Pezzi della nostra storia.

 

 

 

Aggiornato al 20 agosto 2010

Dirigente scolastico Vincenzo Giannone -  e mail  giannonesa@tiscali.it

 

Il Risorgimento? "Una grande operazione coloniale."

 

Signori,

"le grandi catastrofe nel corso della vita dei popoli, come le bufere e le tempeste, sono  nell'ordine naturale dei fenomeni.  I venti furiosi, lo scoppio dei tuoni, lo strisciare dei fulmini, squarciando e dilacerando le accumulate nubi, mescolano in mille guise le particelle dell'aria, dimodo che, purgata di que' miasmi deleteri che la rendevano miciadiale, ricomparisce più netto e sereno l'azzurro cielo. 

Non altrimenti tempestose passioni, desideri smodati di cose nuove, violente insofferenza di ogni freno, recano nella  vita civile de' popoli disordini di ogni sorte e mali senza misura: imperocché vi ha nel fondo sempre di ogni umana società, un nodo di persone nelle quali è congenita l'agitazione, l'irrequietezza, la smania irrefrenabile di turbar l'ordine pubblico per attuare i disegni più disperati. E questi esseri pericolosi che stanno in agguato, spiando il momento favorevole per mandarli ad effetto, bene spesso co' loro mezzi infernali, traviando la pubblica opnione, preparano, a poco a poco, ma sicuramente, la rovina di uno Stato il meglio ordinato".(Anonimo del 1863- ) 

 

Se il rendere testimonianza alla verità è un dovere di ogni italiano, penso di adempierlo, pubblicando queste  pagine sulla storia del Regno delle Due Sicile. 

"Per annientare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia, i loro simboli, la loro bandiera. E qualcun altro scrive per loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra storia, impone altri simboli ed un'altra bandiera. Dopodiché il popolo incomincia lentamente a dimenticare quello che è stato. Fino a quando la memoria storica non viene risvegliata. " (Milan Kundera - Il libro del riso e dell'oblio) 

 

Nel 1879, lo storico Paolo Mencacci scriveva:

 "Italiano, arrossisco che l’unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. [...] Nei sette anni di assiduo lavoro che v’impiegai spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le cose ch’ero costretto a registrare! " (Paolo Mencacci, introduzione al  libro "Memorie documentate per la Storia della rivoluzione italiana" )

 

Messer Leonardo Bruni, detto l'Aretino,

 nel Proemio dell'opera  "La guerra dei Goti", scritta nella seconda metà del 1300 , affermava:  "... è cosa notabile di un diligente volere sapere la origine et progressi de la patria sua et le cose che gli sono accadute per gli tempi passati; et oltra questo, perché ciascuno desidera di sapere la cognitione et la historia, che ha in sè grande dilettazione dell'animo et molta utilità per gli essempi de simili principii et fini, che prendiamo cognitione d'infinite cose..." - Al tempo di Zenone imperador, li gothi, sotto il governo di Theodorico, deliberarono  di occupare Italia... -

 

Al tempo di Napoleone III imperador, i piemontesi, sotto il governo di Vittorio Emanuele, deliberarono  di occupare l'Italia del sud... e scesero  come Barbari dal nord per conquistare Napoli  e la Sicilia. Erano in miseria ed affamati di ricchezza, e si posero sul viso la maschera dell'Unità !  

"Tutti questi fatti e detti, raggruppati insieme, si spiegano a maraviglia, e mostrano l'Europa convertita in una gran borsa commerciale. Tre negozianti vi entrano: l'Inghilterra, la Francia, il Piemonte. L'una vi guadagna un trattato di commercio; l'altra due bellissime provincie; il Piemonte fa il migliore mercato e si piglia i Ducati, la Toscana e l'Emilia."  e il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio. (Paolo Mencacci )

Italiani per forza, non per scelta!

"Voi sognate l'Italia e Vittorio Emanuele, ma purtroppo sarete infelici". 

(Francesco II)

"Fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi. A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa metropoli, da cui ora debbo allontanarmi con dolore. Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei stati, nonostante ch'io fossi in pace con tutte le potenze europee. I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principi nazionali e italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la necessità di difendere l'integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorati. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l'età presente e futura. Il corpo diplomatico presente presso la mia persona seppe, fin dal principio di questa inaudita invasione, da quali sentimenti era compreso l'animo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioè garantirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d'arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alla passione di un tempo. Questa parola è giunta l'ora di compierla. (...) Io sono napoletano, né potrei  senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. (...) - ( Proclama di Francesco II)

 

"E' giunta l'ora di rendere giustizia ed onore a chi, giustizia e onore, merita in larga misura." 

 

 
 
 
 

L' ingratitudine è un vizio così odioso, e detestabile, che rivolta tutta l'umanità. 

"Se v'ha sulla Terra creatura, che possa in un certo modo gareggiare colla Divinità, egli è senz'altro il Benefattore. Deve a questo il beneficato il prezzo del beneficio in tutta la sua estensione. 

Se, per esempio, un infelice vicino a perder la vita per la fame, trovava un'anima  benefica, che lo ristori, egli deve al Benefattore la vita: se lo soccorre ad uscire dalle miserie, a lui deve tutta la felicità. Gli obblighi dunque de' beneficati sono sempre assoluti: a niuno di essi è lecito sconoscerlo senza la taccia d'ingrato. La ingratitudine è un vizio così odioso, e detestabile, che rivolta tutta l'umanità. Ogni uomo ha interesse ad odiare l'ingrato, perché riconosce in lui uno, che tende a scoraggiar l'anime benefiche, a bandir dal commercio della vita la compassione, la bontà, la liberalità, e quel santo desiderio di giovare, che forma il modo più sacro della Società.

Voi dunque, quanti siete in questa società, rispettate chi vi benefica: contestategli in ogni occasione i sentimenti della più sincera riconoscenza: soddisfate a tutt'i suoi desideri: non l'inducete mai a pentirsi di tutto quello, che vi fa: ma dategli continui motivi di spandere più sopra di voi le sue beneficenze, e di estenderle sul vostro esempio sopra degli altri." (RE Ferdinando IV di Borbone)

La gratitudine di un siciliano e il  Plebiscito del 1860   (video)

 

Ricordare la verità storica non è fare la guerra.

Ricordare la verità storica non è fare la guerra. La guerra è stata combattuta da un’esiguissima minoranza di italiani che, disprezzando tutti gli altri (il 98% della popolazione che non aveva diritto di voto) e definendo sé stessa “liberale”, ha sconvolto la vita civile, culturale, economica e religiosa dei vari popoli d’Italia in nome di una morale superiore che credeva di incarnare. Per fare la pace c’è bisogno di giustizia. E la giustizia esige che si smetta di raccontare menzogne. La pacificazione che tutti vogliamo non può che venire a partire dalla verità dei fatti. (A. Pellicciari in "Cavour, maestro di doppiezza e incoerenza" - Libero New)

 

Tommaso Fazello  nella - Historia di Sicilia - del 1573 scriveva:

 "Considerando io quanto sia grande il frutto, che si riporta dalla lettione  della historia, per esser quella (come si dice) la maestra della vita, non posso se non sommamente  maravigliarmi di tutti coloro, i quali non attendono a questa non meno honorata, ch’à tutti necessaria professione. Et cosi all’incontro con grandissime lodi per insino al cielo inalzare tutti quelli altri, che di questo degno studio sono infiammati. Perche dall’essempio di molte cose variamente e in varii tempi accadute a molti uomini, agniuno, il quale habbia mediocre giudicio, saprà facilmente regolare le sue attioni, e a quel fine indrizzarle, che per naturale inclinatione da tutti pare che si desideri: la qual cosa non si può altramente ottenere, che per il mezzo della historia: perché altro non è la nostra prudentia, ch’una scientia acquistata dalla osservatione delle cose passate, con l’essempio delle quali noi ci indrizziamo a guidare le presenti e à provvedere alle future." (Tommaso Fazello - Dell’ historia di Sicilia – Venezia 1573)

 

 
 

I Borbone di Napoli avevano un grande difetto, perdonavano sempre !

Riconoscente,  il Consiglio comunale  ha deliberato il 30 dicembre 2009,  su proposta del  dirigente scolastico Vincenzo Giannone, di intitolare la scuola primaria di via Genova a Ferdinando II di Borbone nel  150° anniversario della sua morte avvenuta il 22 maggio 1859.

 

 

IL PIANTO DI NAPOLI

"Nel novembre del 1862 approdando i reali principi d'Inghilterra e di Prussia a Napoli, fu presentato alle Altezze Loro un indirizzo, dove marchevole (é) il seguente fatto: O magnanimo, erede alla corona di Prussia! Non rattristarti alla vista delle nostre calamità, riservate dalle sette infernali in queste, un dì fiorenti contrade. Ma quando farai ritorno presso l'Augusto Genitore, ricordati della nostra desolazione, ricordati di noi! Gli dirai, che Napoli è travolta nel pianto, oppressa da feroce dominazione, avvilita, deserta! Gli dirai, che il reame è retto con verga di ferro da spietati manigoldi in  divisa di soldati! Gli dirai, che sono ancora fumanti le rovine di 27 nostre città, bruciate dal furore piemontese; le opulente contrade insaguinate e manomesse; le campagne biancheggianti do ossami di migliaia d'innocenti moschettati; le prigioni  stipate di centomila infelici; il reame deserto e squallido, ove miriadi di miseri spogliati d'impiego, senza tetto, senza sicurtà, domandano pane, e pane non hanno! Gli dirai, che per libertà la servitù, per legge l'arbitrio, per prosperità la miseria, per benessere sociale tutte le calamità, ne ha regalate il Piemonte. Gli dirai in somma che siamo orfani senza padre, cittadini senza patria, desolati senza conforto, infelici senza sollievo..." (Francesco Durelli - Colpo d'occhio sulle condizioni del Reame delle Due Sicile nel corso del 1862 -p.67,68 - Ed. Ripostes 2010)

Le atrocità -

Italiani per forza e non per scelta!

"Nel 1862 i piemontesi non contenti di comprimere lo slancio nazionale delle popolazioni (del sud) per riacquistare la loro autonomia, e la monarchia legittima, e d'imprigionare migliaia e migliaia di cittadini, dopo tanti altri esiliati, e raminghi per tutta l'Europa, hanno stabilito di consolidare il loro dominio unitario col terrore, quindi essi, ed i loro fautori si sono dati ad esercitare il mestiere d'incendiarii e di carnefici."  In quanto alle fucilazioni senza giudizio  vi sono stati fatti atrocissimi, che i posteri stenteranno a credere...." (F. Durelli - ivi)

Chi erano i Briganti?

Sulla Spedizione di Sapri  scrisse il Mercantini nel 1857

 "Eran 300: eran giovani e forti e sono morti"

 (La maggior parte dei forzati che accettarono di seguire la spedizione erano di Sapri e dintorni, e si erano macchiati di delitti e violenze per i quali erano stati condannati ai lavori forzati nel bagno penale di Ponza.)

In soli 4 giorni, dal 23 al 27 aprile 1862, scrive un giornale dell'epoca, sono stati fucilati ventisette individui (per) d'ordine del prefetto di Foggia, dalle truppe piemontesi, e fra i fucilati si contano giovanetti di 19 e 20 anni. Ecco l'elenco dei briganti fucilati ad Ascoli di Puglia il 23 aprile:

 

1. Tommaso Melcangi, pagliacciello, di anni 19, di Cerignola

12. Felice Bartucci, fu Francesco Paolo, di anni 24, di Trani.

2. Fedele Pesto, di Nicola, di anni 23 di Montecalvo, refrattario alla leva militare

13. Donato Volpi, di Giovanni, di anni 25, di Castiglione (Chieti)

3. Michele Marinaccio, di anni 22, fu Michele, di Savignano, refrattario come sopra.

14. Angelo Valentino, fu Antonio, di anni 29, di Zapponeto.

4. Matteo Conti, fu Michele, di anni 22, di Deliceto, refrattario come sopra.

15. Vito Ciottariello, fu Alessandro, di anni 27, di Laviano.

5. Antonio Santarelli, fu Luigi, di anni 21, di Casaltrinità, refrattario come sopra.

16. Pasaquale Rafino, fu Ruggiero, di anni 26, di Barletta.

6. Gaetano Macone, fu Domenico, di anni 24, di Montaguto.

17. Ruggiero Boraccino, fu Domenico, di anni 27, idem.

7. Gaetano d'Amato,.... di anni 26, idem

18. Bernardino de Simone, fu Antonio, di anni 19, di Mirabella.

8. Francesco Lena, fu Antonio, di anni 19, di Andretta (Avellino).

19. Beniamino Spinelli, di Giovanni, di anni 21, di Caposele.

9. Lorenzo Saporito, fu Gaetano, di anni 25, di Pratola, idem.

20. Giuseppe Defurio,.... di anni 26, di Ariano.

10. Giacomo Giliberti, fu Michele, di anni 33, da Trani.

21. Francesco Luiso, fu Domenico, di anni 24, di S. Giorgio.

11. Ruggiero  Cappeggia, fu Ignazio, di anni 40, di Barletta.

 "Cui aggiunti i suddetti (altri) sei formano in totale di 27 fucilati"

Foggia 28 aprile 1862. Il Prefetto Gaetano Del Giudice.

(Francesco Durelli - ivi, p. 109, 110)

Chi erano dunque i Briganti? Giovani soldati "napoletani" che non vollero passare nell'esercito piemontese o che rifiutarono la leva militare imposta dai conquistatori. Per essi nessuno ha scritto una "Spigolatrice di Sapri", eppure erano giovani e onesti e combatterono per la loro patria come i partigiani italiani nel 1945.

Nel 1862, i  fucilati per arbitrio del potere militare, nel Regno di Napoli, erano ufficialmente 7000, esclusi quelli uccisi combattendo. Le bande dei cosiddetti "Briganti" erano più di quaranta e per dieci anni hanno combattuto contro gli invasori.

 
 

Storia del Regno di Napoli 

Breve corso monografico per gli alunni della  scuola primaria.

( di V. Giannone)

 
 

 Il Risorgimento italiano? Non è mai esistito!

E' la più vasta congiura che ricordi la storia ai danni del pacifico popolo del Sud Italia.

Dopo gli accordi presi a Plombières, il 27 luglio 1858, con l'imperatore di Francia Napoleone III, Cavour si mette subito all'opera per scrivere il copione della conquista d'Italia: "si tratta di combinare che, all'ora fissata l'Italia si sollevi come un sol uomo contro gli abborriti padroni" ad eccezione di Vittorio Emanuele che è l'unico galantuomo di tutti i regnanti d'Italia! "Lo strumento di questa esplosione generale è già costruito. Cavour l'ha ideata un anno fa, col docile concorso dei rivoluzionari Pallavicino, La Farina e Garibaldi: è la "Società nazionale Italiana" i congegni occulti della quale si ramificano da Torino sino alle rive dell'Adriatico, fino alla Calabria, fino alla Sicilia. Adesso bisogna fissare un piano tattico, nel quale i più piccoli particolari sono previsti; i capi e i loro principali accoliti siano individualmente conosciuti: le date, gli scopi, i mezzi, i sussidi, le parole d'ordine, gli appuntamenti, gli itinerari siano rigorosamente fissati. Per organizzare tutto questo meccanismo, la più vasta congiura che ricordi la storia, Cavour si trova ogni mattina alla'alba con La Farina. (Maurice Palèologue - Cavour - Ed. L. Cappelli Bologna  1929, P.171)

Il risorgimento italiano così come la storiografia ce lo ha presentato per tanti anni, con le sue spontanee, esasperate sollevazioni contro i sovrani legittimi e le invocazioni del popolo all'indipendenza, non è in realtà mai esistito. Le manifestazioni contro i monarchi non erano appunto che farse messe in scena da un manipolo di piemontesi ben pagati. La rivoluzione italiana, come la maggior parte delle rivoluzioni, ben lungi dall'essere invocate  spontaneamente dal popolo, fu invece consapevolmente voluta e pianificata da chi del popolo raramente si interessava, mentre questo rimaneva inerme, impotente spettatore.

Scrive Curletti, antico agente segreto del Conte:  "fui mandato (da Cavour) da prima  con ottanta carabinieri travestiti a Firenze ... I miei uomini dovevano disperdersi per gruppi nei quartieri esterni della città, a dieci ore cominciare a produrre degli assembramenti colle grida di "Viva l'Indipendenza... Abbasso i Lorena!" e dirigersi con un movimento di concentrazione verso il Palazzo Pitti: tosto che il popolo fosse così diretto noi dovevamo correre alle casse pubbliche ed impadronircene. Ricasoli incaricavasi di fare occupare dai suoi uomini i ministeri, le poste ed il palazzo granducale". "Io ricevetti... una gratificazione di seimila franchi". (Elena Bianchini Braglia in  "F. Curletti - La verità sugli uomini e sulle cose del regno d'Italia")

Parlare ancora oggi di sistemi retrogradi o di incapacità....

"... o di ignavia, è cosa da ignoranti o da malevoli e pertanto chi scrive è convinto che sia  dovere di ogni  italiano di rendersi finalmente conto che sia ormai giunta l'ora di rendere giustizia ed onore a chi, giustizia e onore, merita in larga misura".  "Ignobili e malevoli calunnie durate più di un secolo a carico dei meridionali e balle sciocche e in malafede cantate in coro a favore dei settentrionali"(Bertoletti - piemontese)

 
 

Cavour giù la maschera!  "il tempo della verità è arrivato".

Scriveva S. E. Cavour  all'ammiraglio Persano della flotta Piemontese:

1° giungo 1860

"Pregiatissimo signor Ammiraglio, 

Alcuni ufficiali della Marina napoletana avendo manifestati sentimenti italiani al signor Marchese d'Aste, ho mandato a questo ufficiale, col telegrafo, l'ordine di coltivare questi sentimenti e di continuare le trattative apertesi; facendogli facoltà di assicurare a coloro che promuovessero un pronunciamento della Squadra gradi e promozioni vantaggiose. [...] Ove Ella dovesse spendere qualche somma di danaro, potrà farlo dandomene immediato avviso col telegrafo, valendosi della cifra -del governatore." (Il marchese d'Aste era il comandante della nave piemontese il "Governolo")

9 agosto 1860 

  "Il problema che dobbiamo sciogliere è questo: aiutare la rivoluzione, ma far sì che al cospetto d'Europa appaia come atto spontaneo. Ciò accadendo, la Francia e l'Inghilterra sono con noi. Altrimenti non so cosa faranno." 

19 ottobre 1860 (dopo che  Persano aveva  conquistato Ancona):

"Ho parlato col Vacca (ex comandante del vascello napoletano il Monarca, che si accordò con il Persano affinché  la nave fosse catturata nel porto di Castellammare). M'avvidi con dispiacere che anche gli ufficiali della Marina napoletana vorrebbero fare le loro condizioni (si riferiva agli ufficiali della marina siciliana).  I napoletani hanno pretese assurde. Vorrebbero promozioni, come se avessero combattuto. Non prometta nulla; non s'impegni a niente."

"L'Austria ingrossa al confine. Senza che si possa dire con certezza che essa medita un'invasione, è però evidente che vi si prepara..."  Quindi la necessità di far presto, di procurare che il voto  d'annessione (il plebiscito) sia il più che si può solenne ed unanime, e di valersi di esso per cacciare poi il Borbone da Capua e da Gaeta".

e subito dopo gli telegrafava: 

  "Faccia una leva forzata dei marinai in cotesti porti. Se il codice napoletano non punisce di morte i disertori in tempo di guerra, pubblichi un decreto a tale effetto, e, ove ce ne siano, li faccia fucilare. Il tempo delle grandi misure è arrivato." (C.P. Persano - La presa di Ancona - Diario privato politico-militare 1860 - )

 
 
 

 

(da Libero, 12-09-09)

L’altro giorno alla festa dei giovani del PDL ad Atreju il Presidente Berlusconi, con una battuta, ha mandato all’aria centocinquanta anni di storiografia ufficiale. Sponsorizzando il mio primo libro (Risorgimento da riscrivere) ha testualmente detto: “in preparazione per l’anno 2011 del centocinquantenario della storia d’Italia consiglio a tutti ragazzi e meno ragazzi di andare a rivedere la nostra storia degli ultimi 150 anni” perché “è stata raccontata in una maniera diversa dalla realtà quindi credo che per una esigenza di verità sia bene per tutti andarsi a rinfrescare la memoria o a correggere ciò che è stato scritto erroneamente”.

(S. Berlusconi in 150° dell'unità d'Italia -  di A. Pellicciari ) 

 

 

- Primo bilancio del nuovo regno d’Italia -

Entrate 500 milioni!    Viva Cavour!

Spese  800 milioni!!     Viva Garibaldi!

Deficit 300 milioni !!!  Viva L’Italia!

Ma quando si hanno cinquecento milioni d’entrata e se ne spendono ottocento come si fa ad andare innanzi?

Bisogna pensare a far concorrere  i popoli secondo i bisogni! Ecco la conclusione del giornale l’Opinione  e significa bisogna pensare a mettere imposte e sovraimposte, a squattrinare di qua, a mungere di là, a tosare i Toscani, a premere i Romagnuoli, a vuotare le tasche de’ Modenesi, de’ Parmigiani, de’ Napoletani, de’ Siculi. Ecco a che cosa bisogna pensare! E i popoli dovrebbero pensare essi pure la bella sorte che li attende e i frutti che producono le rivoluzioni”!

(Memorie per la storia de’ nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 ai giorni nostri” Torino 1865)

 

 Cavour la volpe,Vittorio Emanuele il gatto e Giuseppe Garibaldi il burattino!

Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Garibaldi, filibustiere, pirata dei mari e delle coste dell'America del Sud, privo di scrupoli, affarista spregiudicato, fiero, glorioso, compiaciuto e soddisfatto di sé,  ambizioso, presuntuoso ed arrogante, deve la sua fortuna al tradimento degli ufficiali corrotti dell'esercito e della marina napoletana, nonché all'aiuto inglese. Convinto eroe e generale, voluto e creato dalla stampa dell'epoca, burattino nelle mani di Vittorio Emanuele e di Cavour , giunse a Napoli acclamato liberatore. Più volte scampato per maligna  fortuna  alla morte, inveisce contro la regia dell'opera, Cavour e La Farina,   illuso conquistatore di un regno pensa di poter conquistare tutto, anche lo Stato pontificio. Scrive nelle sue memorie:  Il 7 settembre "io entravo in Napoli mentre tutto l'esercito meridionale (il suo) trovavasi ancora ben distante verso lo Stretto di Messina". (Aveva preso "l'intercity "   Reggio Calabria Napoli! - V.Giannone)

-Nel suo compiacersi orgogliosamente aggiunge  "Altra circostanza ben favorevole alla causa nazionale, fu il tacito consenso della marina militare borbonica, che avrebbe potuto, se intieramente ostile, ritardare molto il nostro progresso verso la capitale. E veramente i nostri piroscafi trasportavano liberamente i corpi dell'esercito meridionale lungo  il litorale napoletano, senza ostacoli; ciò che non avrebbero potuto eseguire con una marina assolutamente contraria". 

"In Napoli più potente che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente... Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d'intentato. Esso s'era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l'azione nostra alla sola Sicilia,  e già un vascello della marina militare francese era comparso al Faro;  ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel,  che in nome d'Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi delle cose nostre."

(Napoleone III nel luglio, in seguito a un'iniziativa russa, propose  all'Inghilterra di impedire il passaggio dello Stretto con una crociera navale,  ma lord Russel negò l'adesione, preferendo, a questo punto, la formazione di un forte regno d'Italia nel centro del Mediterraneo (su cui esercitare la sua influenza). (Alfonso Scirocco - Garibaldi, - Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo - Laterza 2007, p. 279)

Giunsi a Marsala  l'11 maggio dove "approdammo verso il meriggio". "Sulla rada di Marsala erano alla fonda due legni da guerra che si scoprirono esser inglesi" (combinazione) . "Gli incrociatori borbonici da guerra avevano lasciato il porto di Marsala nella mattinata, diretti a Levante, mentre noi giungemmo da Ponente, e si trovarono alla vista... quando noi entrammo. Dimodoché quando essi giunsero a tiro di cannone noi avevamo già sbarcato tutta la gente dal Piemonte, e si principiava lo sbarco del Lombardo. La presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti dei legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci; e ciò diede tempo di ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera d'Albione contribuì anche questa volta a risparmiare lo spargimento di sangue umano, ed io, beniamino di cotesti signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto. 

Nei pressi di Calatafimini "i borbonici, in numero di circa duemila con alcuni pezzi d'artiglieria.... giunti a tiro, essi cominciarono il fuoco di carabine e cannoni, continuando ad avanzare verso di noi. ....uno squillo di tromba, suonando una sveglia americana, fermò il nemico, come per incanto." ...L'ordine di far pochi tiri fra i nostri si adattava a quella specie di catenacci che ci aveva regalati il governo sardo, i quali si rifiutavano quasi sempre di far fuoco. I borbonici non sostennero la terribile spinta dei maschi campioni della libertà; fuggirono, e non si fermarono che nella città di Calatafimini, distante alcune miglia dal campo di battaglia." (dalle Memorie di Garibaldi)

 

 

La spedizione dei Mille?  Una commedia tutta cavouriana.

Un  ufficiale napoletano rimasto a Messina fino al giorno dell'ultima resistenza, scrisse: " I napoletani si sono ritirati davanti a Garibaldi non per magia ma per l'oro. E questo perchè mille non possono battere 100 mila e uno non può battere cento" ( Lorenzo del Boca - Indietro Savoia! - Piemme 2003, p. 171)

Durante la battaglia di Milazzo 16 ufficiali delle marina napoletana si rifugiano sulle navi inglesi chiedendo asilo: Il generale Mundy li caccia via dicendo che non c'é posto per i traditori. (Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censura di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 138 - Antonio Pagano - Due Sicilie 1830/1880, p. 114)

"Garibaldi e i suoi estimatori descrivono la spedizione come un capolavoro di efficienza e di baldanza guerriera... e si vantano che sarebbero arrivati fino a Roma... il deputato Pier Carlo Boggio, nel 1860 spiegò pubblicamente come in realtà si svolsero i fatti e come l'avventura garibaldina fu una facile paseggiata militare solo grazie all'opera di diplomazia e di corruzione svolta dal governo sardo. "Il deputato ricorda che Garibaldi pretende, come condizione per stare ai patti   e consegnare il meridione a Vittorio Emanule, la cacciata di Cavour dal governo. Ma - si domanda - "Ha Garibaldi il diritto di porre condizioni? Liberò la Sicilia -sta bene-; ma di grazia, con quali armi? Il generale risponda: da chi ebbe "i cannoni e le munizioni da guerra? E le somme ingenti di denaro?" Boggio insiste: "Perchè, Generale entraste in Napoli senza colpo ferire?" Chi ha fatto in modo che "i capi"  disperdessero "le loro truppe"? Garibaldi vuol cacciare Cavour? Ci spieghi prima che fine hanno fatto le "somme di pubblica ragione trovate in Palermo, e delle altre della stessa natura, ma anche più considerevoli  trovate in Napoli! "(Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 152, 153)

Scrisse il massone Pietro Borrelli su una rivista tedesca del 1882: "Non si deve lasciar credere in Europa che l'unità italiana, per realizzarsi, avea bisogno d'una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l'isola e compravano a prezzo d'oro le persone più influenti" .(Deutsche Rundschau, ottobre 1882 - Gilberto Oneto - ivi p. 153)

"Si sa quale clamore suscitò la partenza di Garibaldi".

L'imperatore  Napoleone III chiese spiegazioni al Piemonte. Cavour sostenne che a sua insaputa era stata organizzata da Garibaldi e che questi erasi impadronito colla forza dei due bastimenti sui quali erasi imbarcato. Scrive l'agente segreto di Cavour, Curletti: "I due bastimenti a vapore non furono presi a viva forza, ma bensì comperati da Garibaldi. Ecco in quali condizioni: Medici aveva trattato l'affare col proprietario Rubettino. Si pensò allora di fare intervenire il re egli stesso per assicurare, o piuttosto per garantire... Le cose essendo così combinate, l'atto di vendita fu steso presso il notaio regio e sottoscritto dal generale Medici per Garibaldi, Saint-Frond pel re, e da Riccardi per il ministro Farini... Tosto che fu in possesso dei bastimenti, Garibaldi si imbarcò co' suoi uomini.  Mancandogli peraltro ancora le munizioni da guerra: si fece vela per Talamona, ove il governatore dal forte gli  rilasciò la polvere, le cartucce e le armi dietro un ordine scritto dal ministro della guerra, Fanti".

"Qualche tempo dopo (quando Garibaldi era allora padrone della Sicilia) si vide arrivare a Livorno, con Nicotera alla testa, un reggimento vestito alla garibaldina scortato dalla guardia nazionale, e lo si imbarcò immediatamente per Palermo. Era null'altro che un reggimento dell'armata regolare, che erasi spedito in Sicilia, sotto le spoglie garibaldine. Nicotera, insieme al brevetto di colonello, doveva ricevere dal Ricasoli, governatore della  Toscana, 40.000 franchi per prezzo del silenzio che gli si imponeva. Egli non ne ricevette in conclusione che 30.000: così non ha taciuto che per tre quarti." (Elena Bianchini Braglia in  "F. Curletti - La verità sugli uomini e sulle cose del regno d'Italia" pp. 62-64)

Si temeva che Garibaldi, uomo di azione e spirito cavalleresco, pazzamente  ambizioso della popolarità della strada ed oltre a ciò senza intelligenza politica  e più che mediocre amministratore, non si lasciava circuire dalle mene repubblicane...Io trovai Napoli nel più incredibile disordine. Garibaldi... fosse l'inebriamento del successo o semplice effetto del clima, non era più riconoscibile. Quando non soddisfaceva la sua passione di popolarità, facendosi acclamare nelle strade di Napoli, divideva il suo tempo fra Milady Withe ed Alessandro Dumas, che lo seguiva dovunque. Egli non vedeva nulla, non si occupava di nulla e lasciava le cose andare giù per la corrente. (ivi p. 68,69).

Bertani, secretario (sic) di Garibaldi, era, prima della spedizione della Sicilia (1860), semplice ufficiale di sanità a Genova facendo delle visite a 1 franco e 30 centesimi. Egli è oggi (1861), colonnello di Stato maggiore, e la sua fortuna, seguendo le valutazioni le più moderate, non è minore di 14 milioni!!! Non si conosce l'origine che di 4 milioni. Ed anche di questi non è la più  pura! Furono la mancia che Bertani pretese dai banchieri Adami e comp. di Livorno  per far loro accordare una concessione di strada ferrata a cui aspiravano" (ivi p.69,70).

L'unità di una nazione non si crea: bisogna aspettare che nasca alla sua ora. Allora solamente può essere forte e durevole.

Per misurare l'ipocrisia e la falsità del Savoia basta ricordare che

il 22 luglio 1860 Vittorio Emanule manda a Garibaldi la seguente lettera ufficiale (il cui contenuto sarà dominio pubblico): "Caro Generale, Lei sa che allorquando Ella partì per la spedizione di Sicilia non ebbe la mia approvazione. Ora mi rivolgo  a darle un suggerimento  nei gravi momenti attuali, conoscendo la sincerità dei suoi sentimenti verso di me. Per cessare la guerra tra Italiani e Italiani il la comsiglio a rinunziare all'idea di passare con la sua valorosa truppa sul continente napoletano, purchè il Re di Napoli si impegni a sgomberare tutta l'Isola e lasciar liberi di Siciliani di deliberare e disporre delle loro sorti.[...] Ma contemporanemante, con una seconda lettera, privatra, non ufficiale, gli suggerisce di rispondere:

"Ora, dopo aver scritto da Re, V. E. (Vittorio Emanuele) le suggerisce di rispondere presso a poco in questo senso, che so già essere suo. Dire che il Generale é preso da devozione e riverenza per il Re: che vorrebbe poter seguire o suoi consigli, ma che i suoi doveri verso l'Italia non gli permettono d'impegnarsi di non soccorrere i Napoletani, quando questi facessero appello al suo braccio per liberarli da un governo, nel quale gli uomini leali e i buoni italiani non possono aver fiducia. Non potere dunque aderire ai desideri del Re, volendosi riservare piena libertà d'azione".

Le lettere ufficiali servivano a scagionare la monarchia sabauda di fronte alla diplomazia. Garibaldi in segreto aveva un filo diretto con V. E. . Il 30 luglio gli confidava di aver deciso di passare lo Stretto il 15 agosto o anche prima, e gli chiedeva per quell'epoca 10.000 fucili con baionetta: e Vittorio Emanuele, nel trasmettere la lettera al ministro dell'Interno Farini, gli raccomandava di fare il possibile "per queste richieste del Generale".(Alfonso Scirocco - Garibaldi, - Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo - Laterza 2007, p. 281)

 

Scriveva il Re Francesco II nel suo proclama da Gaeta ai napoletani: "Ho creduto di buona fede che il Re di Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio Governo un'alleanza intima pei veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazione di guerra."

 

"Non  vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi  nell'occupazione dell'Italia meridionale."

 

 

Ferdinando II di Borbone

Lo storico piemontese Cesare Bertoletti nell'opera "Il Risorgimento visto dall'altra sponda" del 1967, al termine del capitolo XXVIII, dopo aver accennato alle opere pubbliche realizzate dal Re Ferdinando II tra il 1850 ed 1859, conclude: "Dopo quanto è stato esposto, parlare ancora oggi di sistemi retrogradi o di incapacità, o di ignavia, è cosa da ignoranti o da malevoli e pertanto chi scrive è convinto che sia  dovere di ogni  italiano di rendersi finalmente conto che sia ormai giunta l'ora di rendere giustizia ed onore a chi, giustizia e onore, merita in larga misura". 

... Garibaldi, riferendosi alla prima insurrezione dei siciliani, il 5 maggio 1860 scriveva al re vittorio emanuele: "ma dal momento che si sono sollevati a nome dell'Unità Italiana, di cui Vostra Maestà, è la personificazione, contro la più infame tirannia dell'epoca nostra, non ho esitato a mettermi alla testa della spedizione". (Cesare Bertoletti - "Il Risorgimento visto dall'altra sponda"  1967 )

 

Re Ferdinando II

 Maria Cristina di Savoia

 
 
 
 

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NAPOLI

 

"Napoli, nella seconda metà del '700, era la più popolosa, importante ed economicamente attiva città d'Italia,  grande 4 volte Roma e 2 volte Milano. Era la seconda città d'Europa (dopo Parigi) e la quinta nel modo, più grande di New York e di Tokio. Era soprattutto la splendida capitale barocca, amica delle arti, dei commerci, delle scienze, straripante di turisti e viaggiatori. Aveva il sistema fognario, è stata la prima città al mondo ad avere l'acqua corrente nelle case. L'economia era basata sull'intensa attività portuale. L'Arsenale per la costruzione di navi, e relativo indotto, meccanica, setifici, cotonifici, imprese tessili e pastifici davano lavoro a diecine di migliaia di persone. I Napoletani erano operai, artigiani, pasticcieri, studenti, mercanti, nobili, possidenti, ortolani, dottori e professori, mugnai, vinai, borghesi, fabbricanti di porcellane, piastrelle, arazzi. C'erano anche i gendarmi, soldati, cocchieri, camerieri, valletti, stallieri, impiegati nei ministeri, giudici, ecc. "(Alfonso Grasso - Napoli nel '700 )

 

Nella conferenza internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese più industrializzato d'Europa dopo l'Inghilterra e la Francia, dopo il 1860 fu  ridotto a mera provincia, terra di conquista e di sfruttamento dei Savoia e del Nord!

 

Signori Dirigenti Scolastici di Marsala

 

 

 

Luoghi borbonici

 

 

Benvenuti su Eleaml!

Perché certi luoghi comuni, ormai diventati insopportabili, non continuino ad ingannare i semplici.

Andrea Gemma FDP
Vescovo di Isernia-Venafro

Lettera aperta al Presidente della Repubblica [Carlo Azeglio Ciampi] del 15 novembre 2001

"Signor Presidente, perdoni l’iniziativa, che so attuata anche da altri e ciò mi conferma nella necessità di levare la voce perché certi luoghi comuni, ormai diventati insopportabili, non continuino ad ingannare i semplici.

Partecipavo con gioia ed intima partecipazione alla «festa dell’unità d’Italia e delle forze armate» il 4 novembre scorso. Avevamo insieme pregato in Cattedrale — anche per Lei signor Presidente — e ci eravamo recati al monumento ai caduti in una mattinata piena di sole.

Tutto bello, tutto coralmente sentito, compreso l’inno nazionale d’Italia. Poi, la doccia fredda: il suo messaggio, signor Presidente. Alti pensieri, nobili richiami, doverosa partecipazione. In questo contesto tanto elevato, l’accenno al Risorgimento e, addirittura, a quel Garibaldi che, creda, ad Isernia, è tristemente famoso, insieme alle sue truppe mercenarie. Ah, no, signor Presidente, quel richiamo a una storia, per fortuna quasi dimenticata, è stato proprio fuori luogo. 

Creda — e glielo dice un pastore della Chiesa cattolica — nessuno di noi vuole tornare indietro di centocinquant’anni, se non altro per non riaprire le piaghe sanguinanti; nessuno di noi vuole ripristinare il regno di Napoli e la dinastia borbonica, dalla quale peraltro il Sud ha ricevuto grandi benefici; nessuno di noi vuole rimettere in piedi lo Stato pontificio, sottratto al legittimo sovrano, con guerra non dichiarata e quindi contro lo ius gentium, plurisecolare; nessuno di noi vuole frazionare l’Italia (semmai ci penserà qualche porzione della nostra classe dirigente); ma nessuno ci potrà convincere della bellezza esaltante di un’azione che a suo tempo, tutta l’Europa, per non dire il mondo intero, ha stigmatizzato coralmente; nessuno potrà accettare l’accomodante esaltazione di un avventuriero armato che con le sue truppe mise a ferro e fuoco le pacifiche zone del Sud, tra cui la mia città episcopale. Le teste tagliate degli iserniani esposte al pubblico ludibrio sono su stampe e documenti dell’epoca che Ella stessa potrà reperire. Cerchiamo insieme di costruire un’Italia migliore, insieme ai nostri giovani, i quali conoscono la storia e guardano al futuro, senza ripristinare insopportabili travisamenti di una storia che ormai i più avveduti conoscono. Le suggerisco, al riguardo, la lettura di un simpatico libro di una giovane studiosa d’Italia: [Angela Pellicciari,] Risorgimento da riscrivere [. Liberali & massoni contro la Chiesa, con prefazione di Rocco Buttiglione e postfazione di Franco Cardini, Ares, Milano 1998].[...]" (Documento trascritto da Notiziario. Diocesi di Isernia-Venafro, anno XVIII, n. 11, Isernia 30-11-2001, pp. 39-40, dove è comparso con il titolo Lettera aperta al Presidente della Repubblica.

 

"Per ricostruire il Sud i meridionali devono riappropriarsi della propria storia!"

 

Cesare Bertoletti, figlio di piemontesi, venuto a Napoli durante la prima guerra mondiale, nella primavera del 1918, scrisse in una lettera all'amico Giovanni Artieri: "Quattro anni fa a Palermo, in uno dei miei soliti viaggi, vidi in una vetrina il libro di Mack Smith - Garibaldi e Cavour nel 1860 -; lo comprai e fu una rivelazione. Capii come i miei dubbi circa il vero e il falso della storia  risorgimentale stavano trasformandosi in certezze e comprai un sacco di altri libri, mentre molti altri li avevo; e mi misi a leggerli. Mi si chiarirono le idee. Mi convinsi a scrivere una storia comparata....   le cui conclusioni non possono essere che queste: ignobili e malevoli calunnie durante più di un secolo a carico dei meridionali e balle sciocche e in malafede cantate in coro a favore dei settentrionali. Caro Artieri io credo di aver compiuto un dovere e tale dovere dovevo compiere proprio perché  sono di famiglia piemontese ed era ora che da un piemontese uscisse la verità per tutto ciò che è meridionale" (Cesare Bertoletti - II Risorgimento visto dall'altra sponda.)

Sta di fatto che  la storia dell'Italia meridionale  dalla metà del 700 ad oggi, e quindi la storia del Regno Borbonico, delle qualità del suo esercito, della sua marina ( sia da guerra che mercantile), delle ricchezze o meno delle sue regioni e soprattutto dell'importanza nazionale ed europea del pensiero dei filosofi, degli economisti e dei politici meridionali, è sempre stata falsata, sia ufficialmente, sia dai singoli, e in modo tale da fare apparire tali regioni come misere, arretrate e di peso, morale e materiale, per le altre provincie italiane, mentre invece, è vero esattamente il contrario . Ossia è vero che con  l'unione dell'Italia meridionale al resto della penisola, tale regione ha dato enormi ricchezze e ne ha ricevuto in cambio la rovina delle proprie industrie e della propria agricoltura facendo sempre la parte della Cenerentola, subendo anche la mortificazione di ricevere aiuti dai vari governi che si sono succeduti in Italia, come  un parente, povero e svogliato, ne può ricevere da un  parente ricco che sa far pesare il suo dono; mentre l'Italia meridionale ha pieno diritto di riavere quanto le è stato tolto sia moralmente che materialemente. (Cesare Bertoletti - Il risorgimento visto dall'altra sponda)

 

Non più diritto, non più leggi, non più pace né prosperità

"La patria nostra, dalla quale andiam lontano esuli e raminghi, era buona, era bella, era il sorriso del Signore, la provvidenza la faceva abbondante e prosperosa, lieta e tranquilla, e gaia e felice; ell'era il sospiro delle anime gentili, l'amore d'ogni cuor virtuoso; aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza di vita; aveva eserciti, flotte, strade, industrie, opifici, templi e regge meravigliose; avea una stirpe di principi clementi, ultimi rampolli di S. Luigi; aveva il giovane re Francesco, figlio della venerabile Cristina, nato napolitano, buono, soccorrevole e pio."

 Le industrie sono cadute, il commercio è estinto, la sicurezza è fatta ignota parola.  Han saccheggiate le nostre case, han bruttato le regge di ogni sozzura, i nostri monumenti li han mutilati, esaurito han l'erario, distrutto l'esercito, rubata la flotta, dispersi gli opifici, deserti i collegi, le accademie e le università. Han gettato alla via centomila famiglie d'uffiziali militari e civili, or morenti dalla fame; ha cacciato da' loro tuguri i pacifici contadini, han vietato di fatto la coltura de' campi, ha riempiute le carceri e sin le selpoture  di uomini  viventi, rei soltanto d'odiar lo straniero oppressore". (G. De Sivo - Discorso pe' morti nelle giornate del Volturno difendendo il reame-)

Ricordare la verità storica non è fare la guerra.

Ricordare la verità storica non è fare la guerra. La guerra è stata combattuta da un’esiguissima minoranza di italiani che, disprezzando tutti gli altri (il 98% della popolazione che non aveva diritto di voto) e definendo sé stessa “liberale”, ha sconvolto la vita civile, culturale, economica e religiosa dei vari popoli d’Italia in nome di una morale superiore che credeva di incarnare. Per fare la pace c’è bisogno di giustizia. E la giustizia esige che si smetta di raccontare menzogne. La pacificazione che tutti vogliamo non può che venire a partire dalla verità dei fatti. (A. Pellicciari in "Cavour, maestro di doppiezza e incoerenza" - Libero New)

 

Scrive l'ammiraglio  Persano nel suo diario

"S. E. il conte di Cavour mi avvisa di aver ordinato che fosse messa a mia disposizione una non lieve somma di danaro, perché me ne servissi a promuovere il pronunciamento che doveva far partire il RE "(da Napoli).

Mi avvisa che: "...la casa De la Rue di Genova aprirà in Napoli, presso il banchiere De Gas, il credito di un milione a mia disposizione."

Relaziona  Persano a Cavour: "Ho dovuto eccellenza somministrare altro danaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti... quattromila al Comitato. "

Riferisce Persano: "Ma si assicura d'altronde che il generale (Garibaldi) non troverà alcun grave ostacolo durante  lo sbarco, stante il contegno della Marina napoletana."

Gli scrive Cavour: "Non si indebolisca costà. Aiuti le mosse del generale Garibaldi colle R. navi che ella ha  al Faro "(in Sicilia).

"Impedisca, a qualunque costo, che la flotta napoletana passi all'Austria". 

Risponde  Persano a Cavour:  "potrei impossessarmene senz'altro al  suo passaggio nel canale di Malta. "Ma addio allora alle apparenze di neutralità!"

Riferisce Persano a Cavour: "Noi continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, in parte a tergo delle truppe napoletane che sono a Salerno, ed altre città."

 

 

"Il Plebiscito diede una schiacciante maggioranza di "sì". Ma a  cosa avessero detto sì, gli stessi elettori non sapevano che  vagamente. Maxime du Camp, testimone oculare, racconta che la gente si chiedeva: <<Cos'è questa Italia unita, che significa?>> " (Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi  - ed. Rizzoli Milano 1972, p. 424)

.

"Il Risorgimento, come c'era d'aspettarsi, non  fu un  movimento di massa, ma  di élite. 

Fra i Mille di Garibaldi non c'erano contadini, ma piuttosto studenti, artigiani indipendenti e "letterati". La spina dorsale della rivoluzione fu costituita da ex ufficiali come Cavour e Pisacane, marinai come Bixio e Farini, avvocati come  Crispi e Rattazzi, scrittori e uomini di studio come amari e De Sanctis. D'altra parte, tuttavia, erano ben  pochi gli uomini veramente facoltosi che facevano parte delle società segrete, in quanto il Risorgimento, se era ben lungi dall'avere un carattere popolare, era comunque una  rivoluzione di diseredati, di teste calde. Una delle sue forze d'urto era costituita da disoccupati o sottocupati intellettuali, la stessa categoria di gente che più tradi, in ben altre circostanze, avrebbe contribuito in  modo rilevante al trionfo di Mussolini". (Denis Mack Smith - Storia d'Italia 1861-1969, ed.UL Bari 1973, vol. 1, p. 63)

"Dato che il Risorgimento fu una guerra civile fra le vecchie e le nuove classi dirigenti, i contadini rimasero neutrali ad eccezione dei casi in cui esso venne ad intrecciarsi accidentalmente con  la guerra sociale che essi stessi combattevano in continuità. E' certo ch'essi non nutrivano un genuino amore per l'unità d'Italia e che probabilmente non si resero conto di quel che il termine significasse finchè non  penetrò nelle loro case sotto forma di prezzi e imposte maggiori e di coscrizione obbligatoria. La loro tendenza naturale era quella di resistere a qualsiasi esercito invasore che  sopraggiungesse a requisire le loro scarse provviste alimentari, ed in  politica costituivano pertanto una forza controrivoluzionaria"  (Denis Mack Smith - Storia d'Italia 1861-1969)

 
 
 

Nel 1860 la Campania era la regione più industrializzata d'Europa mentre il debito pubblico del Piemonte era di 1.159.970.595,43 (un  miliardocentocinquantanovemilioninovecentosettantamilacinquecentonovantacinque/43). Altro che liberare i napoletani dai Borboni tiranni! In pochi mesi d'occupazione piemontese, i liberatori del sud,  trucidarono in  nome della libertà circa 9.000 contadini fedeli ai Borboni.

"In un intervento alla Camera del primo luglio 1850, quando ancora la sua carriera di ministro non è cominciata, Cavour descrive con franchezza la pensosa situazione finanziaria del regno sardo: “Io so quant’altri che, continuando nella via che abbiamo seguito da due anni, noi andremo difilati al fallimento, e che continuando ad aumentare le gravezze, dopo pochissimi anni saremo nell’impossibilità di contrarre nuovi prestiti e di soddisfare agli antichi”.

Tanto è drammatica la situazione economica del regno sardo che Pier Carlo Boggio, mandando alle stampe nell’aprile del 1859 il pamphlet Fra un mese, scrive: “La pace ora significherebbe per il Piemonte la riazione e la bancarotta”. ...Ma se la guerra non scoppia per il Piemonte è la fine: è la bancarotta. Se la guerra non scoppia e la conquista degli stati italiani non avviene, il Risorgimento va in frantumi e trascina con sé nella rovina il Regno di Sardegna che su quel mito ha costruito la propria identità.   (Angela Pellicciari :  Il sud era ricco prima di diventare Italia)

Il 29 aprile 1859 il conte Karl Buol, ministro degli esteri austriaco, in una lunga circolare inviata alle sedi diplomatiche austriache,  denuncia l'"abuso criminoso del sentimento nazionale delle popolazioni italiane" sistematicamente operato dalla corte di Torino che, grazie ad una "stampa sfrenata", accusa "ipocritamente le condizioni degli Stati d'Italia" per attribuire al Piemonte "l'ufficio di liberatore". Il Piemonte che provoca la guerra non ha affatto a cuore la prosperità della popolazione italiana... (dal web Pier Carlo Boggio)

 

Il Risorgimento? Una grande operazione coloniale.

Il « piemontese » Bertoletti Cesare ha scoperto...  la cosidetta « ingiustizia » rappresentata dalla  formazione unitaria del Regno d'Italia: una operazione tutta compiuta a spese e sulla pelle del povero Mezzogiorno. Sembra quasi, considerando il Risorgimento con gli occhi di Bertoletti, ch'esso sia stata una grande operazione coloniale: il Nord dell'Italia sarebbe sceso alla conquista del Sud, non diversamente da come il Regno d'Italia, nel 1896, nel 1911 e nel 1935 partì in campagna per la conquista dell'Etiopia e della Libia.

Gli unificatori « piemontesi » dal 1860 in poi non ebbero, verso i napoletani, i calabresi, i siciliani, i pugliesi e via dicendo, mano meno pesante dei colonizzatori dell'Africa. Pure essi muovevano contro un Regno sette volte secolare, modello di civiltà, di fasto e di eleganza; terra natia di sommi geni del pensiero e di artisti in pittura, in musica, in architettura di fama immortale. Il Reame di Napoli non era secondo a nessuno, in Italia, per opere di modernità (applicazione del vapore, arti meccaniche, scienze fisiche, arti sanitarie) e per saggezza amministrativa.
( Bertoletti C. -   II Risorgimento visto dall'altra sponda.)

 

Fu così che unificarono l'Italia in  nome della libertà. E chiamavano "tiranni"  i Borboni !

Col ferro e col fuoco e rubando ovunque.

Erano questi i mezzi coi quali volevano convincere le popolazioni del Sud che l'unità d'Italia era il modo migliore per dare loro la libertà e prosperità"

Nino Bixio e l'eccidio di Bronte

" Garibaldi, lo sfondatore di porte aperte ce l'ha fatta". E' diventato il padrone assoluto della Sicilia. Dopo il tradimento del generale  Ferdinando Lanza, il 6 giugno 1860 una distesa di soldati borbonici lasciano l'Isola piangendo: "Eccellenza, vi quante simmo? E ce ne jammo accussi?"

Ma non passa molto tempo perchè i siciliani si accorgano di aver cambiato solo re, ed in peggio! Le terre promesse  da Garibaldi  appartenengono ai baroni e non si possono toccare! I contadini non aspettano più e occupano le terre. Fra giugno e luglio ci sono rivolte in tutta l'isola, ma le terre occupate vengono prontamente restituite ai Baroni, che hanno aiutato Garibaldi nella conquista dell'Isola. Ma a Bronte  le terre appartengono agli inglesi, e guai a toccarle. Furono date in feudo da Ferdinando IV all'ammiraglio Nelson e ai suoi discendenti. Gli inglesi protestano, e prontamente Garibaldi, che deve tutto al loro aiuto, invia  Bixio con ordini ben precisi.

"Bixio era un uomo dal carattere notoriamente violento e impetuoso... I suoi scoppi di collera erano terribili. I ribelli, al suo arrivo a Bronte, ritennero che fosse giunto per aiutarli più che per "fare giustizia". C. S. Forbes sostiene che uno dei capintesta della ribellione gli fu portato mentre le truppe  stavano mangiando dopo la lunga marcia di avvicinamento a Bronte. "Essendosi convinto della colpevolezza dell'uomo, Bixio disse: -Be', mica posso disturbare i miei uomini in questo momento-, e, estratto il revolver, gli cacciò una pallottola nel cranio." L'aspetto più sconcertante fu che molti di coloro che Bixio fece mettere a morte non erano tra quelli che s'erano macchiati di atrocità; e, se vennero fucilati, fu solo perchè, prima che la cittadina fosse in preda all'anarchia, vi avevano avuto posti di responsabilità. Uno di essi fu l'infelice sindaco Lombardo, che non solo era innocente ma aveva tentato di impedire spargimenti di sangue. Tra i fucilati si contò anche lo scemo del villaggio. Quel che  è peggio, Bixio fece mettere a morte i condannati a ventiquattro ore della sentenza, senza che dunque vi fosse nè il tempo nè l'opportunità di un appello. (Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 141, 142) .

Questi furono coloro che ci liberarono dalla tirannia dei Borboni! I garibaldini, avventurieri assetati di sangue e di ricchezza!

 

GARIBALDI e il TESORO DI NAPOLI

-  Il giorno dopo l'entrata a Napoli, il 7 settembre 1860, con un decreto dittatoriale, Garibaldi si attribuisce mano libera sui depositi pubblici del Banco delle Due Sicilie per finanziare qualsiasi opera gli sembri opportuna. Nelle casse napoletane ci sono più di 33 milioni di ducati (165 milioni di lire piemontesi, circa 750 miliardi di Euro), che spariscono rapidamente. Solo "per la causa", e cioé per le spese di guerra, Garibaldi preleva una cifra pari a circa 500 milioni di Euro (Aldo Servidio - L'imbroglio nazionale. Unità e unificazione dell'Italia 1860-2000, A. Guida Editore 2002, p. 115) .

          Al momento della conquista, nel Regno circola moneta per un valore doppio rispetto a quello di tutti gli altri Stati: 443.200.000 lire di allora contro le 226.000.000 complessive di tutto il resto della penisola. Il vero capolavoro di gestione patriottica delle ricchezze (altrui) viene però concepito il 23 ottobre con  un decreto  che toglie dai beni della Casa Reale 6 milioni di ducati (1.350 milioni di Euro) (Aldo Servidio - L'imbroglio nazionale. Unità e unificazione dell'Italia 1860-2000, op. cit. p. 53) da distribuire a tutti coloro che avevano subito ingiustizie e persecuzioni da parte dei Borbone, "come sollievo delle passate sofferenzze".

      Il dittatore e i suoi collaboratori prelevano in continuazione, con un semplice biglietto scritto e senza fornire alcuna giustificazione. (Gaetano Fiorentino - Cominciò con Garibaldi lo sfascio della nostra economia", in Il Sud Quotidiano, 24 gennaio 1998)

Nel giro di due mesi, le casse vengono completamente svuotate, ma non cessano le richieste.  - (Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, pp. 166-169) .

 

 "A Pontelandolfo, nel Molise, trenta donne che si erano rifugiate intorno alla croce eretta sulla piazza del mercato, nella speranza di trovarvi scampo agli oltraggi e alla morte,  furono tutte uccise a colpi di baionetta. "

  ( "La Rivoluzione italiana" -  Patrick Keyes O’Clery ")

e Francesco II scriveva ai suoi soldati 

Soldati,

poiché i favorevoli eventi della guerra ci spingono innanzi e ci dettano di oppugnar paesi dall'inimico occupati, obbligo di Re e di soldato m'impone di rammentarvi che il coraggio ed il valore degenerarono in brutalità e ferocia quando non sono accompagnati dalla virtù e dal sentimento religioso. Siate dunque tutti generosi dopo la vittoria: rispettate i prigionieri che non combattono ed i feriti e prodigate loro, come i1 14° cacciatori ne ha dato l'esempio, quegli aiuti ch'è in vostro potere di apprestare.

Ricordatevi pure che le case e le proprietà nei paesi che occupate sono il ricovero e il sostegno di molti combattenti nelle nostre file: siate adunque uomini e caritatevoli con gli infelici e pacifici abitanti, innocenti certamente delle presenti calamità.

L'ubbidienza agli ordini dei vostri superiori sia costante e decisa, abbiate infine innanzi agli occhi sempre l'onore ed il decoro dell'Esercito napolitano.

L 'onnipresente Iddio benedirà dall'alto il braccio dei prodi e generosi che combattono e la vittoria sarà nostra.

  Gaeta 30 settembre 1860.  Francesco II  

Una delle tante calunnie fatte circolari in l'Europa per screditare i Borboni era che le carceri napoletane erano piene di detenuti e in pessimo stato igienico. 

Lord Gladstone atterrì tutta l'Europa col racconto degli (falsi) orrori delle prigioni napoletane.

Lord Henry Lennox disse...

 Lord Henry Lennox, che nell'inverno 1862-63, quando era ammiratore della Rivoluzione italiana e specialmente di Garibaldi, visitò le vecchie province napoletane, comunicò le sue impressioni alla Camera dei Comuni: "I fatti che sto per narrare, disse, sono avvenuti sotto i miei occhi; impegno il mio onore sulla loro verità, e sul fatto che non ne farò alcuna esagerazione. Vorrei ricordare a questa assemblea che, quando visitai Napoli per la prima volta, dopo la formazione del regno d'Italia, ero un ardente sostenitore di re Vittorio Emanuele." Dopo aver visitato la prigione Santa Maria scrisse la seguente protesta sul registro dei visitatori dopo aver riconosciuto l'estrema cortesia del direttore: "Ma i sottoscritti non possono fare a meno di esprimere quanto rincresca che alcuni prigionieri siano detenuti da mesi senza processo, e che, a quanto hanno assicurato, non siano stati mai nemmeno interrogati dalle autorità sulle cause della loro carcerazione". La quarta prigione che visitò era quella di Salerno. "Il direttore fu estremamente cortese e, saputo dello scopo della mia visita, mi diede il benvenuto augurandosi che potesse recare qualche positiva conseguenza. Soggiunse che era costretto, in quel momento, a tenere 1.359 prigionieri in un carcere che poteva ospitarne 650: tale affollamento aveva provocato un'epidemia di tifo che aveva ucciso anche un medico e una guardia. Tra i prigionieri della prima cella si contavano  otto o nove sacerdoti e quattordici cattolici laici, tutti sospetti oppositori del governo, e reclusi con quattro o cinque criminali incalliti. Nella cella successiva c'erano altri 157 detenuti, la maggior parte dei quali senza processo. Vivevano lì tutto il giorno, lì dormivano, e tranne una breve passeggiata in un cortile ridottissimo, questi disgraziati passavano loro vita in quel luogo, senza sapere perché vi erano finiti. [...] La cella successiva era un lungo stanzone con soffitto a volta, e vi si trovavano 230 prigionieri. Descrivere lo squallore e la sporcizia in cui questi derelitti    giacevano richiederebbe  un'eloquenza che non possiedo. Tra i prigionieri c'erano uomini di differenti classi sociali:(...) Un uomo di settanta anni era ridotto a un relitto umano. Altri erano in prigione da così tanto tempo, che i loro vestiti cadevano  a brandelli... alcuni erano in tale stato di nudità, da non potersi alzare dalle sedie, mentre gli passavamo accanto, per attirare la nostra attenzione come facevano i loro compagni... Taluni non avevano giacche, scarpe, calze, nulla, se non una vecchia giubba e uno straccio  che faceva loro da camicia. Era una vista pietosa, il fetore terribile, e a questa assemblea devo ricordare che era il freddo mese di gennaio; che cosa ne è di loro adesso? Non oso pensarlo. Il cibo che si consegna loro non sarebbe stato dato nemmeno al bestiame in Inghilterra. Lanciai sul pavimento un pezzo del loro pane, e lo calpestai: era così duro che non riuscii né a frantumarlo né a schiacciarlo." Un altro carcere visitato era  la Vicaria, una prigione situata nella parte più densamente abitata e più malsana di Napoli, nella quale erano ammassati 1.200 reclusi, mentre ce ne potevano stare solo la metà". Nell'ultima prigione di Nisida... vi trovai il conte de Christen, il Caracciolo  e il De Luca, che per quanto ne so, erano stati giustamente condannati per cospirazione contro il governo... Il conte de Christen, vedendo la mia riluttanza ad avvicinarmi, mi fece cenno di accostarmi e disse: "Signore, apprezzo i vostri sentimenti. Avete pietà di me. Non compatitemi, ma riservate la vostra pietà per coloro che degradano il nome della libertà adottando sistemi come quello di cui io sono vittima""Il De Luca era incatenato, con una catena pesantissima, a un brigante condannato per rapina e omicidio. Era, il De Luca, un gentiluomo italiano che aveva avuto il torto di professare idee diverse da quelle del suo governo e il cui delitto era di aver cospirato contro di esso; ebbene era incatenato col più comune delinquente!


Ora, contro simili sistemi io devo protestare. Non m'importa se fatti così tenebrosi siano avvenuti sotto il dispotismo di un Borbone o sotto lo pseudo-liberalismo di un Vittorio Emanuele! Quella che si chiama Italia unita deve principalmente la sua esistenza  alla protezione e all'aiuto dell'Inghilterra, più che a Garibaldi e alle vittoriose armate francesi. Perciò in nome dell'Inghilterra, io devo denunciare tali barbare atrocità e protesto contro il fatto che ciò venga commesso sotto l'egida della libera Inghilterra, la quale, così facendo prostituisce il proprio nome!"(  "La Rivoluzione italiana" -  Patrick Keyes O’Clery )  

 

Il Brigantaggio nel Sannio

 

Il Brigantaggio nel Sannio

 

  Ammo pusato chitarra e tammurre
Pecché sta musica s'adda cagnà
Simmo briganti e facimmo paure
E cu' a scuppetta vulimmo cantà.


E mo' cantammo 'na nova canzona
Tutta la gente se l'adda 'mparà
Nuje cumbattimmo p' 'o rre Burbone
e 'a terra nosta  nun s'adda tuccà

Chi ha visto 'o lupo s'è  miso paure
Nun sape buono qual  è 'a verità
'o vero lupo ca magna e criature
È o piemuntes c'avimm'a caccià.


Tutte 'e paise d' 'a Basilicata
Se so scetate e vonno luttà
Pure 'a Calabria  s'è arrevotata
E stu nemico  facimmo tremmà.

Femmene belle ca date lu core
Si lu brigante vulite aiutà
Nun lo cercate scurdateve  'o nomme
Chi ce fa  guerra nun tene pietà.

Ommo se nasce,  brigante se more
E fino all'urdemo avimm'a sparà
Ma si murimmo menate nu sciore
e 'na preghiera pe  sta libertà.

Il  console inglese  a Napoli, Bhonam, i cui rapporti erano sistematicamente favorevoli al regime piemontese, affermava che v'erano 20.000 prigionieri politici nelle carceri napoletane, ma  altre fonti riportano cifre molto più alte, alcune addirittura di 80.000 reclusi, in gran parte detenuti in attesa di giudizio.(ibidem)

 

E volevano  liberare il Sud dalla tirannia  dei Borboni con la forza delle stragi!

"Diciotto briganti distrutti... altri  presi e fucilati... Tutto il Gargano nello stato di assedio...    le masserie chiuse; fabbricate le porte, bruciate le pagliaia... la gente via per le campagne non  più che  con mezzo  pane in  tasca".

"E sì ne avvenne che, come a nembo di affamate locuste, ci vedemmo assaliti per veder consumato e perduto il prodotto delle  nostre fatighe; tanti nostri capitali accumulati, per processo di tempo, in fabbriche sontuose, in  lavori di arte, in pubbbliche istituzioni, in opifizi di varia sorte che davano costante lavoro al povero, e spandevano la pubblica ricchezza in tutte le parti del paese nostro". (Anonimo del 1863-  Discorso a' posteri sulle vicende del Regno di  Napoli e Sicilia -)

 

Il generale piemontese ENRICO CIALDINI -  in attesa di giudizio

 

Cialdini era cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia. È stato responsabile degli eccidi di Casalduini, Montefalcione e Pontelandolfo. Fece uccidere migliaia di persone senza alcuna giustificazione: contadini, preti e cittadini inermi, esponendo in più occasioni le teste mozzate degli uccisi per incutere terrore nella popolazione. Massacrò inutilmente i soldati borbonici difensori di Gaeta mentre si stava firmando la resa. Per queste sue esecrande azioni fu nominato dal Savoia Duca proprio di Gaeta. A Napoli, si comportò come un feroce dittatore, instaurando un sistema di carcerazione su sospetti, la deportazione e il domicilio coatto. 

« Enrico Cialdini, plenipotenziario a Napoli, nel 1861, del re Vittorio. In quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta "guerra al brigantaggio", Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano: 8. 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10.604 feriti; 7.112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 .905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13. 629 deportati; 1. 428 comuni posti in stato d'assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani ». (tratto da: Enrico Cialdini  - Wikipedia)

 

Con il tradimento  e l'oro degli inglesi giunse a Napoli e si gloriò Garibaldi 

"Quando si recò in Inghilterra nel 1864, festeggiato dai suoi vecchi alleati, Garibaldi accennò pubblicamente all'aiuto che aveva ricevuto da lord Palmerston, lord Russel e  << lord Gladstone>>, [...] << Parlo di ciò che so>>, disse al Christal Palace; << il governo inglese... ha fatto moltissimo per la nostra natia Italia. Senza di essi noi subiremmo ancora il gioco dei Borboni a Napoli; se non fosse stato per il governo inglese, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina>>. (  "Il Risorgimento visto da un nobile  irlandese  Patrick Keyes O’Clery...)  

 
 

E ancora   il 14 luglio 1860. "La via che segue il generale Garibaldi è piena di pericoli. Il suo modo di governare e le conseguenze che ha prodotte ci screditano al cospetto d'Europa. Se i disordini della Sicilia si ripetessero a Napoli, la  causa italiana correrebbe il rischio di essere perduta al tribunale dell'opinione pubblica, che renderebbe a nostro danno una sentenza, che le grandi potenze si affreterebbero di far eseguire. [...] Ella avrà cura di tenersi in frequenti relazioni col comandante Anguissola e cogli altri comandanti dei legni napoletani. Quando questi difettassero di danaro per pagare gli equipaggi, gliene somministri a titolo d'imprestito."  (C.P. Persano - La presa di Ancona - Diario privato politico-militare 1860 - )

 

 
 

L' ingratitudine è un vizio così odioso, e detestabile, che rivolta tutta l'umanità. 

(Ferdinando IV)

 QUESTI SONO  COLORO CHE TRADIRONO IL POPOLO ED IL RE

"I marinai e i soldati non conobbero la parola tradimento, ma spesso si sbandarono per mancanza di ufficiali che potessero inquadrarli".

Il generale Briganti “Anche  Villa San Giovanni si arrese, ma qui i soldati si ribbellarono a massacrarono il loro comandante, generale Briganti, che reputarono reo di tradimento.” (Vittorio . Gleijses- La Storia di Napoli – Soc. Ed. Napoletana ) . "Il generale Fileno Briganti viene aggredito dai suoi sgtessi soldati che gli rimpriverano di essersi arreso senza combattere, lo ammazzano a fucilate e ne scempiano il cadavere" - i soldati udendo  che dovevano ritirarsi nuovamente davanti ai garibaldini, caricarono i fucili e, con una furiosa raffica, crivellarono di colpi il Briganti e il suo cavallo, gridando che era un miserabile e che li aveva venduti". (Patrick O'Clery - La rivoluzione italiana - Come fu fatta l'unità della nazione - Ed. Ares 2000, p.394)

 

Il comandante Marino Caracciolo

Il comandante Amilchare Anguissola

Il 6 maggio 1860 il re Francesco II fu avvertito della partenza dei due vapori "garibaldini" (il Piemonte e il Lombardo) da Genova carichi di gente armata diretti in Sicilia.   A Palermo vi erano 20.000 soldati borbonici. Il re telegrafa e detta  istruzioni per la difesa e l' attacco che vengono puntualmente disattese. Due incrociatori sono incaricati di sorvegliare le coste: Il Capri e lo Stromboli. L'11 maggio, individuati i piroscafi di Garibaldi, gli incrociatori prendono il largo per poi  con  calma rientrare a Marsala e, in accordo con gli inglesi presenti nel porto, dopo due ore finsero di bombardare i garibaldini che comodamente erano già sbarcati! Il grande eroe Garibaldi  con l'oro e il tradimento, sbarca tranquillamete a Marsala. Il comandante dell'incrociatore  Capri, Marino Caracciolo,  dopo pochi mesi passò ai Piemontesi e attaccò il forte di Baia dopo l'entrata di  Garibaldi a Napoli.

Il comandante della fregata   borbonica "Veloce" Amilcare Anguissola, incaricato di scortare il vapore "Brasile", che portava truppe a Milazzo, fece rotta per Palermo e consegnò la nave a Garibaldi, che ne cambiò il nome "Veloce"  in Tukery. (Tukery era il nome di un giovane comandante di una compagnia di ungheresi che erano sbarcati in Sicilia per dar man forte a Garibaldi - chi li aveva invitati ? che cosa centravano gli ungheresi con con il regno di Napoli ? Morì nella battaglia di Palermo). L'Anguissola (ladro e traditore) organizzò la marina "garibaldina", catturò alcune navi borboniche che consengò a Garibaldi.  Con la nave il "Veloce"   " i garibaldini" bombardarono dal mare  i soldati borbonici nella battaglia di Milazzo contribuendo alla sconfitta del valoroso generale Bosco, che come il Re, nulla poteva contro il tradimento e la viltà.

Il colonnello Pironti

Il generale Lanza si arrende a Palermo

Il col. Pironti durante la battaglia di Milazzo, avvenuta dopo che l'esercito borbonico lasciò Palermo, disponendo di 1200 uomini, sulla richiesta di rinforzi fatta dal gen. Bosco, inviò in suo soccorso solo 100 uomini disarmati per assistere i feriti e  costrinse  il Bosco a ritirarsi mentre l'Anguissola  lo bombardava dal mare con i cannoni della nave rubata ai Borboni.

Il generale Lanza, consigliato dal colonnello Gennaro Gonzales, si arrende a Palermo (all'arrivo di Garibaldi a Napoli lo si trova nelle vesti di organizzatore dei festeggiamenti e delle luminarie, dopo aver ossequiato il generale vittorioso a palazzo d'Angri). Il Lanza ha evidentemente dato ascolto alle indicazioni della Massoneria cui é affiliato, ed é stato molto sensibile alle lusinghe degli ufficialo inglesi e al denaro di Londra (Max Gallo - La forza di un destino - Milano, Bompiani, 2000, p. 282 -  in Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 126) Fra le concessioni che il Lanza fa graziosamente al nemico c'é anche l'occupazione del palazzo del Banco delle Due Sicilie di Palermo, verso cui Garibaldi spedisce in gran fretta Crispi con la disposizione di prelevarvi  oltre 1.000.000 di ducati in oro e argento (circa 225 milioni di Euro) di deposito privati rilasciando una ricevuta "per spese di guerra", rimasta come simpatico documento storico e mai naturalmente onorata. (Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 127)

"L'alba del  9 giugno 1860 vede la vasta spianata palermitana dei Quattro venti gremita fino all'inverosimile di soldati borbonici, in attesa per l'imbarco verso la capitale di un regno ormai vacillante, Napoli.   ...Annichiliti, Molti soldati piangono. Non si può, non si deve operdere così. Improvisamente la selva di baionette inastate sembra fremere ed ondeggiare, quasi fosse cosa viva. E' il generale don Ferdinando Lanza che a cavallo, col suo Stato Maggiore al completo, ha la sfrontatezza di permettersi un'ultima parata da Viceerè. Uno di qui soldati, forse del reggimento di linea "Calabria", rompe le righe e si porta davanti al cavallo del generale. Facendo un ampio gesto circolkare con la mano, grida disperato quello che pensano in quel momento tutti i suoi commilitoni: "Eccellenza, vi quante simmo? E ce ne jammo accussi?" Il caldo sole siciliano illumina il  volto, rigato di lacrime, di quelloscuro soldato napoletano. Su quel volto, quasi scudisciata, arriva sferzante la risposta. "Quell'uomo é ubriaco" dice il generale rivolto ai suoi aiutanti, cercando una compkicità che subito trova" (Orazio Ferrara - Viva 'o Re. Episodi dimenticati della borbonica guerra per bande - in Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 128)

il generale Clary

Il 20 luglio si ha lo scontro a Milazzo dove il solito Beneventano del Bosco (che non è al libro paga sei sardi) mette ib difficoltà i garibaldini di Medici, subito soccorso dallo stesso Garibaldi. Le forze in campo erano 6.400 garibaldini (compresi i siciliani e i volontari stranieri, fra cui spiccano gli inglesi  (Alfonso Scirocco, op. cit. p.269) del colonnello Jonh Dunn (o Dunne), del maggiore Percy Wymdham, e del sergente Daniel Dowling, e un gruppo di ufficiali americani) e 6500 napoletani. I garibaldini dispongono di abbondante artiglieria e di posizioni favorevoli e dell'appoggio dal mare della  nave Tuckory, (ex nave napoletana il Veloce) che aveva appena cambiato bandiera. Bosco resiste a tutti gli atacchi. Il 23 luglio, su ordine di Clary, che perarltro non si muove da Messina con i suoi 22.000 uomini e si rifiuta di partecipare alla battaglia. é costretto a cessare il combattimento. Clary, in seguito, dichiarera di essere stato forzato alla ritirata e scriverà in un memoriale : "...il 21 luglio un ordine formale del ministro Piannell mingiungeva di ritirare le mie truppe in Calabria e di cedere armati i due forti di Castellaccio e Gonzaga a Garibaldi, non bastando ciò, io dovevo cedere a questo capo Siracusa, Augusta e la stessa cittadella di Messina (...) La storia renderà, io spero, un conto esatto della condotta del ministro Piannell in tutti i suoi affari disastrosi, essa dirà come egli ha impedito che noi soccorressimo a Milazzo; come per i suoi ordini io fui costantemente forzato a rinunciare a tutti i piani di aggressione per tenermi in ontosa e letargica aspettativa (...) (Antonio Pagano -Due Sicile 1830/1880, p. 115 - in Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 138)

 

Il generale Vial

“Nella notte tra il 18 e il 19 agosto Garibaldi passò poi alla conquista della Calabria. Due giorni dopo attaccò Reggio, difesa solo dal presidio militare, poiché i 16.000 uomini al comando del generale Vial non ebbero l’ordine di difendere la città. Il comandante del presidio, generale Gallotti e il colonnello Dusmet, che presiedevano la piazza si batterono da valorosi, ma il 21 la città cadde. (Vittorio . Gleijses- La Storia di Napoli – Soc. Ed. Napoletana ).

il brigadiere Francesco Landi

Entrato  a Napoli Garibaldi  decreta

1860 - ... il brigadiere Francesco Landi   (vendutosi come tanti ai garibaldini ) "Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di 14.000 ducati, ma trovatasi essere di 14 ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla (avuta) da Garibaldi, laonde per dolore tocco d'apoplessia lo stesso giorno si morì" (G. de' Sivo - La Tragicommedia del 19.06.1861 - )

 

“Il capitano di vascello Vacca, il capitano di vascello Barone, il capitano di fregata Vittagliano, sono confermati nel loro grado, siccome tutti gli ufficiali di marina che diedero le loro dimissioni per servire la causa italiana”. (C.P.Persano - La Presa di Acona - )

 

Il generale   Giuseppe Ghio si arrende a Soveria Mannelli

Il 30 agosto 1860  a Soveria Mannelli ( città italiana di circa 3.500 abitanti, posta nella Sila Piccola, in provincia di Catanzaro, al confine con la provincia di Cosenza.) un corpo dell'esercito borbonico di 12 mila uomini, comandato dal generale Giuseppe Ghio, si arrese alle truppe garibaldine di Stocco, (tenuto a battesimo da Francesco II)  uno dei Mille, che sbarcato in Calabria, organizzò il corpo dei volontari garibaldini dei Cacciatori della Sila, raggiungendo il grado di maggior generale il 27 agosto 1860, alla vigilia del disarmo dell'esercito borbonico del generale Ghio a Soveria Mannelli il 30 agosto 1860 . (tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ghio )

Gli abitanti di Soveria Mannelli,   grati a Garibaldi per averli liberati dalla schiavitù dei Borboni e resi schiavi dei Savoia,  hanno posto una lapide commemorativa, in occasione del  centenario, sulla casa dove egli  si fermò

<< CON LA RESA DELL'ESERCITO BORBONICO APERTASI LA VIA PER NAPOLI IN QUESTA CASA RIPOSO' LA NOTTE DEL 30 AGOSTO 1860 GIUSEPPE GARIBALDI L'EROE PIU' PURO DEL RISORGIMENTO IL ROMANTICO CAVALIERE DELL'UMANITA' ODIATORE DI OGNI SCHIAVITU' CHE SEGNANDO I CONFINI DELLA STORA ENTRO' NELLA LEGGENDA DIVENTANDO UN MITO>>

Garibaldi sa che a Soveria Mannelli il generale Ghio si sarebbe arreso con tutti i suoi uomini lasciandogli completamente libera la via fino a Salerno: per riconoscenza del suo patriottico atteggiamento verrà nominato da Garibaldi comandante della piazza di Napoli  . Ghio sarà il primo a mettersi la nuiva uniforme piemontese all'arrivo di Garibaldi a Napoli. ( Gilberto Oneto - L'iperitaliano - Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi - Il Cerchio - Rimini 2006, p. 147)

 Commenta lo storico Raffaele de Cesare . « Si sbandò Ghio con diecimila uomini a Soveria Mannelli; e così la strada sino a Salerno, spazzata degli ultimi avanzi di difesa, restò libera allo incedere del glorioso manipolo, il quale non si trovò tra i piedi che soltanto dei gruppi di soldati paurosi o inermi, che salutavano, quasi con terrore, Garibaldi e i suoi al loro apparire. Lo sbandamento di Soveria fu l'espisodio decisivo di quella campagna, per il quale si affermò il trionfo della rivoluzione sul continente, e che ispirò a Garibaldi il celebre telegramma, da lui dettato a Donato Morelli, la mattina del 31 agosto, nella casa rustica di Acrifoglio: "Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella" » (Raffaele de Cesare, La fine di un Regno)  

Il generale Giuseppe Salvatore Pianell

Il ministro Liborio Romano

Dopo aver frequentato il Real Collegio Militare della Nunziatella, si mise in luce nell'esercito delle Due Sicilie nella campagna del 1848-49 per la riconquista della Sicilia, rimanendo ferito due volte, una a Palermo e l'altra a Catania. Generale di brigata nel 1855, dopo aver assicurato i confini degli Abruzzi, venne nominato da Francesco II, nel 1860, maresciallo di campo. Nel luglio 1860 fu nominato ministro segretario di Stato della Guerra nel governo costituzionale di Antonio Spinelli, (quando Francesco II partì da Napoli, Spinelli si ritirò dalla vita pubblica rifiutando di aver rapporti con lo stato unitario) subentrando al maresciallo Giosuè Ritucci. Rimase alla guida del ministero solo poche settimane. Ancora il 29 agosto la decisione di Pianell era quella di resistere il più possibile a Garibaldi in Calabria per attaccarlo con 50 mila uomini fra Eboli e Salerno, o fra Salerno e Napoli, con un esercito guidato dal re in persona. L'incredibile resa di Ghio a Soveria Mannelli il 30 agosto 1860 fece perdere fiducia nel disegno di Pianell, il quale il 31 agosto chiese di lasciare il servizio, e andò via da Napoli. (Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Napoli e Sicilia, )  Si ritirò a Parigi, dove rimase fino dopo la caduta di Gaeta.

Nel 1861 fu accettato nell'esercito italiano col grado di generale di divisione, e come tale partecipante alla Terza guerra di indipendenza quale comandante della II divisione di fanteria del I corpo d'armata dell'esercito italiano. (tratto da Giuseppe Salvatore Pianell - Wikipedia)

 Di nobile ed antica famiglia, nato a Patù  (Santa Maria di Leuca) nel 1793,  prese parte ai moti del 1820 per cui venne destituito dall'insegnamento, imprigionato per un breve tempo e  inviato prima al confino e poi in esilio all'estero.

Tornò a Napoli nel 1848 e partecipò ai moti che condussero alla concessione della costituzione da parte del re Ferdinando II di Borbone. Il 15 maggio 1848 fu nuovamente imprigionato e chiese  al ministro di polizia la commutazione della pena della detenzione in quella dell'esilio. 

Nel 1860 Liborio Romano, con la concessione dello Statuto,  venne nominato dal re Francesco II  prefetto di Polizia e poi ministro di polizia. 

E ringraziò così Liborio Romano Francesco II  prendendo contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi e con essi concordò il tradimento. Fu  il Romano a suggerire e ad insistere perché Francesco II  lasciasse Napoli e partisse alla volta di Gaeta senza opporre resistenza, ...per  evitare sommosse e inutili perdite di vite umane. E come il re  partì, il giorno seguente  telegrafò a Giuseppe Garibaldi : " All'invittissimo  Generale Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie, Liborio Romano, ministro dell'Interno e della Polizia. Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla il redentore d'Italia e deporre nelle sue mani i poteri dello stato e i propri destini... Mi attendo gli ulteriori ordini suoi e con illimitato rispetto di lei, Dittatore invittissimo, Liborio Romano" ( H. Acton - Gli ultimi Borboni di Napoli - ).       Il Re sapeva di Don Liborio, il generale Spinelli lo aveva avvertito. Prima di partire per Gaeta il Re scherzosamente gli disse "Don Libò,  guardate 'o cuollo!" e lo scaltro patrono della camorra, scrive Acton, avrebbe ribattuto con la sua caratteristica prontezza "Sire, farò di tutto per farlo rimanere sul busto il più a lungo possibile!" 

E con l'oro e il tradimento l'eroe Garibaldi  giunse indisturbato  a Napoli  e Romano lo ricevette personalmente  alla stazione (utilizzò la ferrovia che da Salerno, Cava, Nocera giunge a Napoli).

Liborio Romano fu confermato da Garibaldi ministro dell'interno;  il 24 settembre 1860 entrò a far parte del Consiglio di Luogotenenza, ove rimase fino al 12 marzo 1861. Con le prime elezioni politiche, dell'appena costituito Regno d'Italia  a spese del secolare Regno delle Due Sicilie , Liborio Romano venne eletto deputato e restò al Parlamento fino al 1865.  Morì a Patù nel 1867 e sarà ricordato per aver reso il ricco Sud una povera colonia del Nord!

Riferisce il Persano, circa la metà dell'agosto 1860:   "Mi porto, e traggo a visitare il ministro Liborio  Romano in casa sua. Egli giusstamente mi fa osservare com'ei debba andar guardingo per non venir preso in sospetto... Mi promette però di avvisarmi sempre in tempo, ove occorra, affinchè il generale Nunziante abbia campo di rifugiarsi sulle nostre R. navi, quando mai ei dovesse farlo cercare dalla polizia. Per ultimo convenimmo, che ci saremmo veduti il meno possibile per non dar nell'occhio, e che quand'egli avesse avuto alcun che da farmi  dire, si sarebbe servito del Nisco" (C.P.Persano - La Presa di Acona -)

 

il generale Alessandro Nunziante

Il generale Alessandro Nunziante , amico intimo e consigliere fidato del Re Francesco, nel luglio del '60   passò al nemico. - Dopo la perdita della Sicilia ritenne giunto il momento buono per abbandonare il Borbone, prese contatto con esponenti dei savoia per preparare il suo passaggio nell'esercito sardo, chiese le dimissioni dal servizio e vedendo che il re tardava a prenderle le chiese pubblicamente. La cosa fece molto scalpore ma non all'interno dell'esercito dove il generale godeva di nessuna stima. Lasciò Napoli alla volta di Torino e offrì spudoratamente i suoi servigi a Cavour.

"Il 15 agosto tornò a Napoli per  convincere i comandanti dei battaglioni cacciatori al tradimento, ma fu del tutto inutile, riuscì solo ad ottenere il disgusto dei suoi antichi sottoposto, dovette fuggire notte tempo e rientrare come un cane a Torino. Persino il suo più fedele collaboratore, il capitano Federico Fiore, smise di ubbidirgli e lo abbandonò, costui sarà tra i più valorosi sui campi del Volturno".

La storia dettagliata del tradimento di Nunziante e i documenti che lo comprovano, tutti firmati da Cavour, sono pubblicati nel diario dell'ammiraglio piemontese Persano.-(Alessandro Nunziante - Wikipedia)

il comandante Vacca

Il comandante del vascello napoletano il Monarca si accordò con il Persano affinche fosse il vascello catturato nel porto di Castellammare. La nave doveva essere abbordata alle 11 di sera mentre il comandante  Vacca era a terrà. Questi erano gli accordi. Il comandante in seconda Guglielmo Acton accortosi in tempo  "chiamò a difesa" e salvò la nave. Per l'attacco i piemontesi utilizzarono la nave napoletana il "Veloce" consegnata a Garibaldi dal comandante Anguissola

 

 E  tutti ,  come Mosè , saranno ricordati per  aver liberato il popolo napoletano dalla schiavitù dei Borboni e averlo venduto ai Savoia,  che lo hanno sfruttato e trattato  come una colonia africana!  

 

Antonio Gramsci scrisse "lo Stato Italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti".

 

 Democratici inglesi...  e civili piemontesi

Augusto Del Noce (filosofo cattolico del '900) nel suo Diario scrisse: "il cosiddetto Risorgimento italiano è stato un capitolo della storia dell'imperialismo inglese". Giacinto de Sivo  affermò: "La ricchezza dell'Inghilterra sta nella miseria altrui: perciò suscitano guerre e tradimenti dappertutto. La Pace sul continente è fuoco per la Gran Bretagna: perciò deve trafficare in rivolte come cotone e piatti".

L'inglese, tiranno in Irlanda, dove migliaia di persone  in quegli stessi anni morivano letteralmente di fame e cinque milioni di abitanti furono costretti ad  emigrare in America, che opprimeva l'India, che nel 1840-42 aveva costretto la Cina alla guerra dell'oppio per l'illegale commercio dell'oppio praticato dalla Gran Bretagna, che nel 1882 bombardò Alessandria d'Egitto,  che nel 1899-1902, in Africa del Sud, s'impadronì dei territori dei Boeri con metodi brutali, "operatore in tutto il mondo di incendi, fucilazioni e torture vere, accusava falsamente Napoli di torture".  I democratici e civili inglesi  "nel 1848 nell'isola di Cefalonia da essi occupata condannarono a morte 25 persone a seguito dello scoppio di una rivoluzione. Nei processi di Napoli neppure uno degli imputati fu condannato a morte!" (G. Marzocco in  G. de' Sivo - La Tragicommedia  - ed. Il Giglio 1996, p.41) E i  Borboni  erano i tiranni!

Nel 1836 scoppiò la questione degli zolfi tra Ferdinado II e l'Inghilterra. La Sicilia aveva quasi l'esclusiva della produzione del zolfo. Ferdinando II decise di non rinnovare l'antico  accordo con l'Inghilterra poiché i francesi  offrivano 400.000 ducati in più di quanto pagavano gli inglesi. Lord Palmerston di risposta mandò la flotta inglese nel porto di Napoli e minacciò di bombardare Napoli con 100.000 bombe. Ferdinando II non essendo in grado di contrastare la marina inglese fu costretto a a sottoscrivere nuovamente la concessione dello sfruttamento delle miniere di zolfo con gli inglesi, che vollero essere pagati anche dei guadagni persi . (G. Marzocco in  G. de' Sivo - La Tragicommedia )

  E tiranni erano i Borboni !!!

Aveva ragione re Francesco II, se definì i piemontesi come tiranni e usurpatori del suo reame!

 "Non vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi nell'occupazione dell'Italia meridionale. Vittorio Emanuele era alleato intimo del papa, e del Re di Napoli; gli ambasciatori degli uni e degli altri erano nelle rispettive corti; amichevoli relazioni si conservavano, senza esservi la minima cagione di querela. Vittorio Emanuele pretese che unico suo scopo era quello di prevenire ogni possibile rivolta e, sotto questo specioso pretesto, invase i domini del Re di Napoli e se ne impadronì con la forza delle armi, dopo averne minato il trono con una sistematica rete d'infernali perfidie... Intanto, qual è il risultato? In luogo di pace, di prosperità, di contento generale che si erano promessi e proclamati come conseguenza certa dell'unità italiana, non si ha altro di effettivo se non la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità schiacciate, ed una sognata unione che in realtà è uno scherno, una burla, una impostura". ( da "LA CONQUISTA DEL SUD" di CARLO ALIANELLO)

Cronache dal nuovo Regno d'Italia

Il 14 settembre 1860 - Una brigata garibaldina entra a Maddaloni, Giacinto de' Sivo  si rifiuta  di  rendere omaggio a Garibaldi e viene arrestato. La sua casa è occupata e saccheggiata da Bixio, Avezzana e Carbonelli  per tre mesi,  poi lasciata "guasta e vuota di roba". (G. Marzocco in  G. de' Sivo - La Tragicommedia  - ) 

21 ottobre 1860 - Il Plebiscito a Napoli

Il  de' Sivo ("Italia e il suo dramma politico nel 1861", pubblicato a Livorno nel 1861,  a pag. 42)  riferisce: " il plebiscito si svolse in un  clima di terrore... quando a un girar di ciglio un uomo era morto; quando i cartelli sulle cantonate dichiaravano NEMICO chi votasse pel NO ; quando battiture e ferite e morti seguivano nelle sale de' comizi; quando anche l'astenersi era apporto a colpa di stato, in quel terribile furor di guerra fra cannoni e pugnali e revolvers; quando eran poste due  urne palesi per far che la paura sforzasse la coscienza e quelle del NO eran coperte da' camorristi; quando costoro in frotta, di piazza in piazza, votavan le dodici volte; quando minacce, insinuazioni e promesse sforzavano la volontà; quando gl'impazienti vincitori, frementi dell'aspettare e del veder pochi votanti lanciavano a piene mani il SI dentro l'urne; quando gli scrutinatori   moltiplicavanli con la penna, e  ne facevano a forza numero di maggioranza... " (F. M. Di Giovine in - G. de' Sivo - La Tragicommedia  - )  UDITE UDITE , anche Garibaldi e i suoi garibaldini votarono!!!

 

Nel 1862 - L'abolizione delle tariffe protezionistiche provoca il crollo dell'economia del Regno di Napoli a favore del Nord. Chiudono gli opifici  tessili, l'arsenale di Castellammare, le cartiere, le ferriere, ecc. Le commesse dei lavori pubblici nel Sud vengono affidate a ditte del Nord   pagate con i soldi dei "napoletani"   ridotti in miseria.

1862 al Parlamento di Torino.- Il deputato Ferrari, liberale,  grida in aula: "Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti" (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito il 13 agosto 1861). 

O’Clery riferisce - Massimo D’Azeglio (non certo un reazionario) nel 1861 si domanda come mai "al sud del Tronto" sono necessari "sessanta battaglioni e sembra non bastino": "Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate". Persino Nino Bixio, autore dell’eccidio di Bronte, nel ‘63 proclamò in Parlamento: "Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue".
O’Clery non manca di registrare giudizi internazionali sulla repressione. Disraeli, alla Camera dei Comuni, nel 1863: "Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle dei Meridione italiano. E’ vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti"

Lo storico Vittorio Gleijeses scrisse (nel suo libro "La Storia di Napoli" del 1981): "Il tesoro del Regno delle Due Sicilie rinsanguò le finanze del nuovo stato... il Piemonte e la Toscana erano indebitate sino ai capelli ed il regno sardo era in pieno fallimento. L'ex Regno delle Due Sicilie, quindi, sanò  il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia..."     

 

6 giugno 1861. Il giornale "Union" di Parigi scrive: "Si sono tolti al palazzo reale di Napoli, specchi, porcellane dell'antica fabbrica di Portici... e perfino delle batterie da cucina. Ma ciò che più è strano, si sono tolti ai due ospedali militari della  Trinità e del Santo  Sagramento due enormi mortai di bronzo cesellati, opera a quanto pretendesi  di Benvenuto Cellini.... Essi sono stati imbarcati per Torino. Infine si è tentato di rubare notte tempo la celebre porta di bronzo cisellata che fa il principale ornamento dell'Arco  di  Trionfo d'Alfonso d'Aragona nel Castel Nuovo... Il governo per non sollevare il popolo dichiarò che  l'avea fatta smontare per ripararla". (G. De Sivo - La Tragicommedia del 19.06.1861 - )

Il 14 febbraio 1861 - Francesco II si arrende al generale Ciladini. La resa di Gaeta - Fine del Regno delle Due Sicilie

Nel 1861 il  Tesoro del "Nuovo Regno" era costituito di 668 milioni di lire, di cui 443 provenivano dal Regno delle Due Sicilie e 27 dal Piemonte e  dalla Lombardia!!! (A. Ciano - Le stragi e gli eccidi  dei Savoia - )

Il 10 agosto 1863 - Gli operai della fabbrica di Pietrarsa scioperano contro i licenziamenti e l'innalzamento dell'orario di lavoro da 10 a 11 ore. I Bersaglieri sparano ed uccidono molti operai. 

Nel gennaio 1864 - La fabbrica la fabbrica  di Pietrarsa, che dava lavoro a circa 7.000 operai, viene chiusa   e le macchine vengono mandate a Genova per rimodernare l'Ansaldo. (L'azienda Ansaldo nacque per interessamento del conte di Cavour, fermamente intenzionato a salvare le moderne strutture della Taylor & Prandi, sfortunata azienda meccanica fondata nel 1846 per la costruzione di piroscafi in ferro che, a causa di sopravvenute difficoltà finanziarie, aveva chiesto l'intervento dello Stato. Nel 1852, il ministro Cavour riuscì a coalizzare una solida compagine imprenditoriale, composta dal banchiere Carlo Bombrini, dall'armatore Raffaele Rubattino e dal finanziere Giacomo Filippo Penco, alla quale impose, promettendo commesse statali, la direzione del giovane e brillante ingegnere meccanico Giovanni Ansaldo, scelto tra i docenti dell'ateneo torinese.  Le intenzioni di Cavour erano di dare vita ad una industria piemontese per la produzione di locomotive a vapore e materiale ferroviario, in modo da eliminare le costose importazioni dei macchinari dall'Inghilterra e dal regno delle due Sicilie. - ansaldo Wikipedia).

O’Clery riferisce - Tra il maggio 1861 e il febbraio 1863, l’esercito italiano ha catturato "con le armi" e perciò fucilato 1038 rivoltosi; ne ha uccisi in combattimento 2.413; presi prigionieri 2.768. Inoltre; "Secondo Bonham, console 

inglese a Napoli, sistematicamente favorevole ai piemontesi, c’erano almeno 20 mila prigionieri politici nelle carceri napoletane",  ma secondo altre stime 80 mila. I più - indovinate - in attesa di giudizio, o addirittura del primo interrogatorio, "senza sapere di cosa fossero accusati", in celle sovraffollate: testimonianza di Lord Henry Lennox, un turista di rango che nel 1863 visitò appunto le prigioni di Napoli.   (  "Il Risorgimento visto da un nobile  irlandese  Patrick Keyes O’Clery... ")

 

In 10 anni d'occupazione sono emigrati circa 40.000 abitanti del Sud, circa 123.000  partigiani , "briganti",  sono stati fucilati,  più di 43.000 "borbonici"  deportati nelle carceri del Piemonte. 

Gli operosi napoletani  di Johann Wolfgang Goethe (1787)

...ho potuto constatare che vi è molta gente mal vestita, ma nemmeno uno che sia disoccupato...  Alcuni girano con barilotti di acqua gelata, limoni e bicchieri, per preparare limonate, bevanda alla quale anche il più straccione non sa rinunziare; altri girano con vassoi di liquori diversi e bicchierini; altri ancora portano dei vassoi di paste, dolciumi, agrumi ed altre frutta: si direbbe che tutti vogliano partecipare e rendere ancor più grandiosa la festa del piacere, che a Napoli si celebra tutti i giorni.

La raccolta differenziata.....  a Napoli  nel 1787

Un numero rilevante di uomini e di ragazzi, quasi tutti straccioni, si occupano di trasportare con gli asini i rifiuti fuori della città. La campagna che circonda Napoli è tutta un immenso orto: è un piacere osservare l'incredibile quantità di verdura che viene portata in città tutti i giorni, e come l’industriosità umana riporti poi alla campagna i rifiuti della cucina, per concimare la vegetazione. I torsoli e le foglie dei cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli, dell'insalata, dell'aglio, costituiscono una parte notevole della spazzatura della città; e ognuno cerca di raccoglierne quanto più può. Riempiono, con un'abilità particolare, i grandi canestri issati sul dorso d’un asino. Non c'è un orto, che non abbia il suo asino. Servi, ragazzi, i padroni stessi vanno e vengono dalla città durante la giornata. Con quale premura questa gente raccoglie anche lo sterco dei cavalli e dei muli! Quando di notte i ricchi se ne tornano a casa in carrozza, non pensano che già dall'alba altri uomini s'industrieranno a seguire le tracce dei loro cavalli.

Non si fanno quattro passi, questo è vero, senza imbattersi in gente malvestita, se non lacera; ma questa non è una ragione per gridare al vagabondo, al perdigiorno. Sarei tentato di enunciare il paradosso che a Napoli la maggior parte delle industrie sono forse ancora in mano delle classi più umili.

Dall'unità d'Italia ai giorni nostri

PIEMONTESI DI SICILIA (Andrea Camilleri) - La Sicilia e l'Unità Nazionale senza veli d'ipocrisia
La prov. di Messina dal 1830 al 1847: elenco infrastrutturevarie testimonianze sugli abusi dei savoia in Sicilia 1 - varie testimonianze sugli abusi dei savoia in Sicilia 2 - La rivolta di Castellammare del Golfo del 1862 - A colpi di repressione, la Sicilia divenne italiana - Diario di La Farina, che organizzò la spedizione dei Mille - Il Risorgimento visto da un nobile irlandese - I REDENTORI IN SICILIA. (testimonianze agghiaccianti ndr)

 

I  VIDEO

Ulisse - Il Regno delle Due Sicilie - Napoli - Inno Nazionale Regno Due Sicilie Paisiello - Regno di Napoli - I SOVRANI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE - AudioVideo dell' inno delle DueSicilie - Napoli 1860- La fine dei Borboni (film 1970) -   Alla maggior gloria di S.A.R. Ferdinando II di Borbone  -  Il tradimento di Landi a Catalafimi - Tg2 Dossier garibaldi - Garibaldi- eroe o cialtrone  - I Crimini di Garibaldi in Sicilia  -   Contro Garibaldi !  -  1860 il ruolo dell'Inghilterra - 2007 Civitella del tronto alza bandiera regno due sicilie  -    REGNO DELLE DUE SICILIE - CIVITELLA FIDELISSIMA   -   I Falsi Plebisciti (1860)  - Intervista a Zitara sulle industrie borboniche in Calabria - Convegno a Locri sulle industrie calabresi - La colonizzazione dura da 146 anni - I Savoia e il Massacro del Sud - Processato per aver scritto un libro ! I Savoia e il Massacro del Sud  -   "Io NON ho capitolato!" - Indietro Casa Savoia!!! - Gli enigmi del "risorgimento"Borboni - Regno delle due Sicilie  -   Siderno contro il "risorgimento"  -   Beppe Grillo borboni -  La reggia di Caserta - Giardino Inglese - 

 

 

e ancora......  NAPOLI  nel '700

 

-  REPUBBLICA NAPOLETANA 1799 -

 

LE  CONFESSIONI DI MARIA CAROLINA  - Regina di  Napoli - (1768 - 1814)

Nacqui da una madre che reggeva un impero (Maria Teresa d'Austria), e sin dalla prima infanzia mi persuasi, che divenuto 

regina (e non ne dubitava), dovessi come lei governare lo stato, "Mi educarono imperialmente, cioè nel disprezzo dell'umanità, che 

tutta io vedeva prostrata ai miei piedi per farsi calpestare. 

La natura mi donò la bellezza e l'ingegno; e siccome sovranamente venusta era la mia genitrice e vaghissime le mie sorelle, conchiusi che la natura istessa prodigasse esclusivamente ai principi la beltà ed il genio.

Imparai molte lingue, non esclusa la greca e la latina, studiai coi miei germani Giuseppe e Pietro Leopoldo le lettere e la filosofia, 

e divenni spregiudicata, spirito forte, e desiderai com'essi quelle riforme che mettessero fine alle usurpazioni del sacerdozio ed innalzassero a potenza somma il principato. Libertà, progresso , diritti del popolo , furono sempre per me parole senza significato. Considerai sin dalla prima gioventù gli uomini destinali ad ubbidire ai principi e di null'altro mi occupai."  

(tratto da "Storie segrete Dei Borboni di Napoli e Sicilia" per GIOVANNI LA CECILIA. Ed. Salvatore di Marzo, Palermo 1860)   

 

 

  -  A. Dumas - I Borboni di Napoli  -  " Il MONITORE NAPOLETANO 1799 " Francesco II delle Due Sicilie - Wikipedia

La capitolazione di Gaeta e l'ultimo ordine di Francesco II - 14.02.1861 - Francesco II - Storia

 

La  condizione della donna a Napoli nel 1700 - "Il vaiolo, la malattia più diffusa nel '700"  -

 

PADRE  ROCCO - 1700 (A. Dumas -I Borboni di Napoli - Mario Milano editore 1862 - vol. 2 pp.252 ss.)

Nel corso dell'anno 1782 morì a Napoli, in età di 82 anni, un monaco domenicano, più popolare, e più celebre pe' suoi sermoni, di quel che non sono stati in Francia Flechier, Fenelon, Bossuet,  ed anche il piccolo Padre   Andrea di faceta memoria.

Questo monaco si chiamava Padre Rocco. Egli era più potente a Napoli del Sindaco, dell'Arcivescovo,  ed anche del Re. Quando vi era qualche sommossa, qualche rivoluzione, qualche riunione tumultuosa infine, si mandava a chiamare Padre Rocco. Padre Rocco arrivava,  si metteva all'opera,  e,  quasi sempre,  aggiustava l'affare.

     Egli aveva tre modi di raggiungere questo risultamento, la persuasione, la minaccia, e il menar delle mani.

Cominciava dal parlare a' recalcitranti con una unzione tutta speciale, delle ricompense del Paradiso. Se il mezzo falliva, passava al quadro delle pene dell'inferno, infine, se la minaccia non aveva migliore riuscita della persuasione, traeva fuori del suo abito un nerbo di bove, e batteva con tutte le sue forze il suo uditorio. Bisognava che il peccatore fosse bene indurito per resistere a quest'ultimo argomento.

Padre Rocco era nato col XVIII secolo, nella parrocchia di S. Giovanni in Corte, il 4 ottobre 1700. Suo padre si chiamava Francesc'Antonio MariRuocco. Sua madre, Anna Starace.

La venerazione, in cui si ha a Napoli Padre Rocco, ha fatto conservare perfino il nome della levatrice, che l'aveva raccolto. Ella si chiamava Teresa Monaca.

Quest 'uomo di tanto spirito, e sì pronto alla replica avea trovato fra il popolo di Napoli degli uomini che gli avevano, come diceva egli stesso, ribattuto il chiodo. Ecco un aneddoto ch'egli raccontava a questo proposito.

Padre Rocco e il barcaiuolo.

Padre Rocco e i lazzaroni 

 

Per prevenire le malattie della tiroide nei bambini, usa il sale  iodato.

 

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