere il disgusto dei suoi antichi sottoposto,
dovette fuggire notte tempo e rientrare come un cane a Torino.
Persino il suo più fedele collaboratore, il capitano Federico
Fiore, smise di ubbidirgli e lo abbandonò, costui sarà tra i
più valorosi sui campi del Volturno".
La
storia dettagliata del tradimento di Nunziante e i documenti che
lo comprovano, tutti firmati da Cavour, sono pubblicati nel diario
dell'ammiraglio piemontese Persano.-(Alessandro Nunziante - Wikipedia)
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Il comandante Vacca |
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Il
comandante del vascello napoletano il Monarca si accordò
con il Persano affinche fosse il vascello catturato nel porto di
Castellammare. La nave doveva essere abbordata alle 11 di sera
mentre il comandante Vacca era a terrà. Questi erano gli
accordi. Il comandante in seconda Guglielmo Acton accortosi in
tempo "chiamò a difesa" e salvò la nave. Per l'attacco i
piemontesi utilizzarono la nave napoletana il "Veloce"
consegnata a Garibaldi dal comandante Anguissola |
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Il generale
piemontese ENRICO CIALDINI - in attesa di giudizio.
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Cialdini
era cavaliere di gran croce
dell'Ordine militare di Savoia. È stato responsabile degli eccidi
di Casalduni, Montefalcione e Pontelandolfo. Fece uccidere
migliaia di persone senza alcuna giustificazione: contadini, preti
e cittadini inermi, esponendo in più occasioni le teste mozzate
degli uccisi per incutere terrore nella popolazione. Massacrò
inutilmente i soldati borbonici difensori di Gaeta mentre si stava
firmando la resa. Per queste sue esecrande azioni fu nominato dal
Savoia Duca proprio di Gaeta. A Napoli, si comportò come un
feroce dittatore, instaurando un sistema di carcerazione su
sospetti, la deportazione e il domicilio coatto.
« Enrico
Cialdini, plenipotenziario a Napoli, nel 1861, del re Vittorio. In
quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta "guerra al
brigantaggio", Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e
per il solo Napoletano: 8. 968 fucilati, tra i quali 64 preti
e 22 frati; 10.604 feriti; 7.112 prigionieri; 918 case
bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 .905 famiglie
perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13. 629 deportati; 1. 428
comuni posti in stato d'assedio. E ne traevo una conclusione
oggettiva: ben più sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la
guerra civile tra italiani ». (tratto
da: Enrico Cialdini
- Wikipedia)
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Cronache
dal nuovo Regno d'Italia
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Il
14 settembre 1860 -
Una brigata garibaldina entra a
Maddaloni, Giacinto de' Sivo
si rifiuta di rendere omaggio a Garibaldi e viene
arrestato. La sua casa è occupata e saccheggiata da Bixio,
Avezzana e Carbonelli per tre mesi, poi lasciata "guasta
e vuota di roba". (G. Marzocco in
G.
de' Sivo - La Tragicommedia - )
30 settembre 1860.
Francesco II scrive ai soldati
Soldati,
poiché i favorevoli eventi della guerra ci spingono innanzi e ci
dettano di oppugnar paesi dall'inimico occupati, obbligo di Re e di
soldato m'impone di rammentarvi che il coraggio ed il valore
degenerarono in brutalità e ferocia quando non sono accompagnati
dalla virtù e dal sentimento religioso. Siate dunque tutti generosi
dopo la vittoria: rispettate i prigionieri che non combattono ed i
feriti e prodigate loro, come i1 14° cacciatori ne ha dato
l'esempio, quegli aiuti ch'è in vostro potere di apprestare.
Ricordatevi pure che le case e le proprietà nei paesi che occupate
sono il ricovero e il sostegno di molti combattenti nelle nostre
file: siate adunque uomini e caritatevoli con gli infelici e
pacifici abitanti, innocenti certamente delle presenti calamità.
L'ubbidienza agli ordini dei vostri superiori sia costante e decisa,
abbiate infine innanzi agli occhi sempre l'onore ed il decoro
dell'Esercito napolitano.
L 'onnipresente Iddio benedirà dall'alto il braccio dei prodi e
generosi che combattono e la vittoria sarà nostra.
Gaeta 30 settembre 1860.
Francesco II
"A Pontelandolfo, nel Molise, trenta donne che si erano
rifugiate intorno alla croce eretta sulla piazza del mercato,
nella speranza di trovarvi scampo agli oltraggi e alla morte,
furono tutte uccise a colpi di baionetta. "
( "La Rivoluzione
italiana" - Patrick Keyes O’Clery " p. 518)
21
ottobre 1860 -
Il Plebiscito a Napoli -
Il
de' Sivo ("Italia
e il suo dramma politico nel 1861", pubblicato a Livorno nel
1861, a pag. 42)
riferisce:
" il plebiscito si svolse in un clima di terrore...
quando a un girar di ciglio un uomo era morto; quando i cartelli
sulle cantonate dichiaravano NEMICO chi votasse pel NO ; quando
battiture e ferite e morti seguivano nelle sale de' comizi; quando
anche l'astenersi era apporto a colpa di stato, in quel terribile
furor di guerra fra cannoni e pugnali e revolvers; quando eran
poste due urne palesi per far che la paura sforzasse la
coscienza e quelle del NO eran coperte da' camorristi; quando
costoro in frotta, di piazza in piazza, votavan le dodici volte;
quando minacce, insinuazioni e promesse sforzavano la volontà;
quando gl'impazienti vincitori, frementi dell'aspettare e del
veder pochi votanti lanciavano a piene mani il SI dentro l'urne;
quando gli scrutinatori moltiplicavanli con la penna,
e ne facevano a forza numero di maggioranza... "
(F. M.
Di Giovine in - G.
de' Sivo - La Tragicommedia - )
Anche Garibaldi e i suoi garibaldini votarono!!!
6
giugno 1861. Il giornale "Union" di Parigi
scrive: "Si sono tolti al
palazzo reale di Napoli, specchi, porcellane dell'antica fabbrica
di Portici... e perfino delle batterie da cucina. Ma ciò che più
è strano, si sono tolti ai due ospedali militari della
Trinità e del Santo Sagramento due enormi mortai di bronzo
cesellati, opera a quanto pretendesi di Benvenuto
Cellini.... Essi sono stati imbarcati per Torino. Infine si è
tentato di rubare notte tempo la celebre porta di bronzo cisellata
che fa il principale ornamento dell'Arco di Trionfo
d'Alfonso d'Aragona nel Castel Nuovo... Il governo per non
sollevare il popolo dichiarò che l'avea fatta smontare per
ripararla". (G. De Sivo - La Tragicommedia del 19.06.1861 -
)
Il
14 febbraio 1861 - Francesco
II si arrende al generale Ciladini. La
resa di Gaeta - Fine del Regno delle Due Sicilie
Nel
1861 il
Tesoro del "Nuovo Regno" era costituito di 668 milioni
di lire, di cui 443 provenivano dal Regno delle Due Sicilie e 27
dal Piemonte e dalla Lombardia!!! (A.
Ciano - Le stragi e gli eccidi dei Savoia - )
Nel
1862 - L'abolizione delle
tariffe protezionistiche provoca il crollo dell'economia del Regno
di Napoli a favore del Nord. Chiudono gli opifici tessili,
l'arsenale di Castellammare, le cartiere, le ferriere, ecc. Le
commesse dei lavori pubblici nel Sud vengono affidate a ditte del
Nord pagate con i soldi dei
"napoletani" ridotti in miseria.
1862
al Parlamento di Torino.- Il
deputato Ferrari, liberale, grida in aula: "Potete
chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera
nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti
hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’
possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini
comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito
regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila
abitanti completamente distrutta e non dai briganti" (Ferrari
allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito il
14 agosto 1861).
Il
10 agosto 1863 -
Gli operai della fabbrica di Pietrarsa
scioperano contro i licenziamenti e l'innalzamento dell'orario di
lavoro da 10 a 11 ore. I Bersaglieri sparano ed uccidono molti
operai.
Nel
gennaio 1864 - La fabbrica la fabbrica di
Pietrarsa, che dava lavoro a circa 7.000 operai, viene
chiusa e le macchine vengono mandate a Genova per
rimodernare l'Ansaldo. (L'azienda
Ansaldo nacque per interessamento del conte
di Cavour, fermamente intenzionato a salvare le moderne
strutture della Taylor
& Prandi, sfortunata azienda meccanica fondata nel 1846
per la costruzione di piroscafi
in ferro che, a causa di sopravvenute difficoltà finanziarie,
aveva chiesto l'intervento dello Stato. Nel 1852,
il ministro Cavour riuscì a coalizzare una solida compagine
imprenditoriale, composta dal banchiere Carlo
Bombrini, dall'armatore Raffaele
Rubattino e dal finanziere Giacomo
Filippo Penco, alla quale impose, promettendo commesse
statali, la direzione del giovane e brillante ingegnere meccanico Giovanni
Ansaldo, scelto tra i docenti dell'ateneo
torinese. Le
intenzioni di Cavour erano di dare vita ad una industria
piemontese per la produzione di locomotive
a vapore e materiale ferroviario, in modo da eliminare le
costose importazioni dei macchinari dall'Inghilterra
e dal regno
delle due Sicilie. - ansaldo Wikipedia).
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Per
annientare i popoli |
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"si comincia con il privarli della memoria. Si
distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia, i loro
simboli, la loro bandiera. E qualcun altro scrive per loro altri
libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra
storia, impone altri simboli ed un'altra bandiera. Dopodiché il
popolo incomincia lentamente a dimenticare quello che è stato.
Fino a quando la memoria storica non viene risvegliata. " (Milan
Kundera - Il libro del riso e dell'oblio)
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E come
Messer
Leonardo Bruni, detto l'Aretino, |
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noi diciamo:
Al
tempo di Napoleone III imperador, i piemontesi, sotto il governo di
Vittorio Emanuele, deliberarono di occupare l'Italia del
sud... e scesero
come Barbari dal nord per conquistare Napoli e la
Sicilia. Erano in miseria ed affamati di ricchezza, e si
posero sul viso la maschera dell'Unità !
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Francesco
II Borbone |
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"Voi
sognate l'Italia e Vittorio Emanuele, ma purtroppo sarete
infelici".
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"Fra
i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i
più grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con
rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso,
quale si addice al discendente di tanti monarchi. A tale uopo
rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa
metropoli, da cui ora debbo allontanarmi con dolore. Una guerra
ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei stati,
nonostante ch'io fossi in pace con tutte le potenze europee. I
mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principi
nazionali e italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la
necessità di difendere l'integrità dello Stato trascinò seco
avvenimenti che ho sempre deplorati. Onde io protesto solennemente
contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà
il suo severo giudizio l'età presente e futura. Il corpo
diplomatico presente presso la mia persona seppe, fin dal
principio di questa inaudita invasione, da quali sentimenti era
compreso l'animo mio per tutti i miei popoli, e per questa
illustre città, cioè garantirla dalle rovine e dalla guerra,
salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, gli
stabilimenti pubblici, le collezioni d'arte, e tutto quello che
forma il patrimonio della sua grandezza, e che appartenendo alle
generazioni future è superiore alla passione di un tempo. Questa
parola è giunta l'ora di compierla. (...) Io sono napoletano, né
potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai
miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. (...) - ( Proclama di
Francesco II)
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Chi
erano i Briganti?
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I Briganti erano
perlopiù giovani soldati "napoletani"
che non vollero passare nell'esercito piemontese o che rifiutarono
la leva militare imposta dai conquistatori. Per essi nessuno ha
scritto una "Spigolatrice di Sapri", eppure erano
giovani e onesti e combatterono per la loro patria come i
partigiani italiani nel 1945. |
|
"Nel 1862 i piemontesi
non contenti di comprimere lo slancio nazionale delle
popolazioni (del sud) per riacquistare la loro autonomia, e la
monarchia legittima, e d'imprigionare migliaia e migliaia di
cittadini, dopo tanti altri esiliati, e raminghi per tutta
l'Europa, hanno stabilito di consolidare il loro dominio
unitario col terrore, quindi essi, ed i loro fautori si sono
dati ad esercitare il mestiere d'incendiarii e di carnefici."
In quanto alle fucilazioni senza giudizio vi sono stati
fatti atrocissimi, che i posteri stenteranno a credere...."
(F. Durelli - ivi) |
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Sulla Spedizione
di Sapri scrisse il Mercantini nel 1857
"Eran
300: eran giovani e forti e sono morti"
(La
maggior parte dei forzati che accettarono di seguire la spedizione
erano di Sapri e dintorni, e si erano macchiati di delitti e
violenze per i quali erano stati condannati ai lavori forzati nel
bagno penale di Ponza.)
|
|
In
soli 4 giorni, dal 23 al 27 aprile 1862, scrive un giornale
dell'epoca, sono stati fucilati ventisette individui (per)
d'ordine del prefetto di Foggia, dalle truppe piemontesi, e fra i
fucilati si contano giovanetti di 19 e 20 anni. Ecco l'elenco dei
briganti fucilati ad Ascoli di Puglia il 23 aprile:
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1. Tommaso
Melcangi, pagliacciello, di anni 19, di Cerignola |
12. Felice
Bartucci, fu Francesco Paolo, di anni 24, di Trani. |
|
2. Fedele
Pesto, di Nicola, di anni 23 di Montecalvo, refrattario alla leva
militare |
13. Donato
Volpi, di Giovanni, di anni 25, di Castiglione (Chieti) |
|
3. Michele
Marinaccio, di anni 22, fu Michele, di Savignano, refrattario come
sopra. |
14. Angelo
Valentino, fu Antonio, di anni 29, di Zapponeto. |
|
4. Matteo
Conti, fu Michele, di anni 22, di Deliceto, refrattario come
sopra. |
15. Vito
Ciottariello, fu Alessandro, di anni 27, di Laviano. |
|
5. Antonio
Santarelli, fu Luigi, di anni 21, di Casaltrinità, refrattario
come sopra. |
16.
Pasaquale Rafino, fu Ruggiero, di anni 26, di Barletta. |
|
6. Gaetano
Macone, fu Domenico, di anni 24, di Montaguto. |
17.
Ruggiero Boraccino, fu Domenico, di anni 27, idem. |
|
7. Gaetano
d'Amato,.... di anni 26, idem |
18.
Bernardino de Simone, fu Antonio, di anni 19, di Mirabella. |
|
8.
Francesco Lena, fu Antonio, di anni 19, di Andretta (Avellino). |
19.
Beniamino Spinelli, di Giovanni, di anni 21, di Caposele. |
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9. Lorenzo
Saporito, fu Gaetano, di anni 25, di Pratola, idem. |
20.
Giuseppe Defurio,.... di anni 26, di Ariano. |
|
10.
Giacomo Giliberti, fu Michele, di anni 33, da Trani. |
21.
Francesco Luiso, fu Domenico, di anni 24, di S. Giorgio. |
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11.
Ruggiero Cappeggia, fu Ignazio, di anni 40, di Barletta. |
"Cui aggiunti i suddetti
(altri) sei formano in totale di 27 fucilati" |
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Foggia 28
aprile 1862. Il Prefetto Gaetano Del Giudice.
(Francesco Durelli -
ivi, p. 109, 110) |
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Nel
1862, i fucilati per arbitrio del potere militare, nel Regno
di Napoli, erano ufficialmente 7000, esclusi quelli uccisi
combattendo. Le bande dei cosiddetti "Briganti" erano
più di quaranta e per dieci anni hanno combattuto contro gli
invasori.
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ARTICOLI
e documenti |
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Angela
Pellicciari:
Il sud era ricco prima di diventare Italia
Angela
Pellicciari: Cavour,
maestro di doppiezza e incoerenza
A.
Pellicciari: Le
belle parole sul Risorgimento che fanno a pugni con la realtà
Angela
Pellicciari: "Scuse
al Vaticano per l’Unità d’Italia"
A.
Pellicciari: L'Italia
unità costò agli italiani censura, pena di morte e miseria
Angela
Pellicciari: Per
non ripetere gli equivoci del Risorgimento
Angela Pellicciari:
150° dell'unità d'Italia
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Ombre
e luci del processo risorgimentale italiano
Anti-Risorgimento
e intellettualità italiana
Da
Repubblica «Superba» a provincia piemontese: Genova nel
Risorgimento
La
conquista del mezzogiorno d'Italia
Dai Borbone a Garibaldi via Cavour.
Ma non chiamatelo trasformismo
Enciclica Non
semel
PIEMONTESI
DI SICILIA (Andrea Camilleri)
La
Sicilia e l'Unità Nazionale senza veli d'ipocrisia
La
prov. di Messina dal 1830 al 1847: elenco infrastrutture
varie
testimonianze sugli abusi dei savoia in Sicilia 1
varie
testimonianze sugli abusi dei savoia in Sicilia 2
La
rivolta di Castellammare del Golfo del 1862
A
colpi di repressione, la Sicilia divenne italiana
Diario
di La Farina, che organizzò la spedizione dei Mille
Il
Risorgimento visto da un nobile irlandese
I
REDENTORI IN SICILIA. (testimonianze agghiaccianti ndr) |
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VIDEO |
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Tg2 Dossier garibaldi
Super Quark - Storia Di Un Eroe, 1
Super Quark - Storia Di Un Eroe, 2
Garibaldi- eroe o cialtrone-
Tg2 Dossier garibaldi
Garibaldi- eroe o cialtrone
Contro Garibaldi !
Il tradimento di Landi a Catalafimi
I Crimini di Garibaldi in
Sicilia
Borboni - Regno delle due Sicilie
Siderno
contro il "risorgimento"
La colonizzazione dura da 146 anni
I Savoia e il Massacro del Sud
Processato per aver scritto un libro !
Indietro Casa Savoia!!!
Beppe Grillo borboni
La reggia di Caserta
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Ulisse - Il Regno delle Due Sicilie - Napoli
Inno Nazionale Regno Due Sicilie Paisiello
Regno di Napoli
-
I SOVRANI DEL REGNO DELLE
DUE SICILIE
AudioVideo
dell' inno delle DueSicilie
-
Napoli 1860- La fine dei Borboni (film 1970)
Alla maggior gloria di S.A.R. Ferdinando II di Borbone
1860 il ruolo dell'Inghilterra
I Falsi Plebisciti (1860)
2007 Civitella del tronto alza bandiera regno due sicilie
REGNO DELLE DUE SICILIE - CIVITELLA FIDELISSIMA
Intervista a Zitara sulle industrie borboniche in Calabria
Convegno a Locri sulle industrie calabresi
"Io NON ho capitolato!"
Gli enigmi del "risorgimento"
Giardino
Inglese
La capitolazione di Gaeta e l'ultimo ordine di Francesco II
- 14.02.1861
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NAPOLI
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"Napoli,
nella seconda metà del '700, era la più popolosa, importante ed
economicamente attiva città d'Italia, grande 4 volte Roma e 2
volte Milano. Era la
seconda città d'Europa (dopo Parigi) e la quinta nel modo, più
grande di New York e di Tokio. Era soprattutto la splendida
capitale barocca, amica delle arti, dei commerci, delle scienze,
straripante di turisti e viaggiatori. Aveva il sistema fognario,
è stata la prima città al mondo ad avere l'acqua corrente nelle
case. L'economia era basata sull'intensa attività portuale.
L'Arsenale per la costruzione di navi, e relativo indotto,
meccanica, setifici, cotonifici, imprese tessili e pastifici
davano lavoro a diecine di migliaia di persone. I Napoletani erano
operai, artigiani, pasticcieri, studenti, mercanti, nobili,
possidenti, ortolani, dottori e professori, mugnai, vinai,
borghesi, fabbricanti di porcellane, piastrelle, arazzi. C'erano
anche i gendarmi, soldati, cocchieri, camerieri, valletti,
stallieri, impiegati nei ministeri, giudici, ecc. "(Alfonso Grasso
- Napoli nel '700
)
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Nella
conferenza internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno
delle Due Sicilie il premio di terzo paese più industrializzato
d'Europa dopo l'Inghilterra e la Francia,
dopo il 1860
fu ridotto a mera provincia, terra di conquista e di
sfruttamento dei Savoia e del Nord!
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Nel
1860 la Campania era la regione più industrializzata
d'Europa mentre il
debito pubblico del Piemonte era di 1.159.970.595,43 (un
miliardocentocinquantanovemilioninovecentosettantamilacinquecentonovantacinque/43).
Altro che liberare i napoletani dai Borboni tiranni! In pochi
mesi d'occupazione piemontese, i liberatori del sud,
trucidarono in nome della libertà circa 9.000 contadini
fedeli ai Borboni.
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Lo
storico piemontese Cesare Bertoletti nell'opera "Il
Risorgimento visto dall'altra sponda" del 1967, al termine
del capitolo XXVIII, dopo aver accennato alle opere pubbliche
realizzate dal Re Ferdinando II tra il 1850 ed 1859, conclude:
"Dopo quanto è stato esposto, parlare ancora oggi di
sistemi retrogradi o di incapacità, o di ignavia, è cosa da
ignoranti o da malevoli e pertanto chi scrive è convinto che
sia dovere di ogni italiano di rendersi finalmente
conto che sia ormai giunta l'ora di rendere giustizia ed onore a
chi, giustizia e onore, merita in larga misura".
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Gli operosi napoletani
di Johann
Wolfgang Goethe
(1787)
...ho
potuto constatare che vi è molta gente mal vestita, ma nemmeno
uno che sia disoccupato... Alcuni
girano con barilotti di acqua gelata, limoni e bicchieri, per
preparare limonate, bevanda alla quale anche il più straccione
non sa rinunziare; altri girano con vassoi di liquori diversi e
bicchierini; altri ancora portano dei vassoi di paste, dolciumi,
agrumi ed altre frutta: si direbbe che tutti vogliano partecipare
e rendere ancor più grandiosa la festa del piacere, che a Napoli
si celebra tutti i giorni.
La
raccolta differenziata..... a Napoli nel 1787
Un
numero rilevante di uomini e di ragazzi, quasi tutti straccioni,
si occupano di trasportare con gli asini i rifiuti fuori della
città. La campagna che circonda Napoli è tutta un immenso orto:
è un piacere osservare l'incredibile quantità di verdura che
viene portata in città tutti i giorni, e come l’industriosità
umana riporti poi alla campagna i rifiuti della cucina, per
concimare la vegetazione. I torsoli e le foglie dei cavolfiori,
dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli, dell'insalata, dell'aglio,
costituiscono una parte notevole della spazzatura della città; e
ognuno cerca di raccoglierne quanto più può. Riempiono, con
un'abilità particolare, i grandi canestri issati sul dorso d’un
asino. Non c'è un orto, che non abbia il suo asino. Servi,
ragazzi, i padroni stessi vanno e vengono dalla città durante la
giornata. Con quale premura questa gente raccoglie anche lo sterco
dei cavalli e dei muli! Quando di notte i ricchi se ne tornano a
casa in carrozza, non pensano che già dall'alba altri uomini
s'industrieranno a seguire le tracce dei loro cavalli.
Non
si fanno quattro passi, questo è vero, senza imbattersi in gente
malvestita, se non lacera; ma questa non è una ragione per
gridare al vagabondo, al perdigiorno. Sarei tentato di
enunciare il paradosso che a Napoli la maggior parte delle
industrie sono forse ancora in mano delle classi più umili.
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Primo bilancio del nuovo regno d’Italia -
Entrate 500 milioni! Viva Cavour!
Spese 800 milioni!! Viva
Garibaldi!
Deficit 300 milioni !!! Viva L’Italia!
Ma quando si hanno cinquecento milioni d’entrata e se ne
spendono ottocento come si fa ad andare innanzi?
Bisogna pensare a far concorrere i popoli secondo i
bisogni! Ecco la conclusione del giornale l’Opinione
e significa bisogna pensare a mettere imposte e sovraimposte, a
squattrinare di qua, a mungere di là, a tosare i Toscani, a
premere i Romagnuoli, a vuotare le tasche de’ Modenesi, de’
Parmigiani, de’ Napoletani, de’ Siculi. Ecco a che cosa bisogna
pensare! E i popoli dovrebbero pensare essi pure la bella sorte
che li attende e i frutti che producono le rivoluzioni”!
(Memorie per la storia de’ nostri tempi dal Congresso di Parigi
nel 1856 ai giorni nostri” Torino 1865) |
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LE CONFESSIONI DI MARIA CAROLINA
- Regina di Napoli - (1768 -
1814)
Nacqui da una madre che reggeva un impero (Maria Teresa
d'Austria), e sin dalla prima infanzia mi persuasi, che
divenuto
regina (e non ne dubitava), dovessi come lei governare lo stato,
"Mi educarono imperialmente, cioè nel disprezzo
dell'umanità, che tutta
io vedeva prostrata ai miei piedi per farsi calpestare.
La natura mi donò la bellezza e l'ingegno; e siccome
sovranamente venusta era la mia genitrice e vaghissime le mie
sorelle, conchiusi che la natura istessa prodigasse
esclusivamente ai principi la beltà ed il genio.
Imparai molte lingue, non esclusa la greca e la latina, studiai
coi miei germani Giuseppe e Pietro Leopoldo le lettere e la
filosofia, e divenni spregiudicata,
spirito forte, e desiderai com'essi quelle riforme che
mettessero fine alle usurpazioni del sacerdozio ed innalzassero
a potenza somma il principato. Libertà, progresso , diritti del
popolo , furono sempre per me parole senza significato.
Considerai sin dalla prima gioventù gli uomini destinali ad
ubbidire ai principi e di null'altro mi occupai."
(tratto
da
"Storie segrete Dei Borboni di Napoli e Sicilia" per GIOVANNI LA
CECILIA. Ed. Salvatore di Marzo, Palermo 1860)
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PADRE ROCCO - 1700 (A. Dumas -I Borboni
di Napoli - Mario Milano editore 1862 - vol. 2 pp.252 ss.)
Nel corso dell'anno 1782 morì a Napoli, in età di 82 anni, un
monaco domenicano, più popolare, e più celebre pe' suoi sermoni,
di quel che non sono stati in Francia Flechier, Fenelon,
Bossuet, ed anche il piccolo Padre
Andrea di faceta memoria.
Questo monaco si chiamava Padre Rocco. Egli era più potente a
Napoli del Sindaco, dell'Arcivescovo, ed anche del Re.
Quando vi era qualche sommossa, qualche rivoluzione, qualche
riunione tumultuosa infine, si mandava a chiamare Padre Rocco.
Padre Rocco arrivava, si metteva all'opera, e,
quasi sempre, aggiustava l'affare.
Egli aveva tre modi di raggiungere questo risultamento, la
persuasione, la minaccia, e il menar delle mani.
Cominciava dal parlare a' recalcitranti con una unzione tutta
speciale, delle ricompense del Paradiso. Se il mezzo falliva,
passava al quadro delle pene dell'inferno, infine, se la
minaccia non aveva migliore riuscita della persuasione, traeva
fuori del suo abito un nerbo di bove, e batteva con tutte le sue
forze il suo uditorio. Bisognava che il peccatore fosse bene
indurito per resistere a quest'ultimo argomento.
Padre Rocco era nato col XVIII secolo, nella parrocchia di S.
Giovanni in Corte, il 4 ottobre 1700. Suo padre si chiamava
Francesc'Antonio MariRuocco. Sua madre, Anna Starace.
La venerazione, in cui si ha a Napoli Padre Rocco, ha fatto
conservare perfino il nome della levatrice, che l'aveva
raccolto. Ella si chiamava Teresa Monaca.
Quest 'uomo di tanto spirito, e sì pronto alla replica avea
trovato fra il popolo di Napoli degli uomini che gli avevano,
come diceva egli stesso, ribattuto il chiodo.
Ecco un aneddoto ch'egli raccontava a questo proposito.
Padre
Rocco e il barcaiuolo.
Padre
Rocco e i lazzaroni
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Luoghi borbonici
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